Sto scrivendo questo editoriale la mattina del 10 aprile, quattro giorni prima di chiudere l’album di Italian Tech che troverete in edicola il prossimo 22 aprile in allegato a Repubblica.
Sono passati, quindi, poco più di tre mesi dall’inizio del 2026 e, in questo arco di tempo, ho ricevuto nella mia casella di posta elettronica 984 (novecentottantaquattro!) e-mail con studi, ricerche, indagini, comunicati stampa e così via che riguardano l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro.
Il numero è arrotondato per difetto, visto che qualche messaggio sarà andato perso, qualcuno buttato, altri nello spam. Restiamo però su quelle 984 e-mail: praticamente quasi dieci al giorno, compresi sabati, domeniche e festività varie.
Ma il punto non è che sono tante.
È che dicono tutto e il suo contrario.
Dagli scenari apocalittici, quelli in cui molti di noi perderanno il posto di lavoro sostituiti da un agente di IA, alle previsioni più rassicuranti nelle quali gli algoritmi (e le aziende) “regaleranno” tempo alle persone per concentrarsi sui compiti più importanti e/o per sperimentare e mettere alla prova la propria creatività; dalle proposte di modifica radicale dei contratti di assunzione, non più basati sul tempo ma sui progetti da realizzare, alle ipotesi di una società in cui il lavoro scomparirà del tutto o quasi e la maggior parte delle persone potrà vivere con un reddito garantito dallo Stato, ma evidentemente senza più un ruolo sociale: il lavoro è anche questo.
Immancabili poi le classifiche degli impieghi più a rischio o le liste delle (nuove) professioni che emergeranno grazie all’intelligenza artificiale.
In molti casi, non sempre, si tratta di previsioni. Narrazioni di un futuro che ancora non c’è. Speculazioni che hanno la loro fondatezza ma che hanno il difetto di non considerare altre variabili, della società e della tecnologia.
Per questo motivo abbiamo pensato che valesse la pena realizzare un’inchiesta approfondita su IA e lavoro. Con due obiettivi.
Da una parte, mettere insieme tutti i pezzi (e altri) di quelle 984 e-mail, togliere l’inevitabile fuffa e fornire un’immagine più completa possibile di quella che certamente è e sarà una rivoluzione, seconda solo a quella di Internet e all’elettrificazione, se consideriamo gli ultimi secoli.
Dall’altra ci siamo concentrati soprattutto su fatti accaduti e tendenze già in atto. Prevedere e disegnare scenari futuri è importante, come anche darne conto, ma la storia del mondo, in particolare quella degli ultimi anni, ci dice che il racconto del futuro è qualcosa da maneggiare con cura.
L’evento imprevedibile è sempre possibile e può mandare in crisi previsioni e modelli immaginati per anni.