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Dieci anni di OpenAI: i segreti, i successi e le ombre dell’azienda che ha creato ChatGpt

Dieci anni di OpenAI: i segreti, i successi e le ombre dell’azienda che ha creato ChatGpt

Dicembre 2015: nasce OpenAI, con la promessa di rendere l’intelligenza artificiale sicura e a beneficio dell’umanità. Dieci anni dopo, quel laboratorio no-profit è diventato uno degli attori più potenti e discussi della tecnologia globale. Questo racconto ricostruisce, passo dopo passo, le luci e le ombre di un progetto idealista che è dovuto scendere a compromessi con capitali e potere per riscrivere il futuro

16 minuti di lettura

Nella primavera del 2015, due innovatori della Silicon Valley si ritrovarono in preda allo stesso, lancinante timore. Sam Altman, all'epoca trentenne e presidente di Y Combinator, l'acceleratore di startup più importante della California, condivideva con Elon Musk, il controverso CEO di Tesla e SpaceX, la preoccupazione che l'intelligenza artificiale potesse un giorno sfuggire al controllo umano. O, quantomeno, finire nelle mani sbagliate.

In quegli anni la frontiera più avanzata dell’intelligenza artificiale parlava soprattutto la lingua di Google, che aveva assorbito DeepMind, il laboratorio fondato nel 2013 da Demis Hassabis insieme a Mustafa Suleyman e Shane Legg con l’ambizione di costruire un’intelligenza artificiale generale.

Elon Musk, già allora, lanciava segnali d’allarme sempre più cupi: nelle interviste descriveva l’IA come una forza capace di “evocare il demone”, qualcosa che l’umanità rischiava di non poter controllare. Sam Altman, animato dagli stessi timori apocalittici, si interrogava su come evitare che l’avanzata delle macchine intelligenti imboccasse una traiettoria irreversibile.

A maggio del 2015, Altman mise per iscritto i suoi pensieri in un'e-mail a Musk.

“Ho riflettuto molto sulla possibilità di impedire all'umanità di sviluppare l'IA,” scrisse. “Se succederà comunque, sarebbe opportuno che lo facesse qualcun altro prima di Google.” Altman propose: “E se creassero una nuova organizzazione, un Progetto Manhattan per l'IA, per garantire che questa potente tecnologia venisse sviluppata in modo responsabile e a beneficio di tutti?” La risposta di Musk arrivò qualche ora dopo: “Probabilmente vale la pena parlarne.”

Questo breve scambio diede il via alla nascita di OpenAI. Fin dall'inizio, Altman e Musk immaginarono il loro laboratorio come un contrappeso agli sforzi portati avanti da giganti orientati al profitto. Se un'IA super-intelligente era inevitabile, desideravano che emergesse secondo principi di trasparenza e design allineati ai valori degli esseri umani. Nei loro scambi privati, Altman chiarì che questa nuova iniziativa avrebbe dovuto “appartenere al mondo” come una sorta di progetto senza scopo di lucro, anche se le persone che vi lavoravano avrebbero ricevuto una “retribuzione da startup” per il loro impegno.

I due imprenditori erano influenzati dai teorici del rischio esistenziale - come Nick Bostrom - e dagli incubi della fantascienza: parlavano di prevenire una “dittatura dell'AGI”, uno scenario in cui una singola IA avanzata (o l'azienda che la controllava) potesse ottenere un potere illimitato.

I due co-fondatori di OpenAI: Sam Altman ed Elon Musk
I due co-fondatori di OpenAI: Sam Altman ed Elon Musk 

OpenAI avrebbe invece cercato di garantire che l'IA, in particolare l'Intelligenza Artificiale Generale (un sistema intellettualmente flessibile come un essere umano), portasse beneficio a tutta l'umanità e non solo a pochi privilegiati. Era una missione idealistica, nata da speranza e allarme in egual misura. E sostenuta dalla disponibilità di Musk, e di altri generosi donatori, a finanziare la ricerca sull’IA a un livello tale da poter competere con i colossi della tecnologia come Google. “Penso che dovremmo dire che partiamo con un impegno di finanziamento di 1 miliardo di dollari,” scrisse Musk ad Altman. “È una cosa seria. Coprirò io quello che gli altri non forniranno.” Alla fine del 2015, questa filosofia di non badare a spese divenne concreta con il lancio pubblico di OpenAI.

Un laboratorio no-profit con una missione ambiziosa

OpenAI fu ufficialmente svelata al mondo l’11 dicembre del 2015, in concomitanza con la conferenza annuale NeurIPS sull'IA.

In un'epoca in cui la ricerca sull'IA era tipicamente nascosta dietro mura aziendali o dipartimenti accademici, OpenAI intendeva “far progredire l'intelligenza digitale nel modo che ha maggiori probabilità di portare beneficio all'umanità intera, senza la costrizione di dover generare un ritorno finanziario”. Il nome stesso del laboratorio - scelto da Musk - comunicava la sua etica di apertura e beneficio collettivo. E l'elenco dei fondatori e dei sostenitori testimoniava che non si trattava di una startup qualunque.

Elon Musk e Sam Altman erano elencati come co-presidenti e avevano radunato alcuni tra i nomi più importanti della Silicon Valley per sostenere l'impresa. Gli investitori Peter Thiel e Jessica Livingston, Reid Hoffman di LinkedIn, e aziende come Amazon Web Services e Infosys promisero tutti di contribuire a finanziare l'iniziativa, impegnandosi collettivamente a versare 1 miliardo di dollari per avviare OpenAI.

Anche gli ingegneri e i talenticoinvolti nel progetto erano di primo piano. L'ex CTO di Stripe, Greg Brockman, si unì come co-fondatore e CTO, e, cosa forse più importante, Ilya Sutskever, uno dei massimi ricercatori di IA al mondo, lasciò Google per diventare il direttore della ricerca di OpenAI. Il team includeva anche giovani prodigi ed esperti del settore – persone come Wojciech Zaremba, John Schulman e Andrej Karpathy – molti dei quali erano stati corteggiati da altri colossi. Ma alla fine tutti furono attratti dalla missione di OpenAI.

L'abbraccio dei protagonisti dell'ascesa di OpenAI, insieme ad Altman ci sono Greg Brockman, Ilya Sutskever e Mira Murati
L'abbraccio dei protagonisti dell'ascesa di OpenAI, insieme ad Altman ci sono Greg Brockman, Ilya Sutskever e Mira Murati 

Quando Altman, Musk e i loro colleghi presentarono OpenAI sui social e sul blog ufficiale del laboratorio, il tono appariva utopico. OpenAI, proclamarono, avrebbe promosso l'IA nell'interesse pubblico e condiviso apertamente la sua ricerca. “La tecnologia appartiene all'umanità,” insisteva spesso Altman, sottolineando che nessuna singola entità privata avrebbe dovuto controllare un'intelligenza capace di plasmare la società in modo fondamentale.

La struttura no-profit garantiva che non c'erano partecipazioni azionarie per arricchire i fondatori: qualsiasi proprietà intellettuale sarebbe stata pubblicata liberamente o resa disponibile al pubblico. Questo era l’intento, almeno all’inizio. Per molti, nella comunità dell'IA, sembrò una ventata d'aria fresca.

Dietro le quinte, tuttavia, l'idealismo di OpenAI era mitigato da una feroce vena pragmatica. Altman e Musk sapevano che competere con aziende del calibro di Google avrebbe richiesto talenti eccezionali e risorse significative. In pratica, ciò significava che OpenAI doveva offrire ai suoi scienziati una retribuzione molto alta, che potesse competere con le offerte generose che caratterizzavano - già all’epoca - il settore.

I primi assunti ricevettero pacchetti retributivi consistenti (un'offerta all'inizio del 2016 prevedeva uno stipendio di 275.000 dollari, più future partecipazioni nelle startup di Y Combinator come incentivo). Ilya Sutskever guadagnò più di 1,9 milioni di dollari nel 2016 – una somma sorprendente per un dipendente di un ente no-profit – e in seguito ammise di aver rifiutato offerte ancora più invitanti per unirsi a OpenAI. La logica era semplice: assicurarsi le persone migliori del mondo, a qualunque costo.

Musk disse senza mezzi termini ad Altman: “Qualsiasi cosa serva per assumere talenti di prima classe per me va bene”. OpenAI insomma si comportava come una startup ben finanziata, anche se in in pubblico predicava una missione umanitaria. Questa doppia identità - in parte ricerca idealistica, in parte organizzazione tipica della Silicon Valley - avrebbe definito gran parte del carattere di OpenAI, e preannunciato alcune delle sue tensioni interne negli anni a venire.

La partenza di Musk e il cambio di strategia

Nei primi due anni di OpenAI, iniziarono a formarsi delle crepe nel rapporto tra Elon Musk e Sam Altman.

Entrambi erano brillanti e ambiziosi, e man mano che OpenAI prendeva slancio, emersero differenze nelle loro visioni. Musk era abituato ad essere l'uomo al comando, la forza trainante delle sue aziende.

Ma in OpenAI Altman gestiva di fatto gli affari quotidiani (aveva persino ridotto il suo ruolo in Y Combinator per dedicare più energia al laboratorio di IA). Entro il 2017, la questione su chi dovesse guidare in definitiva OpenAI – e come – divenne un punto di contesa. Musk, sempre più allarmato dai rapidi progressi dell'IA in Google e altrove, sentiva che OpenAI doveva muoversi più velocemente e con maggiore impegno. Propose in privato l'idea di assumere lui stesso la presidenza o la carica di CEO di OpenAI per accelerare i progressi del laboratorio.

Questa prospettiva allarmò gli altri co-fondatori di OpenAI, in particolare Brockman e Sutskever, che temevano che la propensione di Musk al controllo potesse minare lo spirito no-profit e collaborativo del laboratorio. “È una cattiva idea creare una struttura in cui potresti diventare un dittatore se lo scegliessi”, scrissero a Musk, invocando in modo mirato lo spettro di un comandante supremo dell'IA.

Musk non accolse bene la resistenza. Nei mesi successivi allo scontro con gli altri fondatori divenne sempre più scettico sul fatto che OpenAI potesse tenere il passo di Google nella corsa all’IA.

All'inizio del 2018, il CEO di Tesla diceva apertamente che OpenAI era “rimasta indietro rispetto a Google” e sarebbe probabilmente diventata irrilevante senza cambiamenti drastici. Nel febbraio di quell’anno, dopo aver appurato che non sarebbe riuscito a impugnare il volante di OpenAI, Elon Musk si allontanò dal laboratorio che aveva contribuito a creare. Si dimise dal consiglio di amministrazione e tagliò i suoi finanziamenti.

L'uscita di Musk avrebbe potuto facilmente essere un colpo mortale: a quel punto aveva investito almeno 50 milioni di dollari (e secondo alcuni rapporti fino a 100 milioni di dollari) di tasca sua in OpenAI. Senza i suoi fondi il modello no-profit del laboratorio era a rischio.

Addestrare modelli di IA all'avanguardia, si scoprì, era estremamente costoso. Il team di OpenAI aveva appena stimato che per ottenere i progressi sperati avrebbero avuto bisogno di un data center di supercomputing dedicato e di circa 100 milioni di dollari solo per sostenere la loro ricerca. Altman e i suoi colleghi si trovarono di fronte a una scelta difficile: o ridimensionare drasticamente i loro sogni, o trovare un nuovo modo per raccogliere denaro.

La prima riunione di OpenAI, a San Francisco
La prima riunione di OpenAI, a San Francisco 

La ristrutturazione diventò il compito principale di Sam Altman, che dopo l’uscita di Musk aveva assunto la guida di OpenAI. Tra il 2018 e il 2019, lontano dai riflettori, il gruppo dirigente mise mano a un’architettura organizzativa senza precedenti, concepita per sciogliere il nodo più urgente: quello delle risorse. OpenAI avrebbe conservato l’anima no-profit e sarebbe rimasta fedele alla missione originaria - sviluppare un’AGI sicura a beneficio dell’umanità - ma avrebbe affiancato al cuore idealista una struttura a scopo di lucro, controllata dall’ente non profit, capace di attirare capitali e nuovi investitori.

Nel marzo del 2019 OpenAI annunciò la sua trasformazione in una società a “profitto limitato”, un modello inedito che fissava un tetto ai rendimenti degli investitori: fino a cento volte il capitale iniziale. Tutto ciò che avesse superato quella soglia sarebbe rifluito nella missione no-profit. Si trattava di un compromesso ambizioso, sospeso tra filantropia e venture capital.

E subito affiorarono i primi dubbi. In molti si chiesero se, di fronte a cifre astronomiche, la sicurezza avrebbe davvero continuato a prevalere sul profitto. Ma al di là delle obiezioni, la scommessa funzionò: OpenAI trovò il modo di finanziare il proprio futuro senza rinnegare, almeno formalmente, le proprie origini.

Nell'estate del 2019 Microsoft intervenne con una partnership importante, investendo circa 1 miliardo di dollari in OpenAI e accettando di fornire la potenza di calcolo cloud di cui il laboratorio aveva disperatamente bisogno. Anche altri investitori, da Reid Hoffman di LinkedIn a Khosla Ventures, si unirono al primo round di finanziamento, che assicurò impegni per circa 1 miliardo di dollari (sebbene solo una frazione di ciò fu versata in anticipo).

Primi progressi e difficoltà

Mentre OpenAI cambiava pelle, i suoi scienziati erano impegnati a far parlare del laboratorio con i progressi delle loro ricerche. In quei primi anni, il team guidato da Sutskever produsse una serie di risultati notevoli. OpenAI conquistò una discreta fama quando una sua IA iniziò a sconfiggere i giocatori umani nel videogame Dota 2, un gioco di strategia in tempo reale estremamente complesso. Per la prima volta una macchina riuscì a battere campioni del mondo umani in competizioni professionistiche di e-sport.

Per arrivarci, quell’intelligenza artificiale aveva giocato in simulazione l’equivalente di 45.000 anni di Dota 2, un addestramento che le aveva conferito riflessi sovrumani e una visione strategica capace di anticipare le mosse vincenti di una partita. Il successo non fu solo spettacolare: dimostrò che l’IA poteva dominare ambienti caotici e dinamici, fondati sulla cooperazione e sulla pianificazione a lungo termine.

In quegli anni, quasi in sordina, dentro OpenAI stava prendendo forma un’ossessione destinata a segnare tutto il resto: i modelli linguistici di grandi dimensioni. Sistemi addestrati divorando quantità smisurate di testo - archivi di libri digitali non pubblicati e successivamente l’intera Internet - con un obiettivo che all’epoca era ancora complesso: prevedere la parola successiva e, così facendo, imparare a scrivere come un essere umano. L’intuizione dei ricercatori era che, aumentando potenza di calcoli e dati, da quei modelli potessero emergere capacità inattese che non erano state programmate esplicitamente.

Il primo passo fu GPT-1, un modello rilasciato a metà 2018 quasi senza rumore. Un prototipo più che un prodotto, con i suoi 117 milioni di parametri - una cifra che oggi fa sorridere - ma sufficiente a dimostrare che la direzione era quella giusta. La svolta arrivò nel febbraio 2019, con l’annuncio di GPT-2, un modello più potente e per questo più inquietante.

Era in grado di generare paragrafi coerenti e contestualmente credibili: notizie e racconti, per esempio, generati con una naturalezza sorprendente. Non era perfetto, ma era abbastanza buono da porre una domanda nuova e scomoda: cosa succede se una macchina può produrre testi convincenti su scala industriale?

Temendo usi impropri - disinformazione automatizzata, propaganda, manipolazione - la stessa OpenAI scelse di non rilasciare subito il modello completo. Pubblicò l’articolo scientifico e una versione ridotta, ma tenne sotto chiave il vero GPT-2, il colosso da 1,5 miliardi di parametri. Serviva tempo, dissero, per studiare i rischi e capire come contenerli.

Altman e il suo team arrivarono a definire il sistema “troppo pericoloso” per essere diffuso liberamente, un’espressione che per alcuni suonava come prudenza, per altri come marketing travestito da etica.

Il paradosso era evidente. Un’organizzazione che si chiamava OpenAI stava scegliendo, per la prima volta, la strada della chiusura. Le critiche non tardarono, e segnarono un punto di non ritorno. Anche Elon Musk, ormai osservatore esterno, reagì con fastidio a quella che considerava un’inversione di rotta. Quello che era nato come un laboratorio di ricerca aperto al mondo, dissero alcuni con amaro sarcasmo, stava iniziando ad assomigliare fin troppo a una normale azienda tecnologica.

Ma OpenAI andò avanti. Nel 2020, l'azienda introdusse GPT-3, un salto davvero sbalorditivo in scala e capacità. Con 175 miliardi di parametri, GPT-3 era di gran lunga il più grande modello di IA del suo genere all'epoca. Durante un rilascio beta privato a metà 2020, coloro che sperimentarono GPT-3 rimasero a bocca aperta. Fornendo un semplice incipit, questo modello poteva produrre saggi coerenti, oppure riusciva a rispondere a domande, scrivere codice informatico, comporre poesie nello stile di Shakespeare o simulare una conversazione casuale. Per di più, sembrava aver assorbito una vasta quantità di conoscenza del mondo durante l'addestramento, tali da permettergli di eseguire compiti che non gli erano mai stati esplicitamente insegnati, dalla traduzione tra lingue all'aritmetica rudimentale, semplicemente perché aveva letto così tanto testo che aveva “appreso” quelle abilità.

Per molti, GPT-3 fu un “momento Sputnik” per l'IA: dimostrò come l'aumento di scala di un algoritmo con più dati e potenza di calcolo potesse improvvisamente sbloccare miglioramenti qualitativi nelle prestazioni. OpenAI, capitalizzando sull'interesse, offrì GPT-3 come servizio commerciale. Lanciarono l'API di OpenAI, consentendo a sviluppatori e aziende di sfruttare le capacità di GPT-3 (a pagamento) per costruire nuove applicazioni. In particolare, con una mossa che molti ritennero controversa, l’azienda guidata da Altman stipulò un accordo per concedere in licenza la tecnologia sottostante di GPT-3 in esclusiva a Microsoft nel settembre 2020. Per alcuni, questa fu un'ulteriore prova che OpenAI si stava allontanando dalle sue radici aperte e no-profit verso alleanze confortevoli con la Big Tech. Esattamente ciò che Musk aveva temuto.

ChatGpt e la nuova corsa all’IA

Il 30 novembre 2022, OpenAI rilasciò senza clamore un nuovo chatbot sul suo sito web: un'interfaccia alimentata da una versione migliorata di GPT-3, GPT-3.5, con cui chiunque poteva parlare. La chiamarono ChatGpt, e nel giro di poche settimane avrebbe scosso il mondo della tecnologia. Gli utenti comuni potevano avere una conversazione con un'IA altamente avanzata, e ricevere risposte sorprendentemente articolate, spesso incredibilmente simili a quelle che avrebbe potuto dare una persona in carne e ossa. In alcuni casi, addirittura migliori.

Se GPT-3 aveva impressionato i ricercatori e i primi utilizzatori, ChatGpt conquistò il grande pubblico. Nel giro di cinque giorni, oltre 1 milione di persone si erano registrate per chattare con l'IA. Dopo appena due mesi, il chatbot raggiunse 100 milioni di utenti, diventando all'epoca l'app consumer con la crescita più rapida della storia. Improvvisamente, tutti – studenti, ingegneri, scrittori, medici, chiunque – stavano sperimentando ChatGpt per vedere cosa poteva fare.

Poteva spiegare la fisica quantistica a un livello comprensibile ai non esperti, aiutare a eseguire il debug di un pezzo di codice software, comporre messaggi personali toccanti o redigere e-mail aziendali. Poteva anche avere allucinazioni sui fatti e commettere errori con estrema sicurezza, cosa che divenne fonte di umorismo e preoccupazione. Ma non si poteva negare che ChatGPT rappresentasse un punto di svolta: l'IA era uscita dal laboratorio ed era diventata un fenomeno mainstream.

Il rilascio di ChatGpt scatenò il panico in Google. La capacità del chatbot di OpenAI di rispondere alle domande in modo conversazionale fu vista come una minaccia diretta al popolare motore di ricerca dell’azienda di Mountain View.

Microsoft, dal canto suo, si mosse rapidamente per rafforzare la sua partnership con OpenAI. Nel gennaio 2023 investì circa 10 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti nell’azienda di Altman. L'accordo rese l’azienda di Redmond il partner commerciale preferenziale per la tecnologia di OpenAI e gli permise di integrare una versione avanzata di ChatGpt nel suo motore di ricerca Bing e nella sua suite Office.

Entro la metà del 2023, la valutazione di OpenAI era salita alle stelle: valeva 80 miliardi di dollari o più, alla pari con le più grandi startup private del pianeta. In meno di un anno, OpenAI si era trasformata da un laboratorio di nicchia nella protagonista della rivoluzione dell'IA, corteggiata da colossi tech, esaminata dai governi e onnipresente nella cultura popolare come “l'azienda che ha creato ChatGpt”.

Eppure, in mezzo all'euforia per il successo, all’interno le tensioni crescevano silenziosamente. Le stesse qualità che rendevano Altman un leader efficace - la sua spinta implacabile, l'ambizione di distribuire l'IA su larga scala e la disinvoltura nel corteggiare gli investitori - preoccupavano alcuni membri del team e il consiglio di amministrazione incaricato di sorvegliare che l'azienda restasse fedele alla sua missione originaria. A loro, Altman a volte sembrava troppo desideroso di commercializzare e scalare, potenzialmente a scapito del mandato a lungo termine di “IA sicura”. Fu questo attrito, a novembre 2023, a esplodere pubblicamente, causando uno degli episodi più drammatici della storia recente della Silicon Valley.

Il licenziamento di Sam Altman (e il suo ritorno)

Nel pomeriggio del 17 novembre 2023, OpenAI rilasciò una dichiarazione concisa che scioccò dipendenti, investitori e la più ampia comunità dell'IA: il consiglio di amministrazione aveva rimosso Sam Altman dalla carica di CEO, con effetto immediato. All'inizio non fu fornita alcuna ragione chiara, solo una nota criptica secondo cui Altman non era stato “trasparente nelle sue comunicazioni” con il consiglio, portando quest'ultimo a perdere fiducia nella sua leadership.

Per chiunque fosse al di fuori della cerchia ristretta del board, il licenziamento sembrò arrivare dal nulla.

OpenAI, sull'onda del successo di ChatGpt, era diventata una delle startup più preziose e influenti del mondo. Altman era il suo volto pubblico e la sua forza motrice. Ora era improvvisamente fuori, e l'azienda si ritrovò nel caos. I dipendenti stessi di OpenAI furono i primi a ribellarsi. Il giorno dopo il licenziamento, oltre 700 impiegati firmarono una lettera aperta dicendo che se ne sarebbero andati a meno che il consiglio non avesse annullato la sua decisione. Greg Brockman, co-fondatore e presidente del consiglio (che non faceva parte della decisione a maggioranza del consiglio di licenziare Altman), si dimise per protesta. Molti ricercatori indicarono che avrebbero seguito Altman ovunque fosse andato. Fu un ammutinamento senza precedenti in un'azienda della portata di OpenAI, e gettò il consiglio in una crisi profonda.

La saga che si sviluppò nei successivi fu degna della trama di una serie tv.

Altman fu rapidamente corteggiato da Microsoft: entro 48 ore dal suo licenziamento, il CEO di Microsoft Satya Nadella gli propose di guidare un nuovo team di ricerca sull'IA in Microsoft. Il messaggio da Redmond fu provocatorio: se il consiglio di OpenAI non voleva Altman, Microsoft lo avrebbe preso volentieri.

Questa escalation non fece che aumentare la pressione sul consiglio di OpenAI, che provò a difendere la sua decisione alludendo a preoccupazioni sulla governance di Altman e sull'aderenza dell'azienda alla sua missione: c'erano voci - riportate anche dal New York Times - secondo cui alcuni membri del consiglio sentivano che Altman si stesse muovendo troppo velocemente nella distribuzione di potenti IA e fosse stato poco trasparente su certi sviluppi della ricerca.

Ma la posizione del consiglio divenne rapidamente insostenibile di fronte alla reazione quasi unanime dei dipendenti di OpenAI e dei suoi investitori. Così in breve tempo il board passò dal licenziare il CEO al cercare di riassumerlo a tutti i costi.

Cinque giorni dopo essere stato allontanato, Sam Altman si riprese il ruolo di CEO e il consiglio che lo aveva estromesso venne sostituito. L'intero board originale (ad eccezione di Adam D’Angelo) fu sciolto e fu formato un nuovo consiglio provvisorio. In seguito, un'indagine esterna (guidata dallo studio legale WilmerHale) concluse che il licenziamento di Altman era stata il risultato di “una rottura nel rapporto e una perdita di fiducia” tra il CEO e il vecchio consiglio. Ma, cosa importante, stabilì che la condotta di Altman “non imponeva la rimozione”. In termini più semplici, il consiglio potrebbe aver reagito in modo eccessivo, agendo sulla base di paure vaghe piuttosto che di una cattiva condotta concreta.

La crisi di novembre 2023 evidenziò la bizzarra struttura di governance che caratterizzava OpenAI: un consiglio no-profit che supervisionava un'azienda a scopo di lucro che stava crescendo alla velocità della Silicon Valley. OpenAI, il laboratorio fondato per garantire l'armonia tra umani e IA, aveva evitato per un pelo di lacerarsi a causa di un dramma umano. Ma entro la fine di quell’anno, con Altman di nuovo al timone, l'azienda ricominciò la sua rapida marcia verso il futuro.

Il nuovo modello GPT-4 e una serie di accordi miliardari per costruire enormi data center dedicati all’IA - chiamati Stargate - hanno trasformato OpenAI in un colosso tech del valore odierno di oltre 500 miliardi di dollari, con più di 800 milioni di utenti attivi a settimana che utilizzano la sua creatura: ChatGpt. Stiamo parlando di un’azienda che oggi rincorre apertamente il profitto, e che si prepara a essere quotata in borsa.

Sam Altman, CEO di OpenAI
Sam Altman, CEO di OpenAI 

Il nuovo gigante tecnologico e le sue sfide

Grazie al successo sfrenato di ChatGpt e dei suoi modelli di IA, l'influenza di OpenAI rivaleggia con quella dell'IBM del XX secolo o di Google di metà anni 2000.

Il suo CEO, Sam Altman, è diventato una celebrità - uno dei volti pubblici di spicco dell'IA - che testimonia davanti ai governi sulla sicurezza dell'IA, negozia accordi con i CEO delle principali aziende per integrare l'IA e tiene discorsi alle conferenze tecnologiche con pronostici sull’avvento dell’AGI e sul futuro del lavoro umano, minacciato da sistemi automatizzati che la stessa OpenAI sviluppa nei suoi laboratori.

I modelli GPT di punta di OpenAI (giunti alla versione GPT-5.2) sono ampiamente utilizzati in settori che vanno dall'istruzione alla medicina all'ingegneria del software. In un certo senso, il sogno originale di Altman e Musk si è avverato: OpenAI è diventata una protagonista della corsa all'IA avanzata, riuscendo a tenere testa ai giganti della tecnologia, come Google, di cui i due imprenditori si preoccupavano dieci anni fa. Ma è anche diventata - per ironia della sorte - il tipo di forza dominante che un tempo Altman e Musk temevano: un colosso all'avanguardia dell'IA che mette in ombra chiunque si avvicini a questo settore.

Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind
Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind 

Con il grande potere, tuttavia, sono arrivate grandi controversie. OpenAI si ritrova ora a navigare in un campo minato di sfide etiche, legali e competitive. Un fronte importante è la questione della proprietà intellettuale e del copyright.

Nel tentativo di addestrare un'IA sempre più capace, OpenAI ha alimentato i suoi modelli con vaste porzioni di Internet, inclusi libri, articoli e immagini, molti dei quali opere protette da copyright. Di conseguenza, l'azienda sta affrontando un'ondata di cause legali da parte di creatori che sostengono che OpenAI abbia violato i loro diritti. In una causa collettiva di alto profilo intentata nel 2023 (ora consolidata in tribunale federale a New York), un gruppo di autori di spicco – tra cui George R.R. Martin, John Grisham, Jodi Picoult e George Saunders, tra gli altri – ha accusato OpenAI di aver essenzialmente utilizzato i loro romanzi per addestrare ChatGpt senza permesso, e persino di produrre testi derivati che ne imitano la scrittura.

OpenAI sostiene di essere coperta dalla dottrina del fair use – per cui l'addestramento di un'IA sul testo, che comporta la copia dei dati, viene ritenuto un uso trasformativo simile alla lettura e all'apprendimento – ma il terreno legale è incerto. Le battaglie sul copyright che ora coinvolgono OpenAI e i suoi pari stabiliranno probabilmente importanti precedenti su come l'IA può essere sviluppata.

Un'altra sfida è arrivata, qualche tempo fa, da Elon Musk, che da co-fondatore si è trasformato in antagonista.

Nel 2023, Musk ha lanciato un'impresa rivale chiamata xAI, dicendo di voler costruire un'IA che “cerca la verità” e sia in grado di “comprendere l’universo”. È anche diventato uno dei critici più rumorosi di OpenAI sui social media, fustigando l'azienda per aver “chiuso” la sua tecnologia e per la sua alleanza con Microsoft. La critica di Musk si è intensificata in un'azione legale. Nel 2024 l’imprenditore ha intentato una causa contro OpenAI (e Microsoft) in cui accusa la sua stessa creatura di aver abbandonato il suo statuto fondativo e di essere effettivamente diventata una “sussidiaria” di Microsoft.

Ma le questioni più gravi che OpenAI deve affrontare non riguardano Musk. Sono quelle, invece, derivanti dagli impatti nel mondo reale dei suoi sistemi di IA.

Man mano che ChatGpt e chatbot analoghi si sono integrati nella vita quotidiana, si sono verificate conseguenze sfortunate e talvolta tragiche. Alla fine di quest’anno una serie di cause legali in California hanno colpito OpenAI, sostenendo che ChatGpt abbia effettivamente incoraggiato alcuni utenti a suicidarsi.

Queste cause legali, intentate dalle famiglie dei defunti, dipingono un quadro agghiacciante di individui vulnerabili che si rivolgono a ChatGpt per aiuto o compagnia, ricevendo in cambio consigli manipolatori e - secondo gli atti giudiziari - dannosi. In una di queste cause, per esempio, si sostiene che un adolescente abbia ricevuto istruzioni dettagliate dall'IA su come annodare un cappio e nozioni su quanto tempo si potesse sopravvivere dopo l'impiccagione. Il ragazzo è morto per suicidio alcune settimane dopo.

A questi resoconti strazianti, OpenAI ha risposto sottolineando i suoi progressi nella moderazione dei contenuti e i passi che sta muovendo per prevenire episodi di autolesionismo. Le famiglie degli utenti deceduti hanno citato in giudizio OpenAI e il suo amministratore delegato, Sam Altman, per “morte ingiusta”, sostenendo invece che l'IA, per come è stata sviluppata da OpenAI, ha causato un danno prevedibile, che poteva essere evitato.

Il ritorno di Google e i nuovi equilibri dell’IA

Nel frattempo, il panorama competitivo di cui un tempo si preoccupavano Altman e Musk ha fatto il giro completo. Il dominio di OpenAI, alla fine del 2025, non è più assicurato. Negli ultimi due anni Google è tornata in auge grazie alla sua divisione, Google DeepMind, guidata dal Nobel per la chimica Demis Hassabis.

Dopo il “codice rosso” innescato da ChatGpt, Google ha fuso il suo team Brain AI con DeepMind e ha riversato risorse nello sviluppo di un sistema di IA estremamente capace, noto inizialmente come Bard e poi con il nome definitivo Gemini. Le ultime versioni di Gemini sono state segnalate come potenti quanto, o persino più potenti dei migliori modelli di OpenAI su molti benchmark.

A differenza di OpenAI, che è essenzialmente un servizio autonomo, Google ha il vantaggio di distribuire l'IA a miliardi di utenti istantaneamente attraverso i suoi prodotti onnipresenti (Search, Gmail, Android, etc.).

Anche altre aziende come Anthropic (fondata da ex dipendenti di OpenAI) e Meta (Facebook) sono in testa alla corsa all’IA con modelli di grandi dimensioni propri. Il risultato è che OpenAI, un tempo l'outsider che correva più veloce dei giganti, è ora essa stessa un colosso che affronta sfidanti da ogni parte.

A dieci anni dalla sua nascita, OpenAI si presenta come un caso di studio sulla promessa e sul pericolo dell'idealismo tecnologico. La sua storia iniziata con una promessa precisa, quasi un atto di fede che si proponeva di salvaguardare il futuro da un'IA super-intelligente, distribuendo liberamente le loro ricerche per il bene dell'umanità.

Ma lungo la strada OpenAI è dovuta scendere a compromessi evidenti.

ChatGpt ha cambiato il mondo e ha contribuito alla nascita di numerosi strumenti IA che hanno alterato il modo in cui lavoriamo e comunichiamo, costringendo la società a confrontarsi con domande che un tempo appartenevano alla fantascienza. Ma questa rapida ascesa ha anche conosciuto diversi passi falsi, inversioni di rotta e momenti controversi.

Il primo decennio di OpenAI è, in un certo senso, la classica storia dei nostri tempi: come nasce una nuova tecnologia, come scuote le fondamenta degli affari, della politica e della vita di tutti i giorni, e come le persone dietro di essa lottano per bilanciare principi elevati con le pressioni della realtà.

Sam Altman dice spesso che l'IA sarà la tecnologia più trasformativa di sempre, alla pari o superiore all'impatto dell'elettricità o di Internet.

I primi dieci anni di OpenAI hanno rafforzato, e allo stesso tempo minato, questa promessa. Ne serviranno altri ancora per capire se questa tecnologia assicurerà all’umanità un futuro sarà davvero prospero e libero da ombre minacciose.