Un mondo rinnovabile
L’editoriale

Una Carta rinnovabile

La copertina del numero di Green&Blue dedicato alle energie rinnovabili, in edicola il 30 settembre
La copertina del numero di Green&Blue dedicato alle energie rinnovabili, in edicola il 30 settembre 

Per aiutare lo sviluppo delle energie pulite, sempre più ineluttabile alla luce delle crisi geopolitiche di questi tempi, serve trovare un nuovo equilibrio fra governo centrale e governi locali. Alcuni dicono anche andando a modificare, un’altra volta dopo 25 anni, il Titolo V della Costituzione. Nel nuovo numero di Green&Blue, in edicola il 30 settembre, diamo spazio al dibattito con approfondimenti, analisi, dati, storie e interviste sul ruolo cruciale che le rinnovabili rappresentano nella transizione ecologica

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Negli ultimi 25 anni il dibattito intorno alla riforma del Titolo V della Costituzione ha vissuto momenti di grande popolarità. Il picco si è forse registrato durante i due anni abbondanti della pandemia di COVID-19. Quando le difficoltà nella gestione di una tale emergenza sanitaria, che come quasi tutte le questioni sulla salute in Italia sono affidate all’autonomia delle Regioni, sono state molte. L’autogoverno regionale viene infatti tirato in ballo soprattutto quando si parla di sanità. Curarsi in alcuni luoghi d’Italia è più facile e consigliabile. Ma la riforma del Titolo V della seconda parte della Costituzione italiana, quella che appunto regola le competenze tra Stato centrale e Regioni, non riguarda solo medici e ospedali.

Ci sono infatti tanti altri settori toccati dai “cambiamenti federalisti” varati durante l’allora Governo D’Alema e successivamente sottoscritti dagli italiani con un referendum di un quarto di secolo fa esatto: si votò il 7 ottobre del 2001. Tra queste materie c’è l’energia. O meglio, come si legge sulla Carta, “sono materie di legislazione concorrente quelle relative a […] produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”. È anche in queste poche parole che si spiega l’avanzamento a macchia di leopardo delle energie rinnovabili nel nostro Paese. Da una parte ci sono Regioni che stanno correndo e altre che - per tanti motivi: dalla tutela del territorio fino al non voler scontentare i propri cittadini/elettori affetti dalla sindrome Nimby (Not In My Back Yard, cioè Non nel mio cortile) - stanno andando a rilento.

Ma con la crisi climatica in corso, che si aggiunge a quella energetica dovuta per motivi geopolitici che ha effetti su prezzi, economia e sicurezza nazionale, è possibile procedere a più velocità per una questione così cruciale per l’Italia? Si deve tornare a una strategia centralista?

Le risposte possono essere due, opposte, ed entrambe con le loro ragioni. Nei mesi scorsi, per esempio, Energia per l’Italia, un’associazione di cittadini, studiosi e attivisti, aveva scritto ai leader del cosiddetto Campo Largo denunciando il fatto che le Regioni governate dal centrosinistra fossero “indietro nel cronoprogramma del Pniec (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima), piano che, peraltro, appare a sua volta insufficiente rispetto agli accordi climatici europei e globali”. Appello a cui alcuni leader hanno risposto, decidendo di prendere in carico il dossier. Ma il tema è proprio in quella lettera. Serve trovare un nuovo equilibrio tra governi locali e quello centrale. E presto, possibilmente. Al di là delle possibili opzioni in campo, l’unica cosa certa è che si tratta di un argomento non più rimandabile. Anche a costo di rivedere la Carta costituzionale.