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L’università nell’epoca in cui l’IA ha tutte le risposte: OPIT apre il quarto anno accademico

In primo piano, il rettore di OPIT: Francesco Profumo
In primo piano, il rettore di OPIT: Francesco Profumo 

Al Museo dell’Automobile di Torino, l’Open Institute of Technology ha inaugurato l’anno accademico 2026/2027 mettendo al centro una questione che riguarda ormai tutto il sistema universitario: che cosa significa imparare quando l’intelligenza artificiale può produrre risposte, codice e analisi in pochi secondi

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L’Open Institute of Technology (OPIT), istituzione accademica europea interamente online fondata nel 2023 da Riccardo Ocleppo e guidata dal rettore Francesco Profumo, ha inaugurato al Museo Nazionale dell’Automobile di Torino il suo quarto anno accademico.

La scelta di un modello digitale risponde soprattutto al profilo dei suoi studenti: persone provenienti da tutto il mondo, con un’età media di circa trent’anni e spesso già inserite nel mercato del lavoro, che hanno bisogno di conciliare studio, professione e vita privata.

È anche da questa esperienza che nasce una questione più ampia sul futuro dell’università.

La formazione sempre più raramente si esaurisce prima dell’ingresso nel mondo del lavoro: accompagna carriere più lunghe e discontinue, durante le quali competenze e strumenti possono cambiare rapidamente. L’intelligenza artificiale sta accelerando questo processo e, allo stesso tempo, sta modificando il modo stesso in cui si studia e si costruisce una conoscenza.

È stato questo il terreno su cui OPIT ha costruito l’apertura dell’anno accademico 2026/2027, riunendo studenti, docenti e relatori internazionali attorno al rapporto tra IA, istruzione, lavoro e responsabilità.

Al suo quarto anno accademico, OPIT conta oltre 650 studenti distribuiti su sei continenti, con un’età media di circa trent’anni e, nella maggior parte dei casi, un’attività professionale già avviata. La cerimonia di Torino ha coinvolto circa 300 persone tra presenza fisica e collegamenti online.

L’offerta è interamente in inglese e online. Comprende sei percorsi di laurea triennale e magistrale - Computer Science, Applied Data Science & AI, Digital Business, Enterprise Cybersecurity, Digital Business & Innovation e Responsible Artificial Intelligence - oltre a un dottorato in AI e a un Foundation Program.

Il corpo docente è composto da circa cinquanta professori con esperienze internazionali accademiche e aziendali. I percorsi sono accreditati a livello europeo.

L’università deve preparare a ciò che ancora non conosce

Il rettore di OPIT, Francesco Profumo, ha aperto l’anno accademico con un intervento intorno all’incertezza su ciò che deve realmente insegnare un’università nell’era dell’IA.

Nel suo discorso agli studenti, Profumo lo ha formulato in termini molto netti: "L’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente il mondo del lavoro e dell’istruzione. Oggi le università devono affrontare una sfida senza precedenti: preparare gli studenti a professioni che ancora non conosciamo e a risolvere problemi che oggi non siamo nemmeno in grado di prevedere. In questo scenario, il rischio più grande è pensare che l’intelligenza artificiale possa sostituire la nostra capacità di ragionare. Più le macchine producono risposte, più dobbiamo imparare a porre le domande giuste".

Il tema ritorna in tutto lo speech preparato per l’inaugurazione. Profumo lega la nascita stessa di OPIT alla costruzione di un’università internazionale capace di modificarsi insieme al mondo esterno. Molti studenti hanno un lavoro, una famiglia e responsabilità che rendono difficile adattarsi al modello universitario tradizionale. La tecnologia serve quindi ad accorciare le distanze. L’esperienza educativa deve conservare rigore e relazioni umane.

C’è poi una seconda trasformazione, più difficile da affrontare. Un sistema educativo ha sempre insegnato anche attraverso la necessità di cercare una risposta: leggere, ricordare, confrontare fonti, provare una soluzione e scoprire che era sbagliata. I modelli generativi comprimono buona parte di questo percorso in una conversazione di pochi secondi. La disponibilità della risposta, di conseguenza, rende più importante la capacità di valutarla.

“Una risposta apparentemente convincente può essere sbagliata e una decisione tecnologicamente efficiente può essere ingiusta - ha detto Profumo -. Per questo le università devono insegnare ai giovani a utilizzare l’AI senza rinunciare alla propria intelligenza, mettendone in discussione i risultati e comprendendo le conseguenze delle decisioni che prendono”.

Il rettore ha formulato tre impegni verso gli studenti. Il primo riguarda l’apprendimento continuo: programmazione, dati, cybersecurity e IA sono competenze destinate a essere aggiornate più volte. Il secondo riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale, che deve ampliare le possibilità dello studente senza trasformarsi in una delega permanente del ragionamento. Il terzo introduce la responsabilità: dietro un algoritmo, un sistema di dati o una decisione tecnologica rimangono persone che ne subiranno o ne beneficeranno le conseguenze.

La laurea, dentro questa impostazione, diventa una tappa di un processo formativo molto più lungo. Profumo usa una formula che ritorna anche negli interventi successivi: imparare, disimparare e imparare di nuovo.

Quando l’AI entra davvero nell’impresa

Barbara Cominelli, oggi partner di Cysero AI e con una lunga esperienza manageriale nel settore tecnologico, ha spostato la discussione dall’università alle aziende.

Il suo intervento, dedicato alla sostenibilità dell’intelligenza artificiale, è partito da due esperienze personali: TOBi, il sistema sviluppato in Vodafone per la customer experience, e il periodo in Microsoft, dove Cominelli racconta di aver condiviso il palco con Satya Nadella parlando della capacità dell’IA di amplificare l’ingegno umano.

Da quelle esperienze è derivata una distinzione importante per capire l’attuale entusiasmo aziendale verso l’intelligenza artificiale. La frase scelta da Cominelli è molto breve: «L’IA non è una strategia. L’IA rende tutte le strategie possibili». L’intelligenza artificiale offre strumenti nuovi, mentre la scelta di ciò che un’azienda vuole diventare rimane una responsabilità del management.

La progressione tecnologica descritta nel suo intervento passa dall’IA predittiva a quella generativa e arriva ai sistemi agentici. La prima analizza informazioni e prova a prevedere comportamenti. La seconda produce testi, immagini, codice e analisi. Gli agenti aggiungono la capacità di pianificare e compiere azioni attraverso sistemi aziendali differenti.

Cambiano, oggi, le conseguenze dell’errore. Un chatbot può fornire un’informazione sbagliata mentre un agente collegato ai sistemi dell’impresa può trasformare quell’errore in un’azione.

Cominelli ha proposto l’immagine dei mattoncini Lego. Le aziende sono costruite con elementi assemblati nel tempo - strutture organizzative, sistemi informativi, dati, competenze e processi - che rispondono anche ai vincoli tecnologici dell’epoca in cui sono stati progettati. L’IA attribuisce capacità nuove a molti di questi elementi e consente quindi di ripensare la costruzione nel suo insieme.

L’altra faccia della trasformazione riguarda le persone. Cominelli ha citato IKEA, che ha impiegato il chatbot Billie nel servizio clienti e ha parallelamente investito nella riqualificazione di circa 8.500 dipendenti verso attività di consulenza e vendita da remoto. Il modo in cui viene utilizzata la produttività liberata dall’automazione diventa così una scelta organizzativa: può tradursi in riduzione dei costi oppure finanziare competenze e nuovi servizi.

L’intervento di Cominelli è giunto infine molto vicino al tema educativo di Profumo. Se le attività più semplici affidate tradizionalmente ai lavoratori junior vengono automatizzate, diventa più difficile capire come si formeranno i professionisti senior del futuro. Anche gli errori e il confronto con problemi ripetitivi hanno sempre avuto una funzione nell’apprendimento di un mestiere.

Cominelli richiama qui il modello dei professionisti “T-shaped”, dotati di una competenza verticale profonda e della capacità di muoversi tra discipline diverse, e la cultura del learn-it-all associata a Satya Nadella: curiosità e disponibilità a rimettere in discussione ciò che si è imparato.

Il rischio di imparare senza accorgersi di non aver imparato

Chris Stokel-Walker ha portato lo stesso problema dentro la testa degli studenti che hanno assistito all’evento.

Giornalista britannico che ha scritto per testate tra cui The Times, The Economist, BBC, Bloomberg e Wired, è autore del libro How AI Ate the World. Torino ha cercato di spiegare come si può ancora imparare quando l’IA fornisce tutte le risposte.

Stokel-Walker è partito dalla diffusione dell’intelligenza artificiale tra gli studenti. Secondo i dati citati, il 95% degli universitari britannici usa l’AI in qualche forma e il 94% la impiega anche per lavori sottoposti a valutazione. Tra gli studenti universitari italiani la quota indicata è dell’89%.

La diffusione, però, corre più rapidamente dell’educazione al suo utilizzo. Appena il 23% degli studenti italiani avrebbe ricevuto anche una formazione di base sull’impiego di strumenti IA. Nel Regno Unito il 68% degli studenti considera essenziali le competenze legate all’intelligenza artificiale e il 48% ritiene di ricevere dal personale universitario un aiuto sufficiente a svilupparle. Stokel-Walker descrive così una possibile nuova divisione tra chi impara a interrogare la macchina e chi tende ad accettarne il risultato.

Nel corso del suo intervento, Stokel-Walker ha cercato di recuperare una componente poco spettacolare dell’apprendimento: la fatica. Ricordare, tentare una soluzione, sbagliare e riprovare sono meccanismi attraverso i quali le conoscenze si consolidano. Un assistente estremamente efficiente può eliminare proprio quella frizione.

Dall’efficienza all’integrità

Accanto a Cominelli e Stokel-Walker, l’inaugurazione dell’anno accademico di OPIT ha ospitato Hamilton Mann, presidente dell’Artificial Integrity Institute e vincitore del Thinkers50 Digital Thinking Award. Il suo intervento, dedicato a AI & Integrity, ha affrontato etica, responsabilità e integrità nello sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale, con particolare attenzione ai limiti dell’autonomia decisionale degli algoritmi e alle condizioni necessarie per costruire tecnologie affidabili.

La presenza di Mann ha completato così il percorso costruito durante la giornata, portando la discussione dalle applicazioni dell’AI alle conseguenze delle decisioni affidate ai sistemi automatici.

Per gli studenti che iniziano oggi un percorso in informatica, dati o intelligenza artificiale, è un confine destinato a diventare sempre più concreto: una parte crescente del loro lavoro consisterà nel decidere dove e come lasciare agire le macchine.