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Foreste e paesaggi degradati: sappiamo come farli rinascere

Kenya (© Faith Tanui)
Kenya (© Faith Tanui) 

Il ripristino di foreste e paesaggi degradati non può essere considerato facoltativo. È la strada da seguire per raggiungere i nostri obiettivi in materia di sicurezza alimentare, clima e biodiversità, favorendo un’economia più sostenibile

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Le foreste sono ecosistemi viventi, sostenuti da un delicato equilibrio. Quando questo si altera, si riduce anche la loro capacità di fornire risorse e servizi essenziali alle persone e le economie.

È ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi, in tutto il mondo.

Il ripristino di queste foreste e di questi paesaggi degradati non può essere considerato facoltativo. È la strada da seguire per raggiungere i nostri obiettivi in materia di sicurezza alimentare, clima e biodiversità, tutelando al tempo stesso i mezzi di sussistenza e favorendo un’economia più sostenibile. Il primo passo è comprendere la reale portata del problema.

Si stima che tra il 1990 e il 2025 siano andati persi 489 milioni di ettari di foresta a causa della deforestazione, ossia la conversione delle foreste ad altri usi del suolo. Ma una superficie quasi altrettanto vasta – oltre 460 milioni di ettari – è oggi degradata a livello mondiale: le foreste sono ancora lì , ma sono degradate e non più in grado di svolgere le funzioni di un tempo.

Si tratta di degrado forestale, causato da una combinazione di fattori, tra cui pratiche non sostenibili, come il pascolo eccessivo e il sovrasfruttamento delle risorse, urbanizzazione, incendi boschivi, attacchi parassitari, malattie, specie invasive, siccità e cambiamenti climatici.

Ne consegue una riduzione della capacità delle foreste di regolare il clima, sostenere la biodiversità, preservare il suolo e fornire acqua pulita; proprio mentre cresce la domanda globale di cibo, legname, energia e di altri benefici forniti dal territorio, e in particolare dalle foreste.

Il problema non riguarda solo le foreste: nel mondo sono degradati complessivamente 1,56 miliardi di ettari tra foreste e altre terre boscate, terre coltivate, pascoli, zone aride e zone umide.

In sintesi, il divario tra la capacità della natura di soddisfare i bisogni umani e la crescente domanda di risorse e servizi continua ad ampliarsi.

Le conseguenze sono profonde: filiere alimentari e agricole più fragili, perdita di biodiversità, maggiori rischi climatici e minori opportunità economiche.

La risposta a queste sfide è ciò che gli esperti definiscono ripristino integrato delle foreste e del paesaggio: un approccio che mira a trovare un equilibrio tra la conservazione del territorio e la produttività, migliorando la vita delle persone e le loro opportunità economiche.

Questo approccio restituisce vita a foreste e paesaggi danneggiati piantando alberi, favorendo la rigenerazione naturale delle foreste e migliorando la gestione del territorio, con grande attenzione agli effetti di ogni intervento e garantendo il sostegno e la partecipazione delle comunità locali.

Uno degli approcci è l’agroforestazione, una pratica che combina alberi, colture agricole e talvolta allevamento sullo stesso terreno. L’agroforestazione può trasformare profondamente il modo in cui affrontiamo l’agricoltura e la produzione alimentare, , garantendoci un clima più stabile, acqua più pulita e suoli più fertili, e contribuendo allo sviluppo di attività economiche sostenibili e redditizie.

Investire nel ripristino di foreste e paesaggi degradati conviene anche dal punto di vista economico. Ecosistemi sani sostengono oltre la metà del PIL mondiale e un ripristino ben progettato può creare lavoro, rilanciare le economie locali e aumentare la resilienza agli shock climatici futuri. Nelle giuste condizioni ogni dollaro investito può generare fino a 30 dollari in benefici economici, sociali e ambientali.

Non intervenire costa più che risolvere il problema. Questo è vero in termini strettamente finanziari, e lo è ancora di più se si considerano le perdite che non vengono mai quantificate: la coesione sociale, l’identità culturale e la conoscenza accumulata nel corso di generazioni, che può andare perduta in un istante.

Negli ultimi due decenni, iniziative nazionali, regionali e globali si sono impegnate a ripristinare oltre un miliardo di ettari di territorio degradato. In molti paesi le aree in fase di ripristino aumentano e le politiche migliorano, ma i progressi non sono ancora sufficienti.

Per raggiungere gli obiettivi globali del 2030 occorre ripristinare 470 milioni di ettari di foreste e paesaggi degradati. Attualmente siamo a 206,5 milioni di ettari di foreste e paesaggi in 62 paesi: un risultato significativo, ma ancora ben lontano dall’obiettivo.

Niger (© FAO​)
Niger (© FAO​) 

Il rapporto Lo stato delle foreste del mondo 2026 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) mostra come farlo: coinvolgendo le persone che vivono e lavorano in questi territori, trovando un equilibrio tra la natura e i bisogni delle persone, garantendo risorse finanziarie adeguate e adottando politiche, normative e istituzioni in grado di sostenere il cambiamento.

In diverse parti del mondo, questi interventi sono già realtà. In Indonesia, a Demak, sulla costa settentrionale di Giava, decenni di disboscamento delle mangrovie per creare vasche di acquacoltura, insieme all’estrazione di acqua dal sottosuolo, hanno esposto i villaggi a inondazioni sempre più frequenti e contribuito a un crollo dei redditi compreso tra il 60 e l’80 per cento. La recente costruzione di barriere permeabili lungo la costa ha permesso di trattenere i sedimenti favorendo la rigenerazione naturale delle mangrovie. Oggi, le mangrovie, proteggono circa 10.000 persone dall’erosione costiera, dalle mareggiate e dalla salinizzazione dei suoli e delle risorse idriche, contribuendo ad immagazzinare carbonio e favorendo attività come la pesca, da cui dipendono le comunità locali.

Nel Kenya meridionale, la siccità e il pascolo eccessivo avevano degradato l’iconico ecosistema di Amboseli-Chyulu, al quale le comunità Maasai sono profondamente legate. Qui un’iniziativa comunitaria combina i saperi tradizionali ad una tecnica semplice ed economica, quella delle “mezzelune”: piccoli terrapieni trattengono l’acqua piovana e favoriscono la ricrescita delle specie autoctone. A guidarla sono più di 700 donne e giovani, che stanno ottenendo risultati straordinari: i suoli sono più fertili, le specie autoctone e la fauna selvatica stanno tornando, e le banche dei semi sono diventate una nuova fonte di reddito.

Nelle terre aride della Caatinga, in Brasile, il popolo Xukuru do Ororubá sta riportando in vita un territorio recentemente riacquisito, segnato da oltre 400 anni di degrado. Per gli Xukuru, fiumi, foreste e rocce sono elementi viventi della comunità, dotati di un valore e di diritti propri. Da dicembre del 2023 hanno già ripristinato 91 ettari di territorio in cinque villaggi, facendo crescere 48.000 piantine di 108 specie autoctone e restituendo vita a flora, fauna e corsi d'acqua.

Questi esempi, riportati nei 18 casi di studio del rapporto Lo stato delle foreste del mondo 2026, dimostrano che il ripristino non consiste semplicemente nel piantare alberi, significa portare gli ecosistemi in salute, affinché possano fornire nuovamente servizi essenziali come la regolazione delle risorse idriche, la conservazione del suolo e il sostegno alla biodiversità, generando al contempo benefici per le persone e le economie locali.

Il Decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi proseguirà fino al 2030. Le conoscenze, le tecnologie e l’esperienza necessarie sono già disponibili. La vera sfida consiste ora nell'applicarle con urgenza e su larga scala, prima che la possibilità di invertire il degrado degli ecosistemi si restringa ulteriormente.

(*Zhimin Wu, vicedirettore generale e direttore della Divisione forestale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura)