Per anni le pocket camera con gimbal sono state territorio di DJI, poi Insta360 si è presentata con la Luna Ultra e ha portato in dote il doppio obiettivo, lo schermo staccabile che diventa microfono e il marchio Leica.
La risposta è arrivata in poche settimane. Osmo Pocket 4P non riscrive niente della formula che ha creato la categoria, aggiunge la cosa che alla serie mancava dal 2018: una seconda focale vera.
Il resto è quello che chiunque abbia usato un Osmo riconosce a occhi chiusi. Si ruota lo schermo, la camera si accende e in due secondi registra. Il braccio motorizzato a tre assi corregge le oscillazioni centinaia di volte al secondo e restituisce immagini che sembrano girate su un carrello mentre chi filma cammina o sale le scale.
Cos'è la Pocket 4P
L'obiettivo principale è un 20 millimetri equivalenti f/2.0 su sensore da un pollice, lo stesso formato del modello precedente ma con una tecnologia nuova, chiamata LOFIC, che serve a conservare dettaglio nelle zone molto luminose dell'inquadratura.
Accanto c'è il nuovo arrivato: un teleobiettivo da 60 millimetri equivalenti f/1.8 con un sensore da 1/1.28 di pollice. Due ottiche fisiche, due sensori, uno zoom ottico reale 3x che sale a 6x recuperando dal sensore e arriva a 12x in digitale. La prospettiva cambia davvero nel passaggio, come succede montando un teleobiettivo su una fotocamera, e non si tratta di un ritaglio ingrandito. Zoomando il salto si percepisce a occhio nudo, anche perché il passaggio non è privo di stacchi, c'è un piccolo momento in cui si avverte il cambio di obiettivo.
Vale la pena mettere le focali in rapporto con quello che avete già in tasca. Il grandangolo da 20 millimetri inquadra più largo della camera principale di un iPhone, che sta sui 24, senza arrivare all'ultragrandangolare da 13. Per un vlog tenuto a braccio teso è la via di mezzo giusta, perché prende l'ambiente senza la deformazione da fisheye che obbliga a stare attenti a dove si mettono le mani. Con il tele si arriva a zoomare dove il telefono non potrebbe mai competere.
Sul fronte video si registra in 4K fino a 60 fotogrammi al secondo con entrambe le ottiche, mentre i 240 fotogrammi vivono dentro una modalità slow motion dedicata che non registra l'audio. Si gira a 10 bit, con D-Log 2 per chi vuole margine in postproduzione. Le foto arrivano a 37 megapixel. Nota che può far piacere a qualcuno: se volete potete anche usarla come webcam.
Design e materiali
Il corpo pesa 230 grammi e sta in una tasca del cappotto senza deformarla. La testa del gimbal è cresciuta per ospitare due lenti, quindi l'oggetto ripiegato occupa un po' più spazio del Pocket 4, ma la differenza resta nell'ordine di grandezza di un oggetto che potete portare con voi abbastanza agevolmente in uno zainetto o un marsupio.
La costruzione trasmette solidità e nulla scricchiola. Quello che manca è una protezione seria: la custodia inclusa è morbida in entrambe le versioni, e per un oggetto con un braccio motorizzato scoperto e due lenti sporgenti, destinato a viaggiare in uno zaino insieme alle chiavi, un guscio rigido sarebbe stato il minimo. Si trova tra gli accessori di terze parti, ma a queste cifre è una spesa che non dovrebbe ricadere sul compratore.
La mascherina frontale si rimuove per agganciare i filtri ND, che una volta montati restano saldi. La comodità ha il suo prezzo: a ogni cambio di filtro dovete togliere la protezione e metterla da parte senza perderla. In compenso è un pezzo di ricambio, quindi un graffio si risolve sostituendo lei invece di intaccare le lenti.
Lo schermo e i comandi
Il display OLED da due pollici ruota per accendere la camera e resta attaccato al corpo. Qui la differenza con la concorrenza è netta: la Luna Ultra ha uno schermo che si stacca e diventa monitor e microfono a distanza, la DJI affida la stessa funzione al telefono con l'app Mimo o al telecomando opzionale, che ovviamente è un altro oggetto che dovete portarvi dietro e va ricaricato separatamente.
I comandi fisici seguono la logica collaudata, con joystick a cui possiamo decidere se assegnare zoom o movimento della testa e un pulsante aggiuntivo programmabile per altre funzioni, ad esempio accendere o spegnere la luce di supporto. La personalizzazione va più a fondo di quanto sembri: ognuno dei due tasti accetta quattro comandi diversi, con pressione singola, doppia, tripla e prolungata, e anche il click del joystick ne accetta tre. Si arriva così a raddrizzare l'orizzonte, ruotare la camera o bloccare la direzione del gimbal senza entrare nei menu, a patto di ricordarsi cosa si è assegnato a cosa.
Un limite che chi gira per i social noterà subito: ruotando l'interfaccia in verticale il comando dello zoom sparisce dallo schermo assieme ai tasti funzione. Meglio duplicarli sui comandi fisici.
Cosa c'è nella scatola
La versione Standard costa 609 euro e comprende l'impugnatura con filetto da un quarto di pollice, una custodia morbida e la luce di riempimento magnetica.
Quest'ultima è forse l'accessorio più interessante e piacevole da usare, si aggancia al corpo macchina con una calamita, ha tre livelli di intensità e tre temperature colore tra i 2800 e i 5500 kelvin, e risolve il problema delle riprese al chiuso di sera, quando il viso diventa una macchia scura. Con l'ultimo aggiornamento la temperatura può anche regolarsi da sola. Costa niente in ingombro e dopo due giorni ci si dimentica che sia un accessorio.
La Combo Vlog sta a 699 euro e aggiunge il microfono senza fili DJI Mic Mini 2, il mini treppiede, una borsa e il telecomando Osmo FrameTap. Il microfono giustifica da solo i novanta euro di differenza, perché quello interno regge il video di famiglia e va in crisi in una strada trafficata, è piccolo, con aggancio magnetico e ha una batteria molto capiente per un oggetto così minuto. Si associa alla camera da solo, ha tre tonalità vocali e due livelli di riduzione del rumore, e gli manca soltanto la registrazione di sicurezza sulla memoria interna, quindi se la trasmissione salta la traccia si perde. Il telecomando comanda registrazione, zoom, movimento della testa e tracciamento fino a venticinque metri, e quando la camera resta appoggiata da qualche parte torna utile. Ha però un connettore di ricarica tutto suo e occupa spazio in borsa, così tende a restare a casa.
Sul campo: il secondo obiettivo cambia il modo di girare
L'aggiunta del tele si sente nella pratica prima ancora che nella qualità. Con una focale sola bisognava avvicinarsi fisicamente per stringere su un dettaglio, con risultati discutibili a una festa, a un concerto o davanti a un banco del mercato. Con la 4P si resta dove si è e si compone l'inquadratura.
Il vantaggio più concreto riguarda chi si riprende da solo: si appoggia la camera su un tavolo a quattro metri, si stringe sul viso e ci si muove liberamente, perché l'inseguimento automatico continua a funzionare anche con lo zoom attivo.
Il passaggio automatico tra le due lenti attorno al 3x è stato migliorato da un aggiornamento firmware, ma lascia ancora ogni tanto un piccolo scarto di esposizione o di temperatura colore, con il cielo che cambia tono per una frazione di secondo. La stessa cosa succede sulla concorrente diretta, quindi sembra un limite della soluzione a due ottiche più che di questa macchina.
Il 12x digitale c'è e in piena luce può servire per un dettaglio lontano. Sgrana in modo visibile e va considerato una riserva d'emergenza.
Le altre modalità coprono quello che serve: video con luci basse, limitato a 4K a 30 fotogrammi, slow motion e timelapse, quest'ultimo in versione classica con preset per folla, nuvole e tramonto, in hyperlapse per le riprese in movimento e in motionlapse, dove l'inquadratura di partenza è diversa da quella di arrivo. Ci sono anche le foto panoramiche. Le modalità di stabilizzazione sono cinque, e la più comoda all'atto pratico è quella che lascia muovere la testa liberamente e la riporta perpendicolare al display appena il movimento finisce.
Il tracciamento e i comandi a gesti
L'inseguimento automatico è la funzione che da sola giustifica l'acquisto per chi lavora senza un operatore, e qui arriva alla versione 8.0. Si aggancia un soggetto con un doppio tocco sullo schermo o con la pressione del joystick, e la testa lo segue mentre cammina, mentre attraversa l'inquadratura o mentre si avvicina alla camera. Il gimbal copre 235 gradi di rotazione orizzontale e 125 di inclinazione, spazio sufficiente per stare dietro a qualcuno che gira attorno al treppiede. Le velocità di inseguimento sono tre.
Le novità rispetto alla generazione precedente sono due. Il tracciamento resta agganciato su tutta l'escursione dello zoom, dal grandangolo fino al 12x, cosa che sul modello a obiettivo singolo non c'era. E riconosce più soggetti nella stessa scena, con un riquadro che compare sul viso appena la camera lo individua e la possibilità di dare priorità a una faccia con un tasto, utile quando nell'inquadratura entrano altre persone.
Tra le impostazioni di messa a fuoco ce n'è una pensata per chi crea contenuti ben specifici e dà la precedenza all'oggetto al centro dell'inquadratura anche quando dietro c'è un volto. Per chi mostra prodotti in mano davanti alla camera risolve il fastidio classico della messa a fuoco che rincorre la faccia mentre l'oggetto resta sfuocato. Su uno smartphone è molto più difficile ottenere lo stesso effetto con la medesima fluidità.
Funziona anche a gesti, con la V delle dita che avvia la registrazione e il palmo aperto che attiva l'inseguimento. Sembra un giochino da fiera e invece si usa ogni volta che si è a tre metri dalla camera con le mani impegnate.
Una sbavatura c'è, non è grande ma c’è. Quando il soggetto esce dall'inquadratura o passa dietro a un ostacolo, il riaggancio non è sempre immediato e ogni tanto tocca rimettere a mano il quadrato sul viso. Nell'uso quotidiano incide poco, resta un dettaglio da smussare in una funzione che per il resto lavora meglio della generazione precedente e che un aggiornamento firmware potrebbe risolvere.
La qualità dell'immagine
Il sensore da un pollice con LOFIC si vede nella situazione classica dell'intervista con la finestra alle spalle del soggetto: cielo e viso restano leggibili insieme senza dover scegliere quale sacrificare. Per un formato così piccolo è un risultato che fino a un paio d'anni fa non era sul tavolo.
Il tele va trattato come una camera a sé. Il suo sensore è più piccolo e non ha il LOFIC, quindi in controluce brucia le alte luci prima del grandangolo e sulle carnagioni perde qualche sfumatura. Alternare le due ottiche dentro lo stesso montaggio richiede un lavoro di uniformazione che con una camera sola non serviva.
Chi gira in D-Log 2
DJI dichiara 17 stop di gamma dinamica con il nuovo profilo a 10 bit, contro i 14 del Pocket 4, un valore che nel mondo delle cineprese si paga decine di migliaia di euro. Il confronto pubblicato da PetaPixel con una Panasonic S1 II, che di stop utilizzabili ne offre poco più di quindici, ha restituito livelli di rumore simili tra le due macchine. Il risultato resta ottimo per la categoria, la cifra sulla scheda tecnica va ridimensionata.
Il vincolo vero è un altro: con il D-Log 2 attivo il teleobiettivo non è disponibile, e per usarlo bisogna tornare al profilo precedente, che espone in modo diverso. Istogramma e waveform, gli strumenti con cui si controlla l'esposizione in log, non compaiono sullo schermo della camera e si vedono solo collegando il telefono. Sono limiti di software, e DJI ha già dimostrato in passato di saperli togliere con un aggiornamento.
Memoria, trasferimento, batteria
I 103 gigabyte di memoria interna permettono di girare per giorni senza comprare una microSD, cosa non banale in un periodo in cui le schede costano quello che costano, e lo slot per espandere c'è comunque. Il collegamento via USB 3.1 arriva a 800 megabyte al secondo, con l'avvertenza classica: serve un cavo all'altezza, con uno standard più vecchio la velocità crolla. C'è anche il Wi-Fi 6 per il passaggio dei file al telefono.
Un aggiornamento recente ha introdotto lo scarico automatico delle clip dell'ultima sessione sul telefono quando la camera si spegne. Per ora funziona solo su iOS e con iPhone recenti, e toglie di mezzo l'ultima vera ragione per cui molti continuano a girare con lo smartphone, cioè ritrovarsi il materiale già dentro il telefono. Su Android non è ancora arrivato.
La batteria da 1.545 milliampere recupera l'ottanta per cento in diciotto minuti, che sul campo conta più della capacità. Nella nostra prova, girando clip per circa tre quarti d'ora in sessioni separate e con il telecomando collegato, il consumo si è fermato attorno alla metà della carica. Salendo di risoluzione e di bitrate il conto si accorcia parecchio, quindi per una giornata di riprese serie conviene mettere in borsa una batteria esterna, o l'impugnatura con il battery pack integrato che DJI vende a parte.
Il confronto con la Luna Ultra
Le due macchine partono dallo stesso schema, con sensore da un pollice sul grandangolo, teleobiettivo da 60 millimetri su un sensore più piccolo e testa motorizzata a tre assi, poi divergono su quasi tutto il resto.
Insta360 gioca sulla risoluzione e sulla modularità: 8K a 30 fotogrammi al secondo, profili colore sviluppati con Leica, e soprattutto quello schermo che si stacca dal corpo e diventa monitor a distanza con microfono incorporato, che nella prova pubblicata a giugno era emerso come il vero elemento di differenza per chi gira da solo. DJI si ferma al 4K, che per la destinazione di gran parte di questo materiale basta, e risponde con un sensore principale che regge meglio il controluce grazie al LOFIC.
Sui dettagli pratici il conto pende dalla parte della DJI: 103 gigabyte di memoria interna contro 47, trasferimento dei file fino a 800 megabyte al secondo contro 350, ricarica all'ottanta per cento in 18 minuti contro 25, teleobiettivo f/1.8 contro f/2.0. Il video verticale zoppica su entrambe, con la stessa risoluzione limitata a 3K.
La Luna resta avanti sull'autonomia dichiarata, quattro ore contro tre, con la stessa avvertenza valida per tutte e due: girando in 4K a 60 fotogrammi con bitrate alto quel dato si riduce a poco più di un'ora. Sul prezzo la distanza è di centoventi euro, 729 contro 609, che diventano 230 mettendo a confronto i due pacchetti completi, 929 contro 699.
Prezzo e disponibilità
Osmo Pocket 4P è in vendita a 609 euro nella Combo Standard e a 699 nella Combo Vlog. Il Pocket 4, che ha un solo obiettivo, 14 stop di gamma dinamica dichiarati e quaranta grammi in meno, resta in listino attorno ai 499 euro e continua ad avere senso per chi si riprende soprattutto da vicino.
Cosa va
Il secondo obiettivo cambia il modo di comporre le inquadrature.
Il tracciamento resta agganciato su tutta l'escursione dello zoom e riconosce più soggetti.
La luce magnetica inclusa risolve le riprese serali senza montare niente.
Tasti e joystick programmabili con più funzioni ciascuno.
103 GB di memoria interna: si gira anche senza microSD.
Trasferimento file fino a 800 MB/s, e scarico automatico sul telefono a fine sessione.
Stabilizzazione a tre assi sempre convincente.
Ricarica rapida ottima.
Il sensore principale regge il controluce meglio di quanto ci si aspetti da un formato così piccolo.
Cosa non va
La custodia inclusa è morbida, per un oggetto così esposto serviva un guscio rigido.
Con il profilo D-Log 2 il teleobiettivo non è utilizzabile.
Niente istogramma sullo schermo, serve il telefono.
Video verticale limitato a 3K, e in verticale spariscono il comando dello zoom e i tasti funzione.
Il teleobiettivo perde alte luci in controluce rispetto al grandangolo.
Il riaggancio del soggetto dopo un'occlusione non è sempre immediato.
Il telecomando della Combo Vlog ha un connettore di ricarica proprietario, come il microfono.
Lo scarico automatico delle clip è per ora riservato a iOS.