In mongolfiera non si lotta contro il vento. Si cambia quota per trovare la corrente che porta nella direzione giusta. Lo stesso vale per il futuro dell’umanità, e l’IA ne fa parte.
La sostenibilità è uno dei campi in cui questa scelta è già in gioco. L’IA può condurci verso una maggiore efficienza. Ma può anche portarci nella direzione opposta.
A una prima quota, l’IA permette di ottenere di più con meno: equilibrare una rete elettrica intelligente, integrando più fonti intermittenti per distribuirle al momento giusto dove servono, stoccando il surplus e anticipando i bisogni, ottimizzare le rotte aeree, marittime e terrestri, aumentare i rendimenti, individuare le perdite d’acqua, gestire un’economia circolare. Non è fantascienza.
Molte innovazioni usano già l’IA per ridurre i consumi degli edifici, accogliere più energie rinnovabili sulle reti o progettare interventi di decarbonizzazione. In questo ambito, l’IA accelera l’efficienza, soprattutto se il calore residuo dei data center viene utilizzato per riscaldare le città.
Ma esiste un’altra quota. L’IA è una formidabile leva: può moltiplicare la nostra capacità di curare, comprendere, risparmiare risorse e risolvere problemi, ma nella stessa misura può amplificare i nostri eccessi e le nostre vulnerabilità. Più contenuti prodotti senza necessità, veicoli autonomi che circolano a vuoto, calcoli e modelli utilizzati senza un reale valore aggiunto. Secondo l’Agenzia Internazionale dell'Energia, il consumo elettrico mondiale dei data center potrebbe così più che raddoppiare entro il 2030, raggiungendo circa 945 TWh. Diventa quindi essenziale rendere queste infrastrutture molto più efficienti, in termini di energia, acqua, raffreddamento e recupero di calore, un progetto a cui sta già lavorando la Fondazione Solar Impulse.
E ciò che l’IA moltiplica non si misura solo in chilowattora. Può anche fare aumentare la disinformazione, i deepfake, gli attacchi informatici, la manipolazione politica o la sorveglianza abusiva. La stessa potenza che può aiutarci a risolvere i nostri problemi può anche accelerarne la diffusione. Si può andare molto velocemente nella direzione sbagliata.
In mongolfiera, abbiamo meteorologi che studiano i venti e consigliano al pilota la quota migliore. Ricordo quando i miei mi misero in guardia: «Vuoi volare veloce nella direzione sbagliata, o lentamente in quella giusta?».
E’ proprio questo a mancare oggi nella nostra società. Perché, in fondo, non si tratta dell’IA in sé, quanto della saggezza o della follia dell’umanità e del modello di governance che verrà adottato.
Perché dietro la direzione che prenderà l’IA si gioca il posto che vogliamo lasciare all’essere umano nelle decisioni che ne determinano il futuro: sicurezza, democrazia, cultura, lavoro, ripartizione dei poteri. Ma dobbiamo comunque conservare il tempo e la capacità di decidere. Alcuni dei giganti dell’IA, come OpenAI e Anthropic, chiedono essi stessi di rallentare e regolamentare. Ma la logica geopolitica spinge ad accelerare: Donald Trump respinge questi appelli in nome della competizione tecnologica con la Cina. La corsa è sfrenata, proprio mentre non abbiamo ancora deciso collettivamente dove debba portarci. Il percorso più veloce non è necessariamente il più saggio, né il più sicuro.
Ci troviamo esattamente nella stessa situazione del 1945, quando Oppenheimer propose al presidente americano di negoziare con i sovietici l’abbandono dello sviluppo della bomba H. Truman rifiutò, sostenendo che ciò avrebbe fatto perdere terreno agli americani in materia di difesa. Se un solo protagonista adotta la giusta prospettiva, ma gli altri no, perderà il suo ruolo di leader. È necessario che tutti accettino, e questo oggi è più che illusorio nel nostro mondo frammentato.
Esiste un barlume di speranza. Con la sua “Convenzione quadro sull’IA, i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto”, il Consiglio d’Europa ha aperto la strada al primo trattato internazionale giuridicamente vincolante sull’IA. Un principio essenziale: la potenza tecnologica deve restare sottomessa alle regole che le nostre società si danno collettivamente. In modo da garantire un controllo umano quando sono in gioco i nostri diritti, la nostra sicurezza o la nostra democrazia.
Non si tratta di rallentare il vento, ma di scegliere l’altitudine. La potenza è tecnologica; la rotta deve restare umana. Se prendiamo la direzione sbagliata, non sarà colpa dell’IA, ma nostra!
* Bertrand Piccard è aviatore e psichiatra