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Violenza di genere

La strategia di Uber nelle cause per violenza sessuale. Il ‘cosa indossavi’ che resiste in tribunale

La strategia di Uber nelle cause per violenza sessuale. Il ‘cosa indossavi’ che resiste in tribunale

Dai vestiti indossati dalle vittime al loro passato, così Uber affronta migliaia di cause per violenza sessuale negli Stati Uniti

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Uber coltiva l’immagine di azienda impegnata nella protezione delle donne, con video formativi per i conducenti in cui si spiega che la violenza sessuale non può essere mai considerata colpa di chi la subisce.

Il New York Times ha condotto un’inchiesta basata sulle pagine di documenti giudiziari rivelando una realtà diversa, fatta di strategie difensive aggressive che puntano a minare la credibilità delle vittime di abusi, formulando domande umilianti ed entrando con veemenza nel loro passato e nella loro sfera privata.

Il contrasto tra le dichiarazioni dei vertici aziendali e il comportamento degli avvocati di Uber traccerebbe un quadro in cui il trauma delle vittime diventerebbe una variabile da gestire per proteggere il bilancio e l’integrità del marchio.

Uber, come riporta il NYT, deve attualmente far fronte a oltre 4.000 denunce (anche se le aggressioni sessuali subite dai passeggeri sarebbero di più). Si tratta di cause civili in cui le vittime chiedono un risarcimento per la presunta negligenza dell'azienda, e solo in una parte dei casi il conducente è già stato condannato in sede penale.

Le domande per screditare le vittime

In un caso in Texas, secondo quanto riporta il New York Times, un legale di Uber ha declassato a semplice incidente un’aggressione sessuale per la quale il conducente colpevole sta scontando 11 anni di carcere.

Un approccio simile è emerso anche in Florida. In una deposizione del 2025 legata a uno stupro, già confermato da una condanna penale del conducente a 10 anni di reclusione, gli avvocati di Uber hanno incalzato la vittima con domande sulla sua vita privata.

Le è stato chiesto con precisione quanto avesse bevuto, se provasse rimpianto per aver mescolato alcol e farmaci e che tipo di vestito e scarpe indossasse la sera in cui l’autista ha abusato di lei. I legali di Uber contestano alla donna di essere salita a bordo del veicolo in uno stato tale da renderla concausa dei danni subiti, come riporta il New York Times.

Uno schema fotocopiato in diverse cause che si stanno dibattendo in differenti Stati americani, una strategia con cui i legali di Uber tentano di mettere sotto accusa le vittime, alludendo all’abbigliamento che indossavano, agli atteggiamenti equivoci che avrebbero adottato magari sotto i fumi dell’alcol.

Le ricerche nel passato

La difesa di Uber non si limita agli eventi della notte dell'aggressione, ma scava nella storia clinica e personale delle donne che hanno fatto causa. L’azienda ha cercato di ottenere l'accesso a note terapeutiche, cartelle ginecologiche e documenti riguardanti eventuali abusi subiti durante l'infanzia o violenze domestiche pregresse. In alcuni casi sono stati interrogati persino amici, genitori ed ex partner, rivelando a volte informazioni sensibili di cui i familiari non erano a conoscenza.

Gli avvocati di Uber sostengono che queste indagini sono necessarie per valutare quanto il trauma attuale sia realmente imputabile all'incidente denunciato rispetto ad altri eventi della vita delle vittime.

Il bivio tra dialettica, etica e bilancio

Per anni Uber ha preferito risolvere queste controversie in via stragiudiziale per salvaguardare l’immagine aziendale.

La rotta è cambiata drasticamente con il crollo dei ricavi registrato durante la pandemia, quando discussioni interne hanno evidenziato che combattere le cause in tribunale avrebbe potuto far risparmiare milioni di dollari.

Nonostante le sconfitte subite, in due dei primi tre processi giunti a sentenza, l’azienda continua a opporsi con forza anche quando i conducenti sono già stati condannati in sede penale.

La versione di Uber

Uber respinge l'accusa di voler colpevolizzare le vittime. Il capo dell’ufficio legale dell'azienda, Tony West, in un comunicato riconosce che il sistema giudiziario può essere duro per chi ha subito violenza, ma assicura di aver chiesto ai propri colleghi di trattare sempre le vittime con rispetto e dignità, sostenendo che difendersi in tribunale e trattarle con umanità non sono obiettivi incompatibili. La vice direttrice dell’ufficio Affari legali, Katie Waitzman, in un comunicato ripreso dal NYT, rivendica invece il "diritto e dovere" dell'azienda di difendersi da cause che, aggiunge, variano molto per gravità e fondatezza: circa 30, sottolinea, sarebbero già state respinte perché ritenute fraudolente. Anche gli avvocati che hanno seguito i singoli processi si sono difesi, dichiarando che le domande sul passato, l'abbigliamento o le abitudini delle donne erano rivolte a raccogliere fatti specifici, non a colpevolizzarle o insinuare loro responsabilità.

Le precedenti segnalazioni

Il quotidiano newyorkese aveva già rivelato in una precedente inchiesta che, tra il 2017 e il 2022, Uber riceveva negli Stati Uniti in media una segnalazione di violenza sessuale ogni otto minuti circa, una frequenza ben superiore a quella che l'azienda aveva reso pubblica fino a quel momento.