Oltre 15mila presenze, 196 appuntamenti e un programma dedicato all’esplorazione spaziale, all’intelligenza artificiale, alla cybersicurezza e alla divulgazione scientifica. Si è chiusa al Politecnico di Milano la sesta edizione del Festival Internazionale dell’Ingegneria, che per tre giorni ha portato cittadini, studenti e famiglie nei campus Leonardo e Bovisa. “Ibridazioni. La forza generativa delle connessioni” è stato il tema scelto per l’edizione 2026, con al centro il rapporto tra innovazione tecnologica e società e il confronto tra discipline e competenze differenti. “Le oltre 15mila presenze che abbiamo registrato quest’anno confermano una forte domanda di conoscenza e, soprattutto, di occasioni per entrare direttamente in contatto con la ricerca”, spiega Marcella Logli, direttrice dell’area public engagement e comunicazione del Politecnico di Milano.
Uno degli strumenti scelti per accorciare questa distanza è stata l’apertura al pubblico di 42 laboratori. “Ci sono realtà di cui magari si conosce l’esistenza, ma che difficilmente si ha l’occasione di vedere in funzione. Entrare nella Galleria del Vento, provare un simulatore di guida o scoprire come vengono studiati gli urti nel Laboratorio di Crash permette di capire concretamente come ricerca e tecnologia entrino nella nostra vita quotidiana”, osserva Logli. A completare il programma sono state 47 attività dedicate ai bambini e 19 ai ragazzi, 13 talk, sette spettacoli e dieci mostre, con il coinvolgimento di oltre 150 tra docenti, ricercatori e dottorandi. L’obiettivo, però, non era soltanto aprire fisicamente gli spazi dell’università, ma trovare modalità differenti per raccontare ciò che avviene al loro interno. “Abbiamo cercato di parlare a pubblici diversi con linguaggi diversi. Accanto ai laboratori e agli incontri più scientifici abbiamo avuto i talk con i creator, il teatro, la danza e la comicità. Sono modalità differenti per far capire che scienza e tecnologia riguardano tutti e non sono qualcosa di circoscritto alla comunità scientifica”, sottolinea Logli.
Un’impostazione che si lega anche al tema dell’ibridazioni tra discipline. “Nella ricerca l’ibridazione è ormai una realtà quotidiana. Ingegneria, architettura e design sono sempre più interconnessi e le competenze dialogano continuamente tra loro. L’intelligenza artificiale è forse l’esempio più evidente, perché attraversa ormai moltissimi ambiti”, osserva Logli. Una contaminazione che il Festival ha cercato di rendere visibile anche nelle attività rivolte ai più giovani: dalla chimica all’aerospazio, mostrando come dietro un razzo, per esempio, entrino in gioco termodinamica, energia, progettazione e numerose altre competenze. La risposta del pubblico è arrivata anche dagli incontri divulgativi, con aule da 400-500 persone spesso piene. “È successo con Jakidale, che si è interrogato su quanto le tecnologie di cui si parla di più rappresentino vere rivoluzioni e quanto invece siano hype, con Adrian Fartade e il ritorno dell’umanità nello spazio, con Quantum Girl, che ha coinvolto circa 400 persone in un incontro molto interattivo sulla fisica, e con Pablo Trincia sul racconto nell’era digitale”, racconta Logli. “La combinazione tra autorevolezza dei contenuti scientifici e modalità di racconto più accessibili si è dimostrata capace di raggiungere un pubblico molto ampio”.
Il rapporto tra tecnologia e racconto è stato al centro proprio dell’incontro con Pablo Trincia. Il giornalista, reporter e podcaster, autore di serie come “Veleno”, “Il dito di Dio” e “Dove nessuno guarda – Il caso Elisa Claps”, si è confrontato con Stefano Zanero, docente ed esperto di cybersicurezza del dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico. Da una parte il lavoro giornalistico di raccolta e verifica delle informazioni, dall’altra le tecniche di digital forensics utilizzate per ricostruire le tracce lasciate nel mondo digitale: due ambiti che sempre più spesso si incrociano nella ricostruzione dei fatti. Tra gli appuntamenti dedicati alla divulgazione scientifica anche quello con Virginia Benzi, conosciuta sui social come Quantum Girl, che ha raccontato la fisica attraverso esperimenti e modalità interattive. Il futuro dell’esplorazione spaziale è stato invece al centro del confronto tra la pioniera dell’ingegneria spaziale Amalia Ercoli Finzi, Michèle Lavagna, docente del Politecnico di Milano, e Roberto Angelini di Thales Alenia Space: dal ritorno dell’uomo sulla Luna alle prossime missioni, fino alle tecnologie necessarie per consentire la permanenza umana lontano dalla Terra e aumentare l’autonomia dei sistemi.
Un capitolo importante del Festival è stato quello rivolto a bambini e adolescenti. “Con i più giovani abbiamo capito che ciò che funziona meglio è permettere loro di sperimentare in prima persona. Dalla magia della chimica alle auto a guida autonoma, dal funzionamento dei motori ai droni, dalla cybersicurezza agli aerei del futuro e all’energia eolica: lavorare su problemi concreti consente di capire che cosa significhi davvero fare ingegneria”, osserva Logli. Nel programma hanno trovato spazio anche attività dedicate all’ingegneria applicata allo sport e alle Olimpiadi, oltre a esperienze costruite intorno alla chimica attraverso riferimenti alla magia e al cinema.
L’esperienza diretta ha anche una funzione di orientamento. “Molti ragazzi non sanno concretamente che cosa faccia un ingegnere”, aggiunge. “Avere la possibilità di vedere le attività e sperimentarle aiuta a capire che cosa significhino percorsi come l’ingegneria aeronautica, meccanica, gestionale o quella legata allo spazio e quali possano essere i possibili sbocchi”. Un tema che, secondo Logli, si lega direttamente alle esigenze del mercato del lavoro: “Le iscrizioni stanno crescendo, in particolare quest’anno, ma la domanda di laureati in ingegneria da parte delle imprese resta molto elevata. Continuiamo a ricevere richieste di giovani con queste competenze e c’è ancora spazio per aumentare il numero di studenti che scelgono questi percorsi”.
Tra le novità di questa edizione rientra anche un maggiore spazio alla contaminazione con cultura e spettacolo. La compagnia di danza atletica Kataklò ha portato sul palco una performance costruita intorno alle possibilità e alla forza del corpo umano, mentre a chiudere la manifestazione è stato il comico Davide Calgaro al Campus Leonardo. “È stata una scelta nuova e la risposta è stata molto positiva”, racconta Logli. “Lo spettacolo conclusivo di Davide Calgaro è stato tra gli appuntamenti più richiesti dell’edizione e ha richiamato un pubblico molto ampio. Anche Kataklò ha richiamato molto pubblico. Danza, comicità e spettacolo ci hanno permesso di affrontare gli stessi temi attraverso forme di racconto completamente diverse”. Una scelta che il Politecnico intende portare avanti nelle prossime edizioni. “Il format sarà sicuramente confermato”, conclude Logli. “Ogni anno impariamo qualcosa e questa è stata senz’altro l’edizione più positiva. Abbiamo capito che rivolgersi a pubblici differenti, utilizzare forme di racconto diverse e mettere in relazione competenze e discipline è una strada che funziona. E abbiamo avuto la conferma che, soprattutto per le nuove generazioni, l’esperienza diretta è fondamentale per accendere curiosità e interesse”.