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L’intervento

L’Europa al bivio dell’intelligenza artificiale

L’Europa al bivio dell’intelligenza artificiale

Con la sua attenzione per la tutela dei diritti, la Ue potrebbe essere il luogo ideale per costruire un’IA che non divori la democrazia, ma la rafforzi. Oppure, per paura di sbagliare, potrebbe rinunciare a correre

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Le lezioni romane di Peter Thiel, avvolte da un’aura di riservatezza esoterica, arrivano in un momento in cui l’Europa si interroga sul proprio destino tecnologico. Non è solo il fascino di un miliardario della Silicon Valley a catturare l’attenzione, ma il tono apocalittico delle sue riflessioni: l’AI come possibile Armageddon, come Anticristo, come forza capace di travolgere la democrazia più che rafforzarla. È davvero questo il bivio davanti a noi? L’intelligenza artificiale sarà la più grande alleata della libertà o la sua più sofisticata minaccia? E soprattutto: la risposta è davvero una tecno-élite illuminata, come Thiel suggerisce, o esiste un’altra via?

In questo scenario, l’Europa prova a costruire una propria identità. Non vuole essere la copia sbiadita della Silicon Valley, né il laboratorio iper-centralizzato dei modelli asiatici. Vuole essere un continente che mette al centro i diritti, la trasparenza, la democrazia. Ma può questa scelta diventare un vantaggio competitivo o rischia di trasformarsi in una camicia di forza? È la domanda che attraversa ogni discussione sul Digital Services Act, sul Digital Markets Act, sull’AI Act: norme nate per proteggere i cittadini, ma che alcuni temono possano rallentare l’innovazione proprio mentre il mondo accelera. Eppure, la storia insegna che la Silicon Valley non è cresciuta solo grazie alla deregulation, come spesso si racconta. È cresciuta grazie allo Stato investitore, ai fondi federali, ai programmi militari, alle università pubbliche. È cresciuta perché qualcuno ha creduto che il rischio fosse un bene pubblico, non solo privato. È cresciuta perché il governo ha costruito ponti, non si è affidato semplicemente al laissez-faire.

E allora la domanda diventa: quale modello può adottare l’Europa per non restare schiacciata tra giganti? L’Italia, che oggi si colloca al 43° posto tra gli ecosistemi più innovativi, vive questa tensione in modo ancora più evidente. Bene, ma non benissimo. Il talento c’è, le idee ci sono, le università producono ricerca di livello mondiale. Ma la distanza dai Paesi leader resta ampia. Non basta avere startup: serve avere aziende innovative capaci di crescere, di scalare, di generare reddito e occupazione. Serve un ecosistema che non celebri solo la nascita, ma la maturità. Serve un Paese che non si limiti a incubare, ma che accompagni le imprese nel salto globale.

In questo contesto, l’arrivo annunciato di “EU Inc.”, un modello unico e semplificato a livello europeo per fare impresa, appare come una possibile svolta. Non un super-Stato centralizzatore, ma una piattaforma industriale capace di dare coerenza, velocità, direzione. Una struttura che unisca incentivi intelligenti, supporti tecnici, filiere strategiche. Una struttura che sappia fare ciò che gli Stati Uniti fanno da decenni: usare il potere pubblico per moltiplicare quello privato. Perché l’innovazione deve essere libera nei mezzi, certo, ma non nei fini. E qui torna il monito di Thiel: chi decide quali fini? Chi controlla i sistemi che controllano tutto il resto? Il caso Anthropic e il dibattito sui sistemi automatici di difesa mostrano quanto sia sottile il confine tra progresso e pericolo, tra autonomia e perdita di controllo.

L’Europa, con la sua attenzione per la tutela dei diritti, potrebbe essere il luogo ideale per costruire un’intelligenza artificiale che non divori la democrazia, ma la rafforzi. Oppure potrebbe diventare il continente che, per paura di sbagliare, rinuncia a correre. La verità è che non esiste innovazione senza rischio, ma non esiste democrazia senza responsabilità. E forse la sfida del nostro tempo è proprio questa: costruire un modello in cui startup, imprese, istituzioni e cittadini non siano spettatori, ma protagonisti di un progetto comune. Un modello in cui la tecnologia non sia un destino, ma una scelta. Un modello in cui l’Europa non insegua il mondo, ma lo ispiri.

*Presidente ANGI