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ILO, la disoccupazione giovanile torna a salire. IA ‘minaccia’ i primi gradini del lavoro

ILO, la disoccupazione giovanile torna a salire. IA ‘minaccia’ i primi gradini del lavoro

L’Organizzazione internazionale del lavoro conta 67 milioni di disoccupati fra i 15 e i 24 anni. Il 6,1% degli impieghi svolti dagli under 30 appartiene alle professioni più esposte alle intelligenze artificiali, ma esposizione non significa cancellazione del posto

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La disoccupazione giovanile mondiale è tornata a crescere e la diffusione delle intelligenze artificiali potrebbe rendere ancora più difficile l’ingresso nel mercato del lavoro.

Questo, in sintesi, l’esito del Global Employment Trends for Youth 2026 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si concentra su occupazione, diritti e condizioni dei lavoratori.

I dati del rapporto segnalano che, nel 2025, il 12,4% delle persone fra i 15 e i 24 anni che cercavano un’occupazione non l’hanno trovata. In numeri assoluti si parla di 67 milioni di giovani, contro il 12,3% del 2023. Nello stesso periodo è salito al 20% - oltre 257 milioni di persone - anche il numero dei giovani che non lavorano, non studiano e non seguono corsi di formazione (i cosiddetti Neet).

L’analisi dei dati, pubblicata da Reuters, attribuisce il peggioramento al rallentamento della crescita economica, alle tensioni geopolitiche e alla scarsa creazione di nuovi posti. Le IA sono indicate come un rischio aggiuntivo, non come la causa già dimostrata dell’aumento della disoccupazione.

Un peggioramento quasi generale

Fra il 2023 e il 2025 la disoccupazione giovanile è aumentata in otto delle undici regioni considerate dall’ILO. Il valore più alto è stato registrato negli Stati arabi, con il 26,2% di disoccupati, seguiti dall’Africa settentrionale con il 22,6%. Nel Nord America il tasso è salito dall’8,3% al 9,8%, mentre nell’Europa settentrionale, meridionale e occidentale ha raggiunto il 15%.

Il problema riguarda tanto il numero dei posti disponibili quanto la loro qualità. Nei Paesi a reddito basso e medio-basso quasi nove giovani occupati su dieci lavorano senza un contratto regolare o senza adeguate garanzie previdenziali e sociali. Non potendo permettersi di restare a lungo disoccupati, tendono ad accettare attività instabili e scarsamente remunerate.

Nei Paesi più ricchi la difficoltà si concentra invece anche sui lavori di media qualificazione quali, per esempio, impieghi amministrativi, commerciali, tecnici e manifatturieri, occupazioni tipiche di chi esordisce nel mondo del lavoro e di chi vuole accumulare esperienza. Sono proprio questi impieghi che, stando ai dati ILO, stanno diminuendo.

Che cosa significa “esposto alle IA”

Il rapporto stima che il 6,1% degli impieghi svolti da persone fra i 15 e i 29 anni appartenga alle professioni maggiormente esposte ai cambiamenti prodotti dalle IA. La fascia d’età è quindi diversa da quella usata per calcolare i 67 milioni di disoccupati, che comprende soltanto i giovani fra i 15 e i 24 anni.

Un lavoro viene considerato esposto quando contiene numerose attività che un sistema di IA può svolgere interamente oppure velocizzare. Tra queste, le attività classiche sono compilare documenti, classificare informazioni, inserire dati, preparare una bozza, rispondere a domande ricorrenti o eseguire semplici analisi.

Questo non significa che l’intera professione possa essere eliminata. Un impiegato amministrativo, per esempio, non si limita a compilare moduli, deve anche controllare i risultati, risolvere eccezioni, comunicare con colleghi e clienti e assumersi la responsabilità delle decisioni.

L’esposizione misura dunque una possibilità tecnica, non quanti sistemi siano stati davvero installati nelle aziende, quanti lavoratori siano stati sostituiti o quanto risulti conveniente automatizzarne le attività. La distinzione è fondamentale e apre a una domanda sulla quale torneremo in seguito: una professione può essere molto esposta e continuare a crescere, se l’IA aumenta la produttività e consente all’impresa di offrire più prodotti o servizi.

Il problema italiano

In Italia non esistono ancora dati sufficienti per isolare l’effetto delle IA sulle assunzioni giovanili. Nel 2025, secondo l’Istituto nazionale di statistica, il 13,3% delle persone fra 15 e 29 anni non lavorava e non seguiva un percorso di istruzione o formazione. Il dato descrive una difficoltà strutturale ma non consente di stabilire quale parte sia collegata all’automazione.

Una ricerca del Politecnico di Torino e di Anitec-Assinform, l’associazione delle imprese italiane dell’informatica e delle telecomunicazioni, colloca il nostro Paese in una fase precedente rispetto a Stati Uniti e Regno Unito: l’adozione aziendale è meno avanzata e le prove causali sull’occupazione sono ancora scarse.

I 5,6 milioni sono una simulazione

Anche il dato più allarmante del rapporto richiede un approfondimento. L’Organizzazione internazionale del lavoro calcola che, se scomparisse un decimo degli impieghi giovanili classificati come maggiormente esposti, circa 5,6 milioni di persone potrebbero dover cercare un altro lavoro, cambiare professione o abbandonare il mercato.

Non è una previsione secondo la quale 5,6 milioni di giovani perderanno certamente il posto. È una simulazione fatta dall’ILO calcolata sul numero degli occupati nelle professioni più esposte e applicando l’ipotesi che ne venga eliminato il 10%. Poco più di un esercizio che non può essere scambiato con qualcosa di perentorio e definitivo.

Le assunzioni sono il primo segnale

I primi dati osservati indicano che l’effetto può manifestarsi prima attraverso i posti che le aziende smettono di aprire, che mediante il licenziamento di chi è già occupato. Un’impresa che riesce a far svolgere a cinque dipendenti il lavoro, prima affidato a sei persone, può limitarsi a non sostituire chi lascia l’azienda o a rinunciare a una nuova assunzione. In questo modo il numero dei lavoratori diminuisce lentamente, senza un crollo dell’impiego immediatamente riconoscibile.

Il Digital Economy Lab dell’Università di Stanford ha analizzato i dati delle buste paga di 4,6 milioni di lavoratori impiegati da 25.000 aziende americane. Fra novembre 2022, quando ha debuttato ChatGPT, e aprile 2026 l’occupazione delle persone di età tra i 22 e i 25 anni nelle professioni maggiormente esposte è diminuita a un ritmo annuo del 3,8%. Nelle professioni meno esposte è invece cresciuta del 2%. Gli aggiornamenti successivi mostrano che la divergenza persiste soprattutto tra i giovani, mentre si attenua e poi scompare nelle fasce d’età più elevate.

La diminuzione è particolarmente visibile tra i giovani sviluppatori di software e gli addetti all’assistenza clienti. Il risultato non dimostra che ogni posto mancante sia stato eliminato dalle IA e il campione non rappresenta tutto il mercato del lavoro americano.

Tra le tante variabili che possono incidere sul tasso di disoccupati, non presi in considerazione, figurano anche i tassi d’interesse, la frenata economica e le assunzioni eccessive compiute dal settore tecnologico durante e dopo la pandemia.

Stanford ha però rilevato che la contrazione è maggiore nelle professioni nelle quali le IA vengono usate per eseguire attività al posto del lavoratore, mentre non emerge una relazione altrettanto chiara quando la tecnologia viene impiegata come strumento di supporto.

Meno posti junior nel Regno Unito

Un’altra indicazione arriva da una ricerca del King’s College London, basata su milioni di annunci di lavoro e profili professionali britannici raccolti fra il 2021 e il 2025. Nelle aziende maggiormente esposte alle capacità dei modelli linguistici l’occupazione è diminuita in media del 4,5%. La riduzione si è concentrata quasi interamente sui posti junior, scesi del 5,8%.

La ricerca britannica offre un segnale significativo, ma neppure in questo caso l’esposizione garantisce che ogni impresa abbia realmente adottato sistemi di IA. La correlazione con il periodo successivo al lancio di ChatGPT non consente inoltre di escludere completamente gli altri fattori economici che possono aver ridotto le assunzioni.

Il dubbio europeo

Nell’area dell’euro la debolezza del lavoro giovanile è evidente, ma il legame con l’intelligenza artificiale non è ancora dimostrato. Secondo la Banca centrale europea, nel primo trimestre del 2026 la disoccupazione fra i 15 e i 24 anni era al 15,1%, mentre il tasso complessivo era al 6,3%. Fra il primo trimestre del 2023 e quello del 2026 l’occupazione giovanile è diminuita del 18,6% nei servizi informatici e delle comunicazioni, del 5,3% nei servizi professionali e del 3,1% in quelli finanziari.

La stessa Banca centrale europea precisa che le prove disponibili non permettono di attribuire questi cali specificamente alle IA. Una parte del peggioramento può derivare dalla debolezza dell’economia e dalla fine della forte crescita occupazionale successiva alla pandemia.

Quanti posti sono stati davvero eliminati

Un conteggio ufficiale mondiale dei posti cancellati dall’intelligenza artificiale non esiste. Negli Stati Uniti, la società di ricollocamento professionale Challenger, Gray & Christmas ha registrato 112.713 tagli annunciati dalle imprese e attribuiti all’IA fra gennaio e luglio 2026, pari a circa il 24% di tutti i tagli comunicati nel medesimo periodo.

Il numero non indica quanti licenziamenti siano stati effettivamente eseguiti, non riguarda soltanto i giovani e dipende dalla causa dichiarata dalle stesse aziende. Challenger avverte che il confine è spesso ambiguo, giacché citare l’IA può presentare agli investitori una ristrutturazione come un miglioramento dell’efficienza, anche quando incidono contemporaneamente riduzione dei costi, eccesso di personale o cattive condizioni del mercato.

L’IA può anche accompagnare la crescita

Le imprese che investono maggiormente nell’intelligenza artificiale non sempre riducono il personale. Un’analisi di Ramp e Revelio Labs su oltre 21.500 aziende americane ha rilevato che, nei due anni successivi all’adozione, quelle con gli investimenti più intensi hanno aumentato il personale del 10,2% e gli occupati nei ruoli iniziali del 12%.

Il dato non prova che sia stata l’IA a creare quei posti. Le imprese che investono di più possono essere già più innovative, disporre di maggiori capitali e crescere più rapidamente per ragioni indipendenti dalla tecnologia. Mostra però perché non sia corretto trasformare automaticamente l’esposizione in perdita di lavoro: se l’IA riduce i costi, aumenta la produzione o permette di sviluppare nuovi servizi, un’impresa può avere bisogno di più persone e non di meno.

Il gradino che rischia di mancare

I dati disponibili non dimostrano che le IA stiano provocando una disoccupazione giovanile di massa. Indicano però che alcune aziende possono iniziare la trasformazione eliminando attività semplici e ripetitive, riducendo così proprio i posti nei quali un giovane imparava il mestiere prima di assumere responsabilità maggiori.

Il rischio non riguarda soltanto chi cerca lavoro oggi. Se le imprese cancellano le attività iniziali senza sostituirle con nuovi percorsi di formazione, in futuro potrebbero non disporre delle persone esperte di cui avranno bisogno.

Mancherebbe un passaggio di competenze fondamentale ma, ancora prima, è il caso di porsi un’altra domanda la cui risposta, per il momento almeno, continua a latitare: risparmiare sugli stipendi dei profili junior consente alle aziende di giustificare gli ingenti investimenti nelle IA? E se il gioco non valesse la candela, quali altri impieghi potrebbero venire sacrificati per fare quadrare i conti?