«Da ogni impresa, finanziaria o letteraria, nascono storie che interrogano il nostro tempo». Lui è Guido Maria Brera, Presidente e fondatore di Be Water.
Imprenditore e scrittore, nel 2020 è stato tra i creatori di Chora Media, dove è host di Black Box, il podcast quotidiano che racconta i meccanismi e le fratture della finanza globale. Cofondatore e presidente di Kairos, tra i protagonisti dell’asset management italiano, è laureato con lode in Economia alla Sapienza di Roma.
È anche fondatore, insieme a Elisabetta Sgarbi e Umberto Eco, della casa editrice La nave di Teseo. Ha portato il suo sguardo critico nella narrativa con I diavoli – diventato serie Sky di successo con Alessandro Borghi e Patrick Dempsey – e nei libri: Tutto è in frantumi e danza, La fine del tempo, Candido e Dimmi cosa vedi tu da lì.
Oltre a occuparsi di finanza e scrittura, Brera è noto per raccontare la complessità dei mercati economici in modo semplice.
Noi lo abbiamo intervistato in un dialogo che tocca i temi caldi di questo tempo: guerre, crisi energetica, mercati volatili, tecnologia, intelligenza artificiale e startup. Ecco cosa ci ha detto.
La realtà ha superato la fantasia. Guerra in Iran, shock energetico, mercati e curva inarrestabile dell’intelligenza artificiale. Da dove vogliamo iniziare? Partiamo dall’attualità. Una pace che sembra tutto tranne che imminente. Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?
«Viviamo in un disordine globale. Risultato di un processo iniziato anni fa: scenario che ho tracciato in alcuni dei libri che ho scritto come Tutto è in frantumi e danza e I iavoli’ dove la politica si è sottratta totalmente al dibattito economico. Nel percorso narrativo, i "diavoli" — una sorta di monaci guerrieri e grandi manovratori della finanza — agiscono in un contesto in cui la politica ha perso la sua capacità di visione e la sua sovranità, lasciando un vuoto che la finanza stessa ha colmato.
Nel dettaglio, la finanza internazionale viene rappresentata come una "stanza di compensazione" che ha finito per sostituire la politica nel governo dei processi sociali ed economici. Poi quella stessa stanza di compensazione fatta dall’élite che sostituiva la politica, si è rotta a causa di una globalizzazione costruita male, con forti asimmetrie. Una volta rotto questo ordine globale, siamo giunti a un punto di non ritorno. E adesso viviamo in questa fase di transizione caratterizzata da un'elevata instabilità e da una profonda ristrutturazione degli equilibri internazionali.
Ma tutto questo non è successo dall’oggi al domani.
«Vero. Questa fase è iniziata già a partire dal 2016 con il primo Trump, poi ha continuato con Biden sulla politica estera e su quella interna, e poi di nuovo con Trump due. Nel mezzo: una serie di eventi – tra cui il Covid e le guerre - hanno riportato al centro il concetto di Stato Sovrano. Il mondo è una grande scacchiera dove non ci sono più due giocatori ma tanti pedoni ognuno con propri obiettivi, proprie regole e assetti. La regina degli scacchi è la sfida su semiconduttori (chip), Intelligenza Artificiale e controllo delle risorse critiche (minerali rari)».
Guerra e mercati. Dove sta andando la finanza. La sua visione?
«Intanto viviamo in un'economia di guerra, in cui i mercati comprano titoli legati a difesa, energia e materie prime. È uno schema chiaro. Ad oggi, ad esempio, tra le migliori borse c’è quella israeliana legata alla difesa e quella norvegese legata all’energia. La vera novità è che per la prima volta il dollaro e i treasury (i titoli di stato americani) - da sempre considerati i beni rifugio per eccellenza - hanno mostrato crepe significative, portando molti analisti a mettere in discussione il loro ruolo tradizionale. È come se in questo momento non ci fosse più un rifugio sicuro. Il mondo è cambiato».
È finito anche il periodo d’oro dell’oro?
«Non direi. L’oro ha mantenuto le sue promesse anche se tra marzo e aprile ha avuto una fortissima volatilità scendendo dopo un periodo di enormi rialzi, in modo controintuitivo rispetto al suo ruolo di bene rifugio. Questo perché nel breve periodo si possono preferire altri tipi di investimento. Viviamo una fase completamente nuova. I mercati finanziari stanno attraversando una fase di "uncharted territory" (territorio inesplorato) per fattori strutturali e congiunturali. Siamo in una situazione in cui i modelli storici di riferimento sono saltati: non riescono più a spiegare o a prevedere efficacemente le dinamiche in atto. È saltato l’ordine globale di riferimento con correlazioni e dogmi».
E il bitcoin?
«Il Bitcoin è stato criticato in quest’ultimo periodo perché non ha tenuto come bene di investimento rispetto all’oro. Credo che il Bitcoin, su cui sono stati creati prodotti finanziari di vario tipo che nel breve ne hanno minato il concetto di unicità, sia diventato ostaggio dei meccanismi della finanza tradizionale. Nel lungo periodo rimango un grande sostenitore dell'idea del bitcoin come riserva di valore, un sistema di denaro elettronico peer-to-peer decentralizzato, che manterrà l’aura dell’oro digitale».
“I prezzi energetici colpiranno soprattutto Asia, Europa e le fasce più deboli”. Lo ha detto Michael Spence premio Nobel Economia nel 2001. Cosa accadrà?
«Michael Spence - tra l’altro di recente ospite di Silvia Berzoni al podcast Morning Finance, spinoff di Black Box - ha fatto un'analisi dell'economia moderna, che resta la più lucida secondo me. “L’iperglobalizzazione è finita. Dobbiamo preservare i benefici di commerci e investimenti globali, e provare a riparare un mondo fratturato”. Intanto, i Paesi che hanno settori non esposti alla concorrenza internazionale “non tradable" (non scambiabili o non commerciabili) sono i paesi che faticano di più perché hanno rendite di posizione e pressioni inflattive. Sono una sorta di rifugio dei monopolisti. Purtroppo, questo è un problema che affligge pure l'Italia, che ha una parte importante del prodotto interno lordo sui non tradable sectors e quindi è meno elastica alla crescita e anche a una potenziale crisi. Un problema questo, che si è accumulato negli anni e che ancora oggi non trova soluzioni.
E la questione energia?
«L’energia è una problematica sul tavolo di tutti i politici del mondo. A mio avviso il vero errore di Trump è stato rendere un asset strategico come lo stretto di Hormuz un vero e proprio investimento infrastrutturale posseduto da un singolo Paese. È il segnale di quanto il mondo dipenda da una rete molto limitata di passaggi marittimi: i cosiddetti choke point, i colli di bottiglia della logistica mondiale. Da oggi abbiamo capito che il proprietario dello stretto di Hormuz è l'Iran e ne farà ciò che vuole. Se il risultato finale sarà metterlo a pagamento, sarà l’effetto economico sicuramente più grave di questa guerra. E l’errore più grande che potesse fare Trump in questa fase».
Passiamo al tema dominante del nostro tempo: l’Intelligenza Artificiale. Il 2026 segna il passaggio dalla fase di sperimentazione frenetica (hype) a una fase più strutturale e operativa, in cui l'AI diventa "adulta". Il suo punto di vista?
«Seguo il fenomeno dell’intelligenza artificiale da almeno 15 anni. L'episodio 1 della seconda stagione di Diavoli si apre proprio con la famosa partita di Go, in cui un algoritmo di intelligenza artificiale sfida il sudcoreano Lee Sedol - diciotto titoli mondiali, il più forte giocatore di Go della sua generazione – riesce a prevedere le mosse finali del match, giocando con strategie d'avanguardia, prima ancora del giocatore stesso. Nel 2016 Lee Sedol perse 4 a 1.
In Diavoli, la serie tocca un punto critico: l'AI non è solo uno strumento tecnico, ma un'arma di potere economico. Chi controlla l'algoritmo controlla il mondo».
Quindi l’AI per lei che ruolo ha nel dibattito sul mercato del lavoro?
«L’intelligenza artificiale per me è centrale nella trasformazione del mondo del lavoro. Questa tecnologia ottimizza processi, riduce sprechi, abilita la manutenzione predittiva e migliora la qualità. Soprattutto abbatte i tempi.
Inoltre, impatta anche sui giovani nel mondo del lavoro. Un problema enorme. Nel podcast Black Box – ogni giorno - con Raffaele Coriglione cerchiamo di far comprendere alle nuove generazioni l’immensa opportunità dell’AI. In un’epoca in cui i mestieri si faranno sempre più con le idee. È necessario spiegare alle nuove generazioni che l’AI sostituirà tutto tranne il talento. L’AI subentrerà nei lavori ripetitivi e codificabili, mentre l’uomo si potrà concentrare su lavori più interessanti, dalla filosofia all’artigianato».
Nell’era dell’AI i mestieri tradizionali restano indispensabili?
«Assolutamente sì. I mestieri tradizionali continuano a essere indispensabili. Oggi se ti si rompe la caldaia è quasi impossibile trovare nell’immediato un tecnico, per non parlare di un incidente con l’impianto elettrico. Ecco, io penso che i giovani debbano dare più valore ai lavori che stanno scomparendo. Quei mestieri che spesso si tramandano informalmente e restano fuori dai radar dell’innovazione. Questo è totalmente sbagliato perché sono i profili più ricercati. Penso ad una startup di pronto intervento di idraulici o di elettricisti. Le professioni tradizionali alla luce dell’AI. Questa è la nuova imprenditoria, unire l’innovazione alla tradizione. La vera sfida».
Il 2026 – si dice - sarà l’anno delle IPO di SpaceX (Elon Musk), OpenAI (Sam Altman) Anthropic (Dario Amodei). Tre ex amici. Tra l’atro, OpenAI qualche giorno fa ha chiuso un round da 122 miliardi di dollari, Anthropic a febbraio da 30 miliardi. Cosa ne pensa di queste (ex) startup?
«Dare loro una reale valutazione adesso è praticamente impossibile. Le sto osservando con attenzione, come fenomeni. Ma la loro solidità si capirà nel tempo. Sono tutte personalità dirompenti. La verità è che penso che in questi grandi bilionarie manchi empatia e manchi l’opportunità di occuparsi delle fasce più deboli».
Passiamo al suo Gruppo. Be Water ha chiuso il 2025 con un fatturato di €29,2 milioni in crescita sul 2024 del 55%. Chora & Will contribuiscono con €12,2 milioni di fatturato e un EBITDA di €1,7 milioni, mentre Be Water Film chiude l’anno con €16,7 milioni di fatturato e un EBITDA superiore a €600 mila. Le metriche parlano.
Nel 2022 avete acquisito Will, il mese scorso Cronache di Spogliatoio. Mentre la compagine sociale si è arricchita con l’ingresso nel 2025 di Tether al 30%, colosso tech guidato dagli italiani Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino.
Perché Tether, perché Devasini e Ardoino?
«Prima ho parlato di empatia e fasce più deboli. È ciò che ho trovato in Devasini e Ardoino. Per me è stato un onore averli a bordo. Proprio perché Tether è una tech company creata per supportare le persone in economie emergenti, paesi con alta inflazione o con limitato accesso al sistema bancario tradizionale. Un’azienda che tende la mano e che punta alla democratizzazione e alla decentralizzazione della finanza e delle nuove tecnologie. Cosa che non sempre è ben compresa. Ma non mi meraviglia, visto che il genio è spesso incompreso. Ecco farei girare nelle scuole d’Italia, Giancarlo e Paolo per spiegare ai giovani il loro percorso. A raccontare l’idea di due italiani che ha cambiato un pezzo di mondo. Il confine fra media e tech si sta assottigliando come dimostrano gli ultimi investimenti di Open AI nei podcast e Tether è il player ideale con cui portare innovazione nel nostro settore, anche nelle sfide dell’AI. Su questo tema loro sono dei numeri uno: uomini che guardano l’infinito».
Cosa c'è nel vostro radar. Prossimi passi?
«Dopo queste acquisizioni, adesso dobbiamo avvitare i bulloni. Nel breve stiamo lavorando a un evento di Black Box a Roma che si terrà 1 e 2 luglio: The Last Question, si stratta di un evento completamente nuovo quasi “spirituale”. E poi nel medio termine stiamo pensando ad un luogo non solo fisico, ma virtuale dove incontrarci. L’audience digitale del Gruppo è cresciuta con una community che supera ora gli 8 milioni di utenti cross-platform. Questa community continua a esserci, a farsi vedere e a partecipare con entusiasmo, soprattutto negli incontri dal vivo. Lo abbiamo visto chiaramente in occasione dell’ultima edizione di Chora Volume 3 – Oltre l’odio, che ha coinvolto più di 10.000 persone. Un segnale molto forte: c’è voglia di ritrovarsi, ascoltare e costruire qualcosa insieme.
Nelle sue interviste evidenzia spesso come “Tutti vogliono fare exit il prima possibile, mentre lei vuole comprare e crescere”. Perché?
«L'Italia ha sempre faticato a creare Media company europee. Un paese come il nostro, la culla del talento, delle idee, della cultura, della musica e della scrittura dovrebbe sapere guardare all’estero. Al contrario abbiamo impacchettato aziende che sono state comprate da Germania, Francia, America. Per me un’exit breve rischia di sporcare un progetto di lungo termine. C’è la mania di crescere velocemente e vendere altrettanto velocemente. Questo a mio avviso mina il modello di business. Se vuoi fare qualcosa che cambia veramente un settore devi cercare di avere una visione a lungo raggio».
Passiamo alle startup. Gli ultimi dati del Report del fondo Atomico tracciano un calo degli investimenti in startup del 40% in Italia. Perché c’è carenza di Unicorni?
«Intanto per arrivare a essere un unicorno in Italia devi essere quasi eroe. Non è facile oggi fare impresa nel nostro Paese. Poi penso che i problemi principali siano due: da una parte manchiamo di spirito di emulazione, ci sono tanti casi talentuosi e dei grandi esempi che invece di seguire, quasi nascondiamo. Secondo, non sappiamo “Fare Sistema”, creare una collaborazione sinergica tra imprese, banche e istituzioni. Infine, penso che i talenti spesso siano creature fragili che vadano tutelati e preservati. Bisogna capire tanto del loro percorso e creare sinergie e veri e propri distretti».
Sempre per Atomico, in Italia manca l’attitudine alla narrazione virtuosa (anche per questo non emergiamo come ecosistema). Lei è a capo di una società di media.Non sappiamo raccontarci?
«Direi di no. Le faccio un esempio: per anni ho letto titoli allarmanti su numeri in perdita di Will e Chora. Ma una startup, come tale, è abbastanza fisiologico che all’inizio bruci cassa. La verità è che dobbiamo imparare a raccontare meglio le nostre aziende innovative e smetterla di stigmatizzare i fallimenti. Abbiamo un problema culturale, spesso denigriamo chi fallisce e non siamo abbastanza orgogliosi di chi ce l’ha fatta. E questo rischia di minare la crescita del Paese.
“Vision without execution is hallucination”. Il Ceo di NVIDIA Jensen Huang inizia i suoi discorsi spesso con questa frase. Qual è la sua frase guida?
«Chi controlla le parole controlla le cose».
Un’ultima battuta. Un consiglio ai giovani italiani?
«Come dice Samuel Beckett “Hai provato. Hai fallito. Non importa. Riprova. Fallisci di nuovo. Fallisci meglio”».