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Intervista

Angela Chukunzira: «Ecco l’esercito invisibile che fa funzionare l’intelligenza artificiale»

Angela Chukunzira: «Ecco l’esercito invisibile che fa funzionare l’intelligenza artificiale»

Dall’etichettatura dei dati alla moderazione dei contenuti più violenti, dietro i sistemi di IA viene si nasconde una vasta filiera di lavoro umano, spesso concentrata nei paesi del Sud globale. La ricercatrice e attivista keniana, che interviene al festival di Internazionale a Ferrara, racconta le implicazioni

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Quando scriviamo una domanda, ad esempio, su ChatGpt l’impressione è quella di trovarsi davanti a una macchina che fa tutto da sola. Ma l’automazione ha un affollato retrobottega molto umano. Prima che un sistema di intelligenza artificiale possa riconoscere un’immagine, evitare una risposta violenta o distinguere un contenuto accettabile da uno tossico, migliaia di persone hanno contribuito, in forme e momenti diversi all’addestramento del large language model su cui è basato, ad annotare dati, valutare risposte, classificare fotografie e testi o moderare materiali.

È un lavoro che la crescita dell’IA generativa ha portato progressivamente alla luce. Una delle inchieste che più hanno contribuito a mostrarne il lato nascosto è stata pubblicata da TIME già nel 2023: lavoratori in Kenya impiegati attraverso la società di outsourcing Sama avevano contribuito a rendere i sistemi di OpenAI meno inclini a produrre contenuti tossici classificando testi che descrivevano violenze, abusi sessuali, autolesionismo e altri materiali estremi. Secondo documenti e testimonianze raccolti dalla rivista, alcuni di loro ricevevano meno di due dollari l’ora. OpenAI dichiarò di non aver fissato obiettivi di produttività e di aver ritenuto che fossero disponibili adeguate misure di supporto psicologico, mentre Sama contestò alcuni aspetti delle testimonianze sulle condizioni di lavoro.

Il Kenya è diventato nel frattempo uno dei laboratori più visibili di questa economia globale e anche della reazione organizzata dei suoi lavoratori. Nel 2023 oltre 150 persone che avevano lavorato alla moderazione o all’addestramento di sistemi utilizzati da aziende come Meta, TikTok e OpenAI si riunirono a Nairobi per dare vita a una sigla sindacale. La questione ha ormai superato i confini dell’industria tecnologica: nel giugno 2026 l’Organizzazione internazionale del lavoro ha adottato la Convenzione n. 193 sul lavoro dignitoso nell’economia delle piattaforme, in assoluto il primo standard internazionale specificamente dedicato al settore. Il testo affronta fra l’altro libertà di associazione e contrattazione collettiva, salute e sicurezza, remunerazione e responsabilità nelle catene di intermediazione. Ma è un testo di principi che si scontra con la realtà sul campo.

È dentro questa trasformazione che si muove Angela Chukunzira, ricercatrice e attivista keniana per la giustizia sociale e Mozilla Fellow presso Siasa Place a Nairobi, dove guida il progetto Ethical Tech Ecosystem for Human Rights. Si occupa di intelligenza artificiale nonché i diritti e organizzazione dei lavoratori, anche attraverso l’Africa Tech Workers Movement.

Chukunzira sarà ospite della ventesima edizione di Internazionale a Ferrara, in programma dal 2 al 4 ottobre. Venerdì 2 ottobre alle 18.30, al Cinema Apollo, parteciperà all’incontro “I lavoratori invisibili dell’IA” insieme alla giornalista investigativa svedese Julia Lindblom e all’esperta honduregna di intelligenza artificiale Jennifer Paz, in dialogo con Francesca Sibani di Internazionale. L’abbiamo intervistata in anteprima.

Quando utilizziamo ChatGPT o un altro sistema di intelligenza artificiale abbiamo l’impressione che tutto avvenga automaticamente. Ma dietro quelle risposte c’è anche un’enorme quantità di lavoro umano. Chi sono concretamente i “lavoratori invisibili dell’IA” e che cosa fanno durante una normale giornata di lavoro, se così possiamo chiamarla?

«È vero, e la rappresentazione secondo cui tutto avverrebbe automaticamente è del tutto intenzionale. Per mantenere il lavoro nascosto e invisibile, c’è perfino chi suggerisce di chiamarla Superintelligenza. Il lavoro invisibile è distribuito soprattutto nel Sud globale ed è frammentato, al punto che i lavoratori potrebbero non sapere neppure dell’esistenza gli uni degli altri. Una tipica giornata lavorativa può variare e forse dovremmo interrogarci più a fondo anche su questo. Una giornata di lavoro può perfino iniziare alle 19 e proseguire fino alle 3 del mattino. Si lavora su progetti specifici, per adattarsi alle differenze di fuso orario o alle esigenze dei clienti occidentali. Può significare etichettare immagini oppure scattare fotografie di sé stessi... tutto questo può essere vago e una persona potrebbe non sapere per quali modelli sta contribuendo all’addestramento. Il lavoro che svolgono ha una natura opaca. E questo lavoro può durare tre mesi, sei mesi. Nella maggior parte dei casi ha una durata definita e, a causa della precarietà che caratterizza questo tipo di lavoro e dei contratti a breve termine, i lavoratori finiscono per occuparsi contemporaneamente di più progetti, con alcuni che arrivano a lavorare fino a 18 ore al giorno».

Questa economia non nasce con ChatGpt. Il microtasking e il lavoro digitale esistono da molti anni, ma l’esplosione dell’IA generativa sembra aver aumentato enormemente la domanda di questo tipo di lavoro. Uno degli esempi più noti è la creazione del database ImageNet di Fei-Fei Li con l’aiuto dei lavoratori di Amazon Mechanical Turk. Quando è nato questo sistema e che cosa è cambiato negli ultimi anni, sia nella quantità sia nella natura del lavoro richiesto?

«Be’, posso parlare sulla base di ciò che mi hanno raccontato i lavoratori in Kenya. La nascita del lavoro digitale e del microtasking non è recente: alcuni lavoratori la fanno risalire al 2013, quando il lavoro da remoto stava emergendo come forma facoltativa di “gig work”. Con questo intendo un modo per ottenere un reddito aggiuntivo, attraverso attività che si potevano svolgere parallelamente al proprio lavoro principale. Fino a circa dieci anni fa. Poi non è stato più un lavoro da svolgere come attività secondaria ma un impiego a tempo pieno che richiede molte ore di lavoro. Questo, insieme all’elevato tasso di disoccupazione e alla crescita della popolazione giovanile, lo ha trasformato in un lavoro a tempo pieno e a bassa retribuzione. Oggi faccio fatica a utilizzare il termine gig, perché il cosiddetto futuro del lavoro e dei lavoratori si è trasformato in una gig economy. Ormai ogni lavoro non è forse un “gig”?».

Lei lavora in Kenya, diventato uno dei luoghi simbolo di questa industria, forse con sorpresa di molti. Ma diverse inchieste hanno individuato lavoratori in numerosi paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. Perché proprio queste regioni? È semplicemente una questione di costo del lavoro oppure entrano in gioco anche fattori come la disoccupazione giovanile, le minori tutele del lavoro e i rapporti economici ereditati dal colonialismo?

“Naturalmente tutti i fattori appena citati contribuiscono in modo significativo a rendere queste regioni particolarmente richieste per questo tipo di lavoro. Ma a me piace riflettere sulla storia, non per nostalgia, bensì per trarre insegnamenti sul presente: la storia plasma il presente e il presente può plasmare il futuro, per così dire. Ma tutte le rivoluzioni industriali sono state finanziate dalle risorse della maggioranza globale, e questo va detto. Questa Quarta rivoluzione industriale non è diversa e stiamo assistendo alla stessa estrazione di risorse utilizzata in passato. Schiavitù, in realtà. Che cos'altro significa lavorare senza avere i mezzi per sostentarsi?».

Alcune inchieste hanno appunto descritto questi lavoratori come gli “schiavi dell’intelligenza artificiale”. Lei stessa ha utilizzato parole molto forti, parlando di colonialismo e schiavitù. Ritiene che questa definizione sia corretta? Dove si colloca, ammesso che esista, il confine tra un lavoro precario e mal pagato e una nuova forma di sfruttamento sistemico?

«Sì, questo è chiaramente colonialismo nella sua stessa natura. Stiamo vedendo prove di come i mezzi di sussistenza delle persone vengano compromessi per esempio perché l’acqua viene destinata ai data center in America Latina. Come possono il benessere delle persone e quello del pianeta venire dopo i profitti? Questa è la logica coloniale. Siamo custodi temporanei della Terra e finiremo per non lasciare nulla in eredità alle generazioni future. Nel quadro generale delle cose, siamo qui solo per un periodo brevissimo, eppure stiamo rendendo il pianeta sempre meno abitabile. Estrarre dati e rendere le persone dipendenti da essi: non è possibile distinguere lo sfruttamento sistemico dai modi in cui il colonialismo cambia forma nel corso del tempo».

Il problema non riguarda soltanto quanto vengono pagati questi lavoratori. Alcuni trascorrono ore a classificare materiali che riguardano violenza sessuale, abusi sui minori, omicidi e autolesionismo. Qual è il costo psicologico di questo tipo di lavoro e quali tutele e forme di sostegno vengono effettivamente fornite a questi lavoratori?

«Devo basarmi sulle testimonianze degli stessi lavoratori. E chiarire che non sono né una lavoratrice dell’IA né una professionista della salute mentale. La mia posizione è quindi quella di una testimone delle lotte dei lavoratori. Ma, secondo quanto riferiscono, alla maggior parte di loro sono stati diagnosticati disturbo da stress post-traumatico (PTSD), insonnia e perfino problemi nella salute relazionale. Esiste una correlazione diretta tra la loro percezione della realtà e il lavoro che svolgono. La salute psicologica, inoltre, non è soltanto terapia. Personalmente la considero un concetto molto estraneo. Parlare con qualcuno che non conosco o che potrebbe non comprendere la storia della mia famiglia e la mia comunità è qualcosa di troppo distante dalla mia realtà. La salute mentale, così come viene concepita, dovrebbe essere decolonizzata. Le modalità del benessere sono relazionali. Anche l’individualismo, che è un prodotto della società capitalista, contribuisce all’isolamento. Le soluzioni esistono nella comunità. Per i lavoratori, perfino la libertà di associazione e di riunione fa parte della tutela della salute mentale. Quando si sindacalizzano o, all’interno delle loro associazioni, parlano del lavoro con i colleghi, una parte dello stress e del peso viene sottratta all’individuo. Riflettere sulla salute mentale in un contesto urbano africano richiede ulteriore lavoro e operatori che lavorano secondo approcci decoloniali alla cura stanno, in parte, svolgendo questo lavoro”.

C’è anche un paradosso: l’IA viene spesso presentata come una tecnologia destinata a sostituire il lavoro umano, eppure per funzionare continua a dipendere da un’enorme quantità di lavoro umano che viene accuratamente tenuto fuori dalla vista. L’invisibilità di questi lavoratori è semplicemente una conseguenza del sistema oppure è, in realtà, una delle condizioni che consentono al modello economico alla base dell’IA di funzionare?

«Come ho detto prima, esiste una chiara intenzione di tenere gli esseri umani fuori da questo circuito, ed è così per progettazione».

Come si può cambiare questa situazione? Anche in Africa stanno nascendo sindacati e organizzazioni dei lavoratori, ma devono confrontarsi con multinazionali e catene globali di subappalto. Che cosa dovrebbe essere concretamente imposto alle aziende dell’IA: salari minimi, trasparenza della catena di fornitura, responsabilità diretta delle Big Tech, sostegno psicologico, diritto alla sindacalizzazione? E soprattutto, chi dovrebbe far rispettare queste regole quando il cliente ha sede negli Stati Uniti, l’intermediario si trova in un altro Paese e il lavoratore è in Kenya?

«È proprio per questo che, mentre questi sindacati stanno nascendo, la solidarietà internazionale ne costituisce la base. La tecnologia è un problema locale e globale. Non c’è modo per i lavoratori in Kenya di affrontare tutto questo da soli. Abbiamo bisogno di una consapevolezza globale. E dobbiamo comprendere che questi problemi sono collegati. Non c’è maniera di separare le lotte dei lavoratori in Kenya dalla catastrofe climatica che, secondo me, è la più grande calamità del nostro tempo. Parliamo di una Transizione giusta e i lavoratori di tutto il mondo ne sono coinvolti, in un modo o nell’altro. Si tratta quindi, contemporaneamente, di una lotta locale e globale. E sono stati compiuti progressi significativi. Quest’anno, all’ILO, è stata adottata la Convenzione sul lavoro dignitoso nell’economia delle piattaforme. È stato un traguardo importante a livello globale e lo dobbiamo al lavoro che i sindacati portano avanti da anni».

Dopo aver incontrato e ascoltato questi lavoratori, qual è l’unica cosa che vorrebbe che un utente europeo sapesse prima di aprire ChatGpt e digitare il suo prossimo prompt?

«Forse, soprattutto, ricordare che dietro c’è un essere umano e c’è del lavoro».