Musk contro Altman e OpenAI: inizia il processo che può decidere il futuro dell'IA
di Pier Luigi PisaAl via il procedimento legale che vedrà di fronte l’uomo più ricco del mondo e il “papà” di ChatGpt. Al centro della disputa c’è la trasformazione di OpenAI da laboratorio no-profit a colosso sostenuto da capitali privati. Ma in palio c’è molto di più: potere politico, interessi economici su scala globale e soprattutto il controllo di una tecnologia rivoluzionaria
In un'aula del tribunale federale di Oakland, in California, si apre uno dei processi più attesi dal mondo della tecnologia. A confronto ci sono Elon Musk e Sam Altman, co-fondatori di OpenAI, l’azienda che ha trasformato l’intelligenza artificiale in un fenomeno di massa.
Da una parte c’è l’uomo più ricco del mondo, CEO di Tesla e SpaceX. Dall’altra il “papà” di ChatGpt e volto simbolo dell’intelligenza artificiale generativa, capace di esprimersi come un essere umano. Tra di loro, undici anni di alleanze, rotture e accuse reciproche, e una causa civile che potrebbe ridisegnare gli equilibri di un'industria oggi valutata centinaia di miliardi di dollari.
Il procedimento ha inizio il 27 aprile davanti alla giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers, della Corte distrettuale per il Distretto Nord della California. Sono previste circa quattro settimane di udienze, con una giuria di nove persone e una conclusione attesa per maggio prossimo.
La causa
La causa ha preso forma nel 2024, quando Elon Musk ha avviato un’azione legale contro OpenAI e il suo amministratore delegato Sam Altman.
In seguito il miliardario ha citato in giudizio anche a Microsoft, che ha investito almeno tredici miliardi di dollari nella società guidata da Altman.
Il cuore dell’accusa riguarda il presunto tradimento della missione originaria di OpenAI: sviluppare intelligenza artificiale per il beneficio dell’umanità, come no-profit.
Secondo Musk, l’organizzazione avrebbe cambiato rotta, costruendo una struttura a scopo di lucro e stringendo accordi miliardari con aziende come Microsoft per finanziare la propria IA. Questo, sostiene Musk, avrebbe violato gli impegni iniziali e le condizioni in base alle quali lui stesso aveva contribuito con circa 38 milioni di dollari.
Musk chiede danni che possono arrivare fino a circa 150 miliardi di dollari, oltre a misure strutturali: la rimozione della leadership attuale di OpenAI, l’interruzione della partnership con Microsoft e il ritorno a un modello no-profit.
Le ragioni di Musk
Musk sostiene di essere stato ingannato.
Quando a dicembre del 2015 contribuì a fondare OpenAI insieme ad Altman, l’attuale presidente Greg Brockman e altri ricercatori, l'accordo era chiaro: costruire un laboratorio no-profit che sviluppasse un’intelligenza artificiale generale (AGI) a beneficio dell'umanità, in modo aperto e trasparente, come contrappeso ai colossi privati del settore, a partire da DeepMind di Google. Musk sostiene di aver investito decine di milioni di dollari proprio sulla base di quella promessa.
Ma nel 2019, anno in cui Sam Altman è diventato amministratore delegato, OpenAI ha riorganizzato la propria struttura, introducendo una società controllata a scopo di lucro con rendimenti limitati per gli investitori. Il controllo del laboratorio sarebbe rimasto in capo al board della fondazione no-profit, mentre la nuova entità avrebbe consentito di attrarre capitali e sostenere i costi elevati legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, in particolare per l’infrastruttura cloud.
Secondo Elon Musk, questo passaggio - unito alla partnership multimiliardaria con Microsoft - ha segnato una rottura rispetto agli impegni originari.
A sostegno di questa tesi, i legali di Elon Musk porteranno in aula anche alcuni passaggi degli appunti personali di Greg Brockman, risalenti al 2017 e richiamati nelle ordinanze della giudice.
In uno dei brani più citati, Brockman rifletteva sull’ipotesi di riorganizzare OpenAI in modo da ridurre il peso decisionale di Musk, trasferendo il controllo effettivo verso una struttura più orientata al profitto e sostenuta da investitori esterni. Una simile scelta, annotava, avrebbe significato venire meno agli impegni presi all’inizio, con il rischio di compromettere la credibilità dei fondatori.
Secondo l’accusa di Musk, queste parole mostrano che l’idea di cambiare assetto e allontanare il miliardario dalla governance era già presente in una fase iniziale, ben prima della trasformazione formale dell’organizzazione avvenuta due anni dopo.
La difesa di OpenAI
Secondo OpenAI la causa non ha nulla a che fare con la tutela dell'umanità ed è invece "una campagna di molestie guidata da ego, gelosia e dal desiderio di rallentare un concorrente".
Quel concorrente è xAI, la società di intelligenza artificiale che Musk ha fondato nel 2023 e che oggi sviluppa il chatbot Grok in diretta competizione con ChatGpt.
OpenAI porterà in aula anche un argomento delicato per Musk: nel 2017, secondo la documentazione raccolta dalla difesa, era stato lo stesso miliardario a proporre una struttura a profitto, prospettando perfino una fusione tra OpenAI e Tesla.
Ma nel momento in cui non è riuscito a ottenere il controllo dell’organizzazione, sostengono i legali di Altman, Musk sarebbe diventato un critico della spinta verso il profitto.
In un post pubblicato da OpenAI all'inizio della battaglia legale, l’azienda ha scritto: “Siamo dispiaciuti che si sia arrivati a questo punto con una persona che abbiamo a lungo ammirato: qualcuno che ci ha spinto a puntare più in alto, poi ha detto che avremmo fallito, ha fondato un concorrente e infine ci ha fatto causa quando abbiamo iniziato a compiere progressi concreti verso la missione di OpenAI senza di lui”.
Inoltre, secondo OpenAI, Elon Musk era già consapevole che la ricerca sull’intelligenza artificiale difficilmente sarebbe rimasta aperta nel lungo periodo, come previsto in origine.
Tra i documenti depositati in tribunale compare uno scambio di e-mail del gennaio 2016, in cui Ilya Sutskever, allora responsabile della ricerca, spiegava a Musk: “Man mano che ci avviciniamo alla costruzione di un’intelligenza artificiale avanzata, avrà senso essere meno aperti. L’‘open’ di OpenAI significa che tutti dovrebbero beneficiare dei risultati dell’IA una volta sviluppata, ma è del tutto accettabile non condividere la ricerca…”. Musk rispondeva con un sintetico: “D’accordo”.
Le contraddizioni di Musk
Nel 2022, all'uscita di ChatGpt, Musk fu tra i primi a sostenere che OpenAI stesse correndo troppo. L'anno successivo firmò, insieme ad altri scienziati e imprenditori, una lettera aperta che chiedeva una moratoria di sei mesi sullo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale più potenti.
Eppure, proprio nei mesi in cui prendeva pubblicamente quella posizione, stava lavorando alla nascita di xAI, una società che fa esattamente quello che Musk diceva di voler frenare: addestra modelli di frontiera, costruisce data center sempre più grandi, compete per gli stessi clienti, gli stessi ingegneri e gli stessi chip di OpenAI, Anthropic e Google.
C'è anche un altro elemento che indebolisce il richiamo all’‘etica’ che pervade la causa del miliardario. Quando xAI è nata, era stata costituita come società a beneficio pubblico, con un obbligo formale di perseguire impatti ambientali e sociali. Quello status è stato abbandonato nel 2025, dopo la fusione con il social network X. La stessa scelta che Musk rimprovera oggi a OpenAI.
Da alleati a rivali
Nel 2015 Musk e Altman si presentavano insieme al pubblico come i co-fondatori di un'iniziativa - OpenAI appunto - pensata in chiara opposizione a Google.
Entrambi vedevano nell’intelligenza artificiale un pericolo incombente: da un lato temevano che potesse sfuggire al controllo umano, dall’altro che una tecnologia così potente finisse nelle mani di pochi attori. Tra questi Larry Page e Sergey Brin, i co-fondatori di Google, già in vantaggio nella ricerca grazie a risorse e talenti.
In questo contesto, Elon Musk avrebbe garantito finanziamenti e visibilità, mentre Sam Altman, allora presidente di Y Combinator, uno dei più importanti incubatori della California, si sarebbe occupato dell’organizzazione. Per Altman, Musk rappresentava un punto di riferimento. I due si erano conosciuti attraverso contatti comuni e si erano incontrati per la prima volta nello stabilimento di SpaceX.
In un post pubblicato nel 2019 sul suo blog personale, Altman ricordava quell’incontro come un momento decisivo. Raccontava di una visita guidata nella fabbrica, durante la quale Musk descriveva nei dettagli la produzione dei razzi. Ciò che lo aveva colpito, scriveva, era la sicurezza con cui parlava della possibilità di inviare missioni su Marte. Uscendo da quell’incontro, concludeva, aveva avuto la sensazione di aver visto da vicino un esempio concreto di convinzione assoluta. Una persona a cui tutti avrebbero dovuto ispirarsi per avere successo.
Ma tra i due si era già aperta una frattura profonda: nel 2018 Elon Musk aveva lasciato OpenAI dopo che era stata respinta la sua proposta di assumere il controllo dell’organizzazione e integrarla con Tesla. Musk considerava questa l’unica strada per competere con Google. Senza il supporto di Tesla, sosteneva, OpenAI non avrebbe avuto reali possibilità di successo.
Per qualche tempo i contatti tra i due sono rimasti cordiali, ma quando nel 2022 ChatGpt è diventato un fenomeno globale, e OpenAI è passata da laboratorio di nicchia a colosso tecnologico, il rapporto tra i due si è incrinato. Da quel momento, infatti, Musk ha spesso attaccato Altman dal suo account X seguito da più di duecento milioni di follower, accusandolo di aver tradito la missione originaria di OpenAI.
Stargate e l'offerta da 97 miliardi
Lo scontro è esploso definitivamente all'inizio del 2025. Il 21 gennaio, il giorno dopo l'insediamento di Donald Trump, Sam Altman si è presentato alla Casa Bianca insieme a Larry Ellison [CEO di Oracle] e a Masayoshi Son [CEO di SoftBank] per annunciare Stargate, un progetto di investimento di 500 miliardi di dollari in infrastrutture per l'intelligenza artificiale negli Stati Uniti.
Elon Musk, che aveva contribuito alla vittoria elettorale di Donald Trump diventandone uno dei consiglieri più fidati, ha criticato l’operazione e ha messo in dubbio la solidità finanziaria di OpenAI e dei suoi partner.
Tre settimane dopo, Musk ha presentato al consiglio di amministrazione di OpenAI un'offerta non sollecitata da 97,4 miliardi di dollari per acquisire il controllo del ramo no-profit della società. Altman ha respinto la proposta con un post ironico sui social. Poi ha affermato: “Musk vule solo rallentarci”.
Cosa c'è davvero in palio
Dietro le schermaglie personali, la posta in gioco è enorme.
OpenAI, che ha completato il proprio passaggio a public benefit corporation nel 2025, è oggi al centro di una corsa al capitale senza precedenti. Il suo valore ha superato i 730 miliardi di dollari. Inoltre l’azienda guidata da Altman si prepara a una possibile quotazione in borsa che potrebbe portare la valutazione attuale verso cifre senza precedenti.
Una sentenza che imponesse il ritorno a una struttura puramente no-profit, o anche solo una sospensione dei legami con Microsoft, comprometterebbe il debutto a Wall Street e congelerebbe miliardi di investimenti già impegnati.
Per xAI, il calcolo è speculare. Rallentando OpenAI, la società di Musk - che non è ancora riuscita a lasciare il segno sul mercato, anzi si è attirata critiche a causa dei contenuti inopportuni, osceni e antisemiti del suo chatbot Grok - può teoricamente guadagnare terreno. Soprattutto ora che Musk ha deciso di fonderla in SpaceX, azienda aerospaziale il cui ingresso in borsa è imminente.
Le conseguenze sulla corsa all’IA
Ma la questione più profonda, quella che rende il processo più di una semplice disputa tra miliardari, riguarda la governance dell'intelligenza artificiale.
Se la giuria darà ragione a Musk, sarà la prima volta che un tribunale americano deciderà che un'azienda tecnologica ha violato i propri obblighi caritatevoli convertendosi al profitto, con possibili conseguenze sull'intero modello di sviluppo della Silicon Valley.
Se invece prevarrà OpenAI, verrà confermata l'idea che le missioni dichiarate al momento della fondazione possano essere riscritte sotto la pressione del capitale, purché gli investitori e il consiglio siano d'accordo.
In entrambi i casi, il verdetto inciderà su chi controllerà la tecnologia che molti, compresi Musk e Altman, considerano la più potente dei prossimi decenni, e su quanto potere economico e politico finirà nelle mani di un piccolo numero di aziende.