Se il denaro non rallenta l'invecchiamento, la povertà sembra accelerarlo. È la conclusione a cui è giunta una recente meta-analisi pubblicata su Nature Human Behaviour e condotta da ricercatori dell’Istituto Max Planck di Berlino, in Germania, e della Mailman School of Public Health della Columbia University, a New York.
Gli scienziati hanno esaminato 140 studi per un totale di 65.919 partecipanti, sia uomini sia donne, dalla nascita a 86 anni (con un’età media di 49,9), provenienti da 79 coorti distribuite in 23 Paesi, tenendo conto dello status socioeconomico.
Il risultato principale
Per stimare la velocità di invecchiamento, hanno utilizzato gli orologi epigenetici, strumenti molecolari altamente tecnologici che analizzano specifiche modificazioni chimiche, chiamate metilazioni, presenti sul Dna. Queste ultime agiscono come interruttori, attivando o disattivando i geni in risposta allo stile di vita e all'ambiente.
I risultati evidenziano che le persone con una condizione socioeconomica più bassa tendono a presentare un invecchiamento più veloce rispetto a quelle che dispongono di maggiori risorse economiche e sociali. Secondo gli autori, il fenomeno potrebbe essere correlato a diversi elementi, tra cui maggiore esposizione a fattori ambientali nocivi, minori opportunità educative, alimentazione di scarsa qualità, accesso alle cure più limitato.
L’evoluzione degli orologi
All'interno di questo approccio, gli esperti hanno testato tre generazioni di orologi epigenetici, dai primi modelli a quelli più avanzati. Hanno notato che gli orologi di prima generazione, progettati per stimare l'età biologica di una persona a partire dalle modifiche del Dna, sono perlopiù insensibili alle avversità sociali. Al contrario, gli orologi di seconda generazione, sviluppati per valutare il rischio di malattia e mortalità, e quelli di terza generazione, che misurano il ritmo dell'invecchiamento biologico, si sono dimostrati molto efficaci. In particolare, gli specialisti sottolineano che gli orologi più moderni risultano da quattro a cinque volte più accurati nel rilevare il divario rispetto a quelli sviluppati negli anni passati.
Un effetto che compare già nell'infanzia
Il team di ricerca ha preso in esame anche i bambini, con un'età compresa tra la nascita e i 18 anni. Chi cresce in famiglie economicamente svantaggiate mostra un invecchiamento più rapido rispetto ai coetanei provenienti da contesti più favorevoli. Questo suggerisce che le condizioni dei primi anni di vita possono lasciare un'impronta biologica destinata a persistere, anche se nel tempo la situazione finanziaria e sociale è migliorata. “Lo stress precoce altera il nostro funzionamento fin dall’infanzia, evidenziando la necessità di sostenere le famiglie a basso reddito”, commenta Laurel Raffington, coautrice del lavoro. “Più in generale, ridurre le disuguaglianze potrebbe avere effetti positivi non solo sociali, ma anche biologici e sanitari nel lungo periodo”.