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Cina, licenze sull’export di IA, chip e solare: libere le API, bloccati i pesi dei modelli

(World AI Conference 2026, Shanghai, Cina. Foto di Chen Yuyu/VCG via Getty Images) 

Pechino propone di vietare o sottoporre ad autorizzazione 40 tecnologie, dai modelli linguistici più grandi al design dei chip fino alle celle fotovoltaiche di nuova generazione. La stretta arriva dopo anni di controlli americani e colpisce proprio il settore in cui l'Europa dipende di più dalla Cina

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Washington usa da anni i calibri pesanti per controllare le esportazioni tecnologiche. Pechino risponde con qualcosa di meno vistoso ma non meno efficace: sabbia negli ingranaggi. I ministeri cinesi del Commercio e della Scienza e della Tecnologia hanno proposto il 16 ottobre di aggiungere 40 voci al catalogo delle tecnologie vietate o soggette a restrizione all'esportazione: 23 nell'IA, 12 nel fotovoltaico e 5 nella biomedicina. Quattordici tecnologie diventerebbero non esportabili in alcun caso, mentre le altre 26 richiederebbero una licenza.

La consultazione pubblica sul testo, l'Annuncio n. 48/2026, resterà aperta fino al 15 novembre, ma il provvedimento produce già effetti concreti. Chi intende trasferire dalla Cina all'estero una delle tecnologie elencate deve infatti registrarsi presso il ministero del Commercio, anche per operazioni già avviate. Lo studio legale Baker McKenzie, uno dei più grandi al mondo, precisa che la registrazione non equivale a un'autorizzazione, ma anticipa di fatto gli effetti del catalogo definitivo.

Il ministero del Commercio la definisce un lavoro di routine, non rivolto contro alcun paese. Il suo portavoce l'ha però legata in modo esplicito alla sicurezza nazionale, in una nota ripresa da Associated Press: "Il governo cinese sta attuando queste misure necessarie con l'obiettivo di rafforzare la soglia minima di sicurezza, prevenire usi impropri e abusi e garantire che l'IA resti sotto il controllo umano".

La differenza tra uso e trasferimento

La parte dedicata all'IA è la più innovativa, perché distingue tra l'uso di un modello e il trasferimento della tecnologia che lo fa funzionare. L'accesso dall'estero a un modello ospitato in Cina tramite API (le interfacce che permettono a un software di interrogare un servizio remoto), siti web, app o servizi cloud non sarebbe considerato un'esportazione. Le tecnologie già pubbliche grazie a rilasci open source o pubblicazioni accademiche restano anch'esse escluse.

Il controllo scatta quando a uscire dal paese sono i pesi del modello, cioè i parametri numerici appresi durante l'addestramento, oppure il codice sorgente e le competenze di progettazione. Il divieto assoluto riguarderebbe i modelli addestrati su dati che la normativa cinese classifica come core, cioè di massima rilevanza per la sicurezza nazionale, gli agenti di IA impiegati in difesa, infrastrutture critiche e sistemi governativi e le tecnologie con forti capacità offensive in campo informatico, come gli strumenti che generano codice malevolo.

La licenza servirebbe invece per i modelli che superano almeno una di tre soglie: 2.000 miliardi di parametri, una potenza di calcolo per l'addestramento pari a 10 elevato alla 26 operazioni in virgola mobile oppure un posto tra i primi 10 nei test di valutazione pubblici. Il governo cinese non cita modelli specifici, ma consultando le piattaforme online di valutazione rientrerebbero sicuramente Kimi K3 di Moonshot e Qwen3.8-Max di Alibaba. Lo stesso regime, secondo Baker McKenzie, toccherebbe anche la progettazione dei chip per l'IA che rispettano almeno uno tra diversi criteri, per esempio l'uso di processi produttivi a 14 nanometri o meno oppure l'impilamento dei componenti nelle configurazioni 2.5D e 3D, oltre ad alcune memorie avanzate e ai cluster di calcolo (gruppi di server che lavorano come un unico sistema) con almeno 10.000 acceleratori.

Le imprese europee potrebbero subire effetti collaterali. Gli esperti legali sostengono che costituirebbe un'esportazione anche la sola installazione completa all'estero di un modello soggetto a restrizione. Le autorità hanno però previsto una sorta di licenza automatica, ancora da definire, per i casi in cui il soggetto cinese conserva il controllo dell'infrastruttura o per il rilascio open source dei modelli. Questo meccanismo lascerebbe aperta la strada ai modelli aperti che hanno reso popolari i laboratori cinesi, ma potrebbe dare a Pechino un controllo preventivo su ogni nuova versione di fascia alta.

La Cina smette di essere bersaglio e diventa regolatore

La mossa rovescia una dinamica che dura dal 2022. Gli Stati Uniti hanno costruito in questi anni un sistema di controlli per impedire alla Cina l'accesso ai chip IA più avanzati e ai macchinari per produrli. Il presidente Donald Trump ha firmato il 14 gennaio un documento che impone un dazio del 25% su alcuni processori avanzati, tra cui Nvidia H200 e Amd MI325X, esentando quelli destinati ai data center e alla ricerca negli Stati Uniti.

Non solo. Il fronte si allarga anche a Taiwan, snodo centrale della produzione mondiale di semiconduttori. Il ministro dell'Economia Kung Ming-hsin ha annunciato in una recente intervista a Bloomberg che l'isola aggiungerà server IA e semiconduttori avanzati alla lista dei beni controllati, allineandosi in parte alle regole americane, senza però indicare una data.

La differenza tra i due approcci è però sostanziale. Washington controlla l'hardware, cioè ciò che la Cina non riesce ancora a produrre ai livelli più alti; Pechino prova a trattenere ciò che sa fare meglio: modelli, progettazione e processi industriali. Lian Jye Su, analista capo della società di ricerca Omdia, legge la proposta come una contromossa: "Può essere vista come una risposta ai requisiti di sovranità che i paesi occidentali stanno imponendo su IA, robotica, telecomunicazioni e altre tecnologie chiave". Gary Ng, economista senior della banca francese Natixis, allarga la prospettiva: "Il mondo si sta frammentando nel commercio e negli investimenti, ma anche nell'accesso alle tecnologie".

Il solare, dove la leva pesa davvero

Il fotovoltaico è il terreno in cui il peso della Cina è più evidente. La proposta vieterebbe l'esportazione delle tecnologie per alcuni wafer con spessore pari o inferiore a 70 micron (le fette di silicio da cui si ricavano le celle) e per le celle al perovskite e tandem perovskite-silicio. Lo stesso divieto colpirebbe in larga scala la produzione di polisilicio, che è uno lo standard di settore economico e poco energivoro. Il polisilicio ottenuto con linee tradizionali da almeno 30.000 tonnellate l'anno richiederebbe invece una licenza.

Il ministero del Commercio giustifica la stretta con l'uso crescente del solare in settori sensibili come aerospazio e difesa. Baker McKenzie segnala una novità: per la prima volta il controllo si estende anche ad alcuni macchinari di produzione essenziali, una scelta che sembra mirata a frenare la nascita di fabbriche fotovoltaiche fuori dalla Cina.

Il valore di questa leva emerge dai numeri dell'Agenzia internazionale dell'energia (Iea). Il rapporto Energy Technology Perspectives 2026 attribuisce alla Cina circa l'85% della capacità produttiva della filiera solare e l'80% di quella delle batterie agli ioni di litio, quote che salgono al 95% per i wafer e al 97% per i materiali anodici delle batterie. Un singolo impianto di wafer in Mongolia Interna, calcola l'agenzia, basterebbe da solo a soddisfare la domanda fotovoltaica di Ue e India.

Cosa cambia per l'Europa e per l'Italia

La proposta cinese non blocca la vendita di pannelli, che continuerebbero a raggiungere i mercati europei. Il bersaglio è la capacità di produrli altrove. L'Europa cerca da anni di riportare in casa una parte della filiera fotovoltaica, e una delle strade più rapide per farlo passa per licenze, macchinari e competenze di origine cinese: proprio ciò che Pechino si prepara a filtrare.

Il caso italiano più evidente è la fabbrica 3Sun di Enel Green Power a Catania, che produce moduli a eterogiunzione e ha annunciato il passaggio alle celle tandem al perovskite, due delle famiglie tecnologiche finite nel mirino di Pechino.

La dipendenza riguarda anche le batterie. L'Iea ha simulato uno stop alle esportazioni del principale fornitore della filiera, le fabbriche di auto elettriche fuori dalla Cina perderebbero circa 17 miliardi di dollari di produzione per ogni mese di blocco, e quasi due terzi del danno ricadrebbero sull'Unione europea.

L'impatto immediato sul fronte dell'IA appare più contenuto. Le aziende europee che usano modelli cinesi tramite API o che hanno già scaricato versioni pubblicate in open source restano fuori dal perimetro. Lo scenario cambierebbe per chi sviluppa progetti congiunti con partner cinesi o acquisisce quote di società.

La consultazione si chiuderà il 15 novembre, e l'elenco definitivo dei 14 divieti dirà quanto la stretta sia davvero ampia. Il messaggio di Pechino, però, è già chiaro: modelli, chip e celle solari sono ormai risorse strategiche al pari delle terre rare, e la Cina intende decidere chi può averli.