Agile Robots, gruppo di robotica e automazione con sede a Monaco di Baviera, è stato fondato nel 2018 da Peter Meusel e Zhaopeng Chen, che ne è ceo, con l’obiettivo di collegare IA, sensori e robotica di precisione, costruendo macchine capaci di percepire e adattarsi all’ambiente.
Il passaggio da ricercatore a imprenditore ha trasformato Chen in una delle figure più rilevanti della robotica europea. Nel 2021 Agile Robots ha raccolto 220 milioni di dollari in un finanziamento guidato dal SoftBank Vision Fund 2, raggiungendo una valutazione superiore al miliardo di dollari. A marzo del 2026 Agile Robots ha annunciato una collaborazione con Google DeepMind, destinata a integrare i modelli Gemini Robotics nei propri sistemi industriali.
A che punto è lo sviluppo dei robot? Dove potranno arrivare e dove è il caso che non arrivino mai? Quanto etica e filosofia hanno un impatto pratico sull’evoluzione della tecnologia robotica? Ne parliamo con lo stesso Zhaopeng Chen.
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Un robot può davvero comprendere il mondo senza alcuna esperienza di vulnerabilità, desiderio o mortalità?
«Un robot non comprende il mondo nel senso dell’esperienza vissuta. Ma non è questo l’obiettivo. Non ha bisogno di provare vulnerabilità per agire in modo significativo. Deve invece essere in grado di percepire lo spazio fisico e operare al suo interno. Si tratta di una forma diversa di comprensione, ed è proprio verso questo che stiamo lavorando. La forma umanoide nasce da una realtà molto concreta: il mondo è progettato attorno ai corpi umani; quindi serve un corpo compatibile con quell’ambiente, non una copia delle esperienze umane».
La “uncanny valley” (ipotesi secondo cui la somiglianza imperfetta di un robot a un essere umano provoca un senso di disagio e repulsione) rappresenta un limite o riflette la nostra paura di perdere il confine tra umano e macchina?
«Non è un limite tecnico. Riguarda piuttosto il nostro bisogno di capire immediatamente con che cosa abbiamo a che fare. Quel confine è una scelta intenzionale, non qualcosa a cui semplicemente ci abitueremo col tempo. La ragione è la sicurezza, non l’estetica. In un ambiente industriale, una persona deve riconoscere in una frazione di secondo che si trova di fronte a una macchina e non a un collega. Presupposti errati sui tempi di reazione o sulla prevedibilità del comportamento possono causare incidenti. Per questo usiamo occhi espressivi e reattivi invece di un volto fotorealistico. Il robot rimane identificabile come una macchina, pur continuando a comunicare ciò che sta facendo o percependo».
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Un robot potrà acquisire comportamenti che nessuno ha programmato esplicitamente? Chi ne è l’autore e chi ne porta la responsabilità?
«I sistemi addestrati su dati del mondo reale svilupperanno comportamenti che nessun ingegnere ha scritto direttamente. Non è un’ipotesi teorica: è il modo in cui funzionano i sistemi di apprendimento. In questo senso, non esiste un “autore” nel significato tradizionale del termine. La responsabilità, però, resta nelle nostre mani. Siamo noi a definire i limiti entro cui il sistema può prende re decisioni autonome, a testarlo entro quei limiti e a distribuirlo solo dopo averne dimostrato precisione e stabilità. La maggior parte dei problemi che osserviamo oggi non riguarda questioni filosofiche, ma l’affidabilità. Chi approva l’ambito operativo entro cui il sistema viene impiegato è responsabile di ciò che accade al suo interno».
Che cosa dovrebbe rimanere esclusivamente umano?
«Gli umanoidi vengono usati dove il lavoro è monotono o pericoloso, perché il mercato lo chiede, non perché siamo noi a spingerlo in quella direzione. I clienti si rivolgono a noi con un problema da risolvere. L’industria rappresenta intenzionalmente il primo passo: è un ambiente strutturato, affamato di automazione e ricco di opportunità immediate. Tuttavia le nostre applicazioni possono operare in molti più settori di quelli che serviamo oggi. Da questo deriva ciò che dovrebbe rimanere umano: tutto ciò che non è monotono o pericoloso».
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