Torino ha legato per un secolo il proprio nome all'automobile e alla catena di montaggio. Lo spazio le offre ora un nuovo fronte di sviluppo, con una logica sorprendentemente simile. Lo Stellar Hub di Space Industries, inaugurato ieri a Settimo Torinese, vuole produrre satelliti in serie facendoli avanzare da una stazione all'altra, come una vettura lungo la linea. L'obiettivo dichiarato è una capacità teorica massima di 140 satelliti l'anno.
Il paragone non è soltanto una suggestione. Giuseppe Santangelo, cofondatore e amministratore delegato dell'azienda, descrive la manifattura satellitare come un mondo ancora artigianale, in cui ogni satellite nasce come un progetto unico anche quando ne servono decine. La sua ricetta parte dalla fabbrica, non dal prodotto: “Con Space Industries ribaltiamo il paradigma: la domanda non è più se la fabbrica sia adatta a produrre un satellite, ma se il satellite, o meglio, la costellazione, sia progettato per poter essere prodotto in serie nella nostra fabbrica".
La linea in camera pulita
Lo stabilimento si estende su circa 8mila metri quadrati, di cui 2mila di camere pulite, e lavora su satelliti fino a 600 kg. Modelli quindi di piccole o medie dimensioni per qualsiasi applicazione: dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra.
Il percorso ricorda quello di una carrozzeria, ma più asettica con ampie superfici bianche splendenti perimetrate da tratti di colore blu e pavimento celeste. I componenti arrivano in un magazzino robotizzato, passano per un'area di accettazione e pre-integrazione, vengono assemblati prima in sottosistemi e poi nel satellite completo. Un corridoio centrale separa le aree di montaggio da quelle di collaudo, dove le macchine di test sono allineate in sequenza.
La camera termovuoto, spiegano i tecnici, riproduce il vuoto e gli sbalzi di temperatura dell'orbita, fino a 170 gradi sotto zero. La tavola vibrante simula le sollecitazioni del lancio, la camera anecoica verifica che antenne ed elettronica non si disturbino a vicenda e un bunker con un portone blindato mette in pressione i sistemi di propulsione per scovare eventuali perdite. Tutte le prove si svolgono in camera pulita, così il satellite non deve essere ripulito né trasferito da un centro all'altro. Santangelo la considera la caratteristica che distingue l'impianto: "Prima di solito si andava a fare il test in termovuoto in una facility, il test di vibrazioni da un'altra parte (...) e qui li abbiamo messi tutti in serie".
La capacità segue la stessa logica della linea. Le aree di integrazione sono dodici, separate e con accessi controllati, per ospitare in parallelo clienti diversi, anche concorrenti tra loro. Ogni satellite attraversa cinque o sei stazioni di lavoro di circa un mese ciascuna, il ciclo completo dura circa sei mesi e la linea a pieno regime consegnerà dodici satelliti al mese.
Collaudi, spazi in affitto e industrializzazione
Il modello di business di Space Industries si regge su tre servizi, che convivono nello stesso stabilimento. Il primo è il collaudo. Un cliente porta un satellite già costruito, o un suo sottosistema, e lo sottopone a una singola prova oppure all'intera campagna di qualifica spaziale: termovuoto, vibrazioni, prove elettromagnetiche e di pressione, in sequenza e senza uscire dalla camera pulita. Questo è il servizio con cui la fabbrica ha cominciato a lavorare, lo stesso che sta usando oggi il primo cliente annunciato.
Il secondo servizio mette a disposizione spazi e attrezzature. Le dodici aree di integrazione - di cui quattro già operative - sono box privati, con accessi controllati e camere pulite che saranno certificate ISO 8, lo standard internazionale che fissa il numero massimo di particelle sospese nell'aria. Il cliente può lavorarci con il proprio personale, come in un reparto in affitto. Gli ingegneri seguono il satellite da sale di controllo esterne, collegati via cavo, mentre in camera pulita entrano solo gli addetti al montaggio. Space Industries fornisce supporto tecnico, ma la responsabilità del progetto resta al cliente.
Il terzo servizio è il più ambizioso e riguarda l'industrializzazione. Space Industries non progetta piattaforme proprie: lavora in modalità platform agnostic, cioè sceglie sul mercato il bus più adatto alla missione, la struttura di base del satellite che comprende alimentazione, controllo d'assetto e comunicazioni. L'azienda integra poi su quella base il carico utile del cliente e accompagna il progetto fino alla produzione in serie di un'intera costellazione. Il lavoro comincia già in fase di progettazione, con una consulenza che l'azienda chiama co-design: un satellite pensato come un pezzo unico va ripensato perché possa essere montato e collaudato in linea. Santangelo affianca infatti al più noto livello di maturità tecnologica un livello di maturità produttiva, il manufacturing readiness level, che misura quanto un satellite sia pronto per essere fabbricato in serie.
Rina, la società genovese di ispezione e certificazione, potrebbe entrare proprio in questa partita. Le due aziende stanno discutendo di test utili alla certificazione dei processi produttivi, un passaggio indispensabile per standardizzare il modo in cui si costruiscono i satelliti.
Il primo cliente in casa
Il veicolo Ion di D-Orbit, l'azienda comasca di logistica spaziale, è già nella fase di test di vibrazione sui tre assi. Una volta superati i test di accettazione potrà essere usato come veicolo di trasferimento orbitale, una sorta di taxi che porta in orbita i satelliti dei clienti e li rilascia uno per uno nelle posizioni richieste. I tecnici di D-Orbit lavorano direttamente sul proprio veicolo, mentre Space Industries gestisce macchine e impianti. Il contratto in essere riguarda proprio i test di accettazione della piattaforma.
Il cliente ha contribuito anche a disegnare la fabbrica. Santangelo ha raccontato dal palco che il primo progetto prevedeva un migliaio di metri quadrati e soffitti bassi. Luca Rossettini, il Ceo di D-Orbit, ha chiesto spazi più alti per farci entrare i propri veicoli, e alla fine Comat ha ristrutturato l'intero capannone di questa ex vetreria, in circa 15 mesi di lavori. Lo stabilimento ha smesso di essere un cantiere venerdì scorso. E adesso già vanta tre contratti siglati.
Dalla Stazione spaziale al ritorno a Torino
Santangelo, ingegnere meccanico siciliano, ha iniziato a lavorare nel 1999 a Torino nell'allora Alenia Spazio, oggi Thales Alenia Space, su componenti per la Stazione spaziale internazionale. Negli Stati Uniti ha fondato Skypersonic, società di droni ceduta nel 2021 all'americana Red Cat, ed è rientrato in Italia nel 2023 per guidare Tyvak International, filiale europea del costruttore di piccoli satelliti Terran Orbital.
Il primo lavoro importante del suo stabilimento non a caso riguarda di nuovo la Stazione. Lo Stellar Hub ha ospitato i test sul Layer-0, il nuovo strato di rivelatori al silicio destinato ad AMS-02 (Alpha Magnetic Spectrometer), lo spettrometro che dal 2011 studia i raggi cosmici in orbita. L'aggiornamento triplicherà la capacità dello strumento di raccogliere particelle e dovrebbe essere installato dagli astronauti all'inizio del 2027. Alle prove hanno contribuito personale e competenze dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), della Nasa, del Cern di Ginevra, del Massachusetts Institute of Technology e di Alca Space.
Capitale privato e filiera dell'auto
Space Industries è controllata da Comat, gruppo torinese della famiglia Micelli specializzato in impianti, camere pulite e sistemi energetici. L'investimento dichiarato supera i 20 milioni di euro ed è interamente privato. L'azienda conta oggi circa 40 dipendenti e punta a superare i 200 collaboratori e i 30 milioni di euro di fatturato entro il 2030.
Gianfranco Micelli, presidente di Space Industries e procuratore generale di Comat, rivendica l'impostazione industriale del progetto: "Quando abbiamo scelto di investire nella Space Economy, abbiamo capito subito che la vera sfida non era progettare un satellite, ma saperlo produrre con metodo industriale". Il gruppo, alla terza generazione di imprenditori, affianca allo spazio anche investimenti nella robotica umanoide e sta già valutando un ampliamento dello stabilimento.
Il legame con l'automobile torna anche nella filiera. Santangelo vede nei fornitori torinesi dell'auto, abituati a ottimizzare il costo di ogni componente e oggi alle prese con la crisi del settore, una risorsa per la produzione di satelliti. L'avvertenza arriva subito dopo: "La filiera spaziale può essere un ottimo polmone, con l'attenzione che non può sostituire tutto il mondo automobilistico: parliamo di volumi di milioni rispetto a volumi di centinaia, di migliaia nel prossimo futuro".
Criticità e opportunità
La catena ha però un anello debole. Santangelo stesso ha indicato nell'accesso allo spazio la criticità più pressante per l'Europa, con un mercato dei lanci dominato di fatto da SpaceX. Una fabbrica di satelliti in serie ha bisogno di razzi altrettanto disponibili per trasformare la capacità produttiva in costellazioni operative.
Torino ha già vissuto una volta il passaggio dal laboratorio alla linea di montaggio, con l'automobile. La scommessa dello Stellar Hub è che il mercato commerciale dei satelliti cresca abbastanza in fretta da riempire tutte e dodici le postazioni della sua nuova catena.