La banca JPMorgan Chase e la società di investimento Charles Schwab stanno bloccando gli agenti IA esterni che cercano di operare sui conti dei clienti. Gli agenti IA, ossia programmi capaci di eseguire compiti per conto degli utenti interfacciandosi con strumenti digitali, pongono nello specifico un problema che riguarda le credenziali d’accesso alle relazioni bancarie. Infatti, un cliente può affidarle al proprio agente IA ma una banca può rifiutare che l’agente le usi per agire al suo posto.
In estrema sintesi, l’accesso consentito dal correntista e quello accettato dalle banche appaiono essere due cose distinte e il direttore finanziario di JPMorgan Jeremy Barnum ha spiegato che la banca, quando riesce a identificarli, blocca gli agenti IA esterni che accedono ai conti tramite condivisione delle credenziali.
Parallelamente Rick Wurster, amministratore delegato del gruppo Charles Schwab, in un’intervista a Bloomberg Television, ha parlato di tentativi bloccati nell’ordine delle decine ogni settimana, indicando tra gli agenti IA che operano per conto dei clienti anche Muse, assistente di Meta. Wurster peraltro sostiene che né l’istituto né il cliente possono controllarne adeguatamente il comportamento degli agenti IA e pone il problema di chi risponderebbe di un errore. Anche Bank of America e il gruppo finanziario e bancario CitiGroup hanno preso accorgimenti simili.
Si tratta di misure preventive
Non risultano, almeno mentre scriviamo, episodi di agenti IA che hanno compiuto operazioni indesiderate a danno dei correntisti o degli istituti di credito e le banche, nel limitarne l’accesso, si muovono in modo preventivo.
Al di là delle singole decisioni prese dagli istituti di credito, il tema degli agenti IA deve porre interrogativi di ordine pratico e non si limita al mercato americano. Infatti, prima che un agente riceva accesso a un conto, occorre stabilire quali poteri possa esercitare giacché, per quanto banale, consultare un saldo o preparare un bonifico sono attività potenzialmente innocue, effettuare bonifici è materia di tutt’altra caratura.
Gli agenti IA, le banche e le responsabilità
Le banche stanno affrontando i problemi che gli agenti IA possono porre anche nei contratti. Il Digital Services Agreement Chase, ovvero il contratto per i servizi digitali del gruppo JPMorgan aggiornato a ottobre 2026, dedica una parte agli agenti IA esterni. La banca afferma che considererà le istruzioni impartite mediante le credenziali del cliente come provenienti dal cliente stesso. Gli attribuisce la responsabilità di sorvegliare l’agente anche quando il programma interpreta male una richiesta, compie azioni indesiderate o supera l’autorità concessa. Si riserva inoltre di limitarne o interromperne l’accesso.
Negli Stati Uniti, argomento che tocchiamo solo di sponda, il regolamento federale sui trasferimenti elettronici, la Regulation E, distingue le credenziali ottenute con frode dai poteri affidati volontariamente a un altro soggetto. Nell’interpretazione ufficiale, chi concede accesso e autorità di trasferire denaro risponde anche delle operazioni che eccedono la delega, finché non avvisa l’istituto che quell’autorizzazione è revocata.
Tuttavia, il testo non risolve espressamente ogni comportamento degli agenti IA e il trattamento di un errore resta da verificare in base ai fatti e alle norme applicabili. Una zona grigia che non giova né alle banche né ai clienti.
Il rischio tecnico
Il rischio tecnico, intanto, è documentato dalla ricerca e va oltre il pericolo potenziale di un agente IA configurato in modo perfettibile, entrando a pieno titolo nei meandri della cybersecurity. Infatti, uno studio del Politecnico federale di Zurigo esamina programmi capaci di utilizzare strumenti esterni, comprese operazioni bancarie simulate.
Il lavoro si concentra soprattutto sulle tecniche di prompt injection, ossia istruzioni malevole nascoste nei contenuti che un agente deve leggere e che possono deviarlo dal compito affidatogli dall’utente. Tra gli scenari presi in esame compare proprio il pagamento di una fattura, con il tentativo di indirizzare il denaro verso un conto controllato dall’attaccante.
Il meccanismo sfrutta i permessi già resi disponibili all’agente IA che legge un documento, scambia il contenuto ostile per un comando da seguire e può usare gli strumenti a cui ha accesso per compiere un’azione diversa da quella richiesta. È una vulnerabilità studiata in un ambiente sperimentale basato su agenti IA del 2024 e spiega perché l’autorizzazione iniziale del cliente non basti a garantire che ogni azione successiva corrisponda alla sua volontà.
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L’industria bancaria si muove da sé
I limiti che le banche impongono agli agenti IA sono principi formulati dall’industria, non nuove norme già applicabili. Anche la Bank of England, lo scorso 30 giugno, ha individuato nel consenso, nelle autorizzazioni e nella gestione delle controversie i nodi dei pagamenti affidati agli agenti IA. La Banca centrale britannica osserva che i sistemi di controllo esistenti non sono stati costruiti pensando a programmi autonomi.
Tuttavia, come ha sottolineato Barnum, la sicurezza e la concorrenza sono legate tra di loro. Infatti, sostiene il direttore finanziario di JPMorgan, gli agenti IA possono essere utili ai clienti per cercare investimenti con rendimenti migliori e, in quest’ottica, un istituto di credito che mette in condizione i correntisti di avvalersene instaura un rapporto migliore con i rispettivi clienti.
Così, il blocco degli agenti IA contiene in sé una sorta di pressione commerciale e aggiunge pagine interessanti a un libro ancora tutto da scrivere e che, in assenza di regole chiare in materia di autorizzazioni e responsabilità, rimane un libro incompiuto. Riducendo all’osso l’intera questione, stabilire chi può operare su un conto bancario coincide con l’accompagnare i clienti nella loro facoltà di investire.