Durante Wave by Vento, la tech conference sull’imprenditoria innovativa che si svolge ogni anno alle OGR di Torino, Diyala D’Aveni, CEO di Vento [il fondo di venture capital sostenuto da Exor], ha fatto il punto sulle strategie di investimento nelle startup italiane e sulle ambizioni internazionali dell’evento.
D’Aveni ha parlato anche delle difficoltà delle aziende europee nel raccogliere capitali per crescere, del ruolo dell’intelligenza artificiale e dell’ambizione di trasformare Wave in un appuntamento sempre più internazionale.
Come nasce e come investe Vento
D’Aveni ha ricostruito le origini di Vento, nato da un progetto avviato nel 2016 su impulso di John Elkann per incoraggiare l'imprenditorialità tra i giovani italiani.
“Dieci anni fa l’ecosistema era molto più indietro di oggi e quindi avevamo iniziato facendo corsi di imprenditorialità per studenti universitari - ha raccontato D’Aveni -. Da lì ovviamente l'ecosistema è cresciuto, noi siamo cresciuti e quindi abbiamo lanciato diverse iniziative”.
Il progetto si è poi sviluppato con il venture building, il programma che accompagna gli aspiranti imprenditori nella creazione di nuove aziende. A questo si sono aggiunti il fondo di investimento e la conferenza Wave.
“In realtà tutte e tre le cose sono legate da questa volontà di sostenere il talento italiano ancora prima che facciano impresa”, ha detto D’Aveni.
La strategia di investimento di Vento si concentra sugli imprenditori italiani nelle primissime fasi di sviluppo delle loro startup – il cosiddetto early stage - indipendentemente dal Paese in cui operano e dal settore tecnologico. “Non ci interessa il settore né la geografia”, ha spiegato D’Aveni.
Questa specializzazione permette al fondo di esaminare un numero elevato di startup fondate da italiani e scegliere quelle considerate più promettenti.
D'Aveni ha chiarito che Vento valuta soprattutto le persone idonee alla guida delle aziende, pur riconoscendo quanto sia difficile identificare in anticipo un imprenditore destinato ad avere successo.
“Ovviamente non esiste l'identikit del founder di successo - ha detto la CEO di Vento -. Se sapessimo quali sono le caratteristiche dei founder di successo avremmo vinto questa scommessa, però ormai abbiamo imparato e ci sono dei tratti che sono molto ricorrenti tra i founder che poi performano bene”.
L'IA cambia i criteri con cui scegliere le startup
L'arrivo dell'intelligenza artificiale sta modificando anche il modo in cui Vento valuta le nuove imprese. Sviluppare software e realizzare un primo prodotto richiede oggi meno tempo e meno risorse rispetto a pochi anni fa. Di conseguenza, il vantaggio competitivo di una startup dipende sempre di più dalla sua capacità di conquistare rapidamente clienti.
“Nell'ultimo anno ci siamo trovati di fronte a una nuova sfida, perché ovviamente con questa ondata di IA tante barriere sono state completamente eliminate - ha detto D’Aveni - Costruire un prodotto, per esempio un’applicazione software, oggi è molto più facile rispetto a soli tre anni fa”. Come si capisce, dunque, se dietro un’idea che oggi tutti possono presentare nel modo ottimale c’è, in realtà, un vero imprenditore o una vera imprenditrice su cui lavorare?
“Quello che distingue veramente due founder non è più tanto la tecnologia, ma la loro capacità di distribuire velocemente e farlo in maniera efficace e consistente”, ha risposto D’Aveni.
La metà del talento che manca
D'Aveni ha affrontato anche il tema della rappresentanza femminile nel settore tech, basandosi anche sull’osservazione del pubblico di Wave che continua a essere prevalentemente maschile.
“Vorrei vedere più donne - ha detto -. Quando ogni tanto guardo la sala vedo tantissimi uomini e penso che stiamo un po' sprecando il 50% del nostro talento per potenziare la nostra economia per il fatto che le donne sono escluse da questo mondo”.
La CEO di Vento ha descritto il divario come un problema che riguarda l'intero settore tecnologico internazionale: “Si tratta di un problema globale e almeno su questo non siamo più indietro rispetto agli altri».
Il portafoglio di Vento
D'Aveni ha fornito anche un aggiornamento sul portafoglio del fondo.
“Ad oggi, per le nostre aziende, ora abbiamo 218 aziende in portafoglio - ha detto -. È stato molto facile raccogliere round fino alla Serie B. Dopodiché, sono state in grado di raccogliere fondi, ma i fondi provenivano principalmente da fuori dell'Europa».
La Serie B è una fase di finanziamento in cui una startup ha generalmente già dimostrato di avere un prodotto richiesto dal mercato e cerca capitali più consistenti per accelerare la crescita.
Secondo D'Aveni, quando le aziende europee raggiungono queste dimensioni, finiscono spesso per rivolgersi agli investitori americani o ad altri mercati esteri.
“Per loro, ovviamente, non è un problema enorme perché sono comunque felici - ha detto -. Penso che per l'Europa sia solo un peccato, perché saranno il successo del futuro e non saranno supportati da capitale europeo. Questo è il divario che dovremmo colmare”.
Wave 2026, l'apertura della tech conference con Diyala D'Aveni (Ceo di Vento)
Wave vuole attirare sempre più pubblico internazionale
Tra gli obiettivi per le prossime edizioni della tech conference di Torino c'è l'aumento della presenza internazionale. D'Aveni ha ricordato che, inizialmente, convincere investitori e professionisti stranieri a partecipare a una conferenza tecnologica in Italia era particolarmente difficile.
“Nessuno pensava che l'Italia fosse attrattiva per la tecnologia, invece negli anni la percentuale è aumentata”, ha detto.
La quota degli ospiti internazionali è cresciuta, ma D'Aveni vorrebbe arrivare a un pubblico composto per metà da partecipanti provenienti dall'estero. “Non siamo ancora al 50%, siamo ancora un po' distanti”, ha ammesso.
Il valore degli incontri tra founder e investitori internazionali
Per D’Aveni, uno dei risultati più importanti di Wave riguarda le opportunità offerte agli imprenditori italiani di incontrare investitori internazionali ai quali difficilmente riuscirebbero ad arrivare da soli.
«Poi mi danno i feedback, mi dicono: “È andata benissimo”, quindi mi scrivono i messaggi, mi dicono: “Mi ha lasciato il suo numero, facciamo un altro meeting”. E lì capisci che tutto quello per cui hai lavorato nell’intero anno ha un senso e poi si realizza in questi giorni qua”.
Una parte significativa dell'evento si svolge lontano dal palco. “Molti di questi speaker hanno dei meeting privati con i nostri founder, molto raccolti”, ha svelato D’Aveni.
Più investimenti istituzionali nel venture capital italiano
Per aumentare la disponibilità di capitali a sostegno delle startup italiane, D'Aveni ritiene necessario un maggiore coinvolgimento degli investitori istituzionali, come i grandi fondi che gestiscono risparmio previdenziale e patrimoni di lungo periodo.
“In Italia abbiamo cercato di farlo nell'ultimo anno ma non è stato facile”, ha detto la CEO di Vento.
D’Aveni ritiene che il mercato italiano abbia bisogno di alcune storie di successo capaci di dimostrare concretamente i rendimenti che si possono ottenere investendo in startup.
Il caso Bending Spoons e la difficoltà di quotarsi in Europa
D'Aveni ha citato non a caso Luca Ferrari, CEO di Bending Spoons, come esempio di imprenditore che ha deciso di costruire una grande impresa tecnologica mantenendo un forte legame con l'Italia.
“Penso che avere persone come Luca sia davvero un dono per il nostro Paese perché è molto ottimista sull'Italia”, ha detto D’Aveni. Poi ha aggiunto: “Penso che dovremmo avere più persone come Luca che rimangono qui, che costruiscono qui e che lottano per il nostro Paese”.
Allo stesso tempo, ha sottolineato che l'Italia dovrebbe offrire condizioni migliori alle aziende tecnologiche che decidono di mantenere qui le proprie attività.
Sulle quotazioni nei mercati europei, D'Aveni ha riconosciuto i limiti attuali del sistema finanziario: “Ad oggi non possiamo chiedere loro di quotare anche le loro aziende in Europa perché la verità è che non ci siamo ancora”.
Il rapporto tra le startup e la grande industria europea
Interrogata sulle possibili collaborazioni tra le startup e le grandi aziende industriali europee, anche alla luce del legame tra Vento ed Exor, D'Aveni ha indicato nella manifattura un settore particolarmente interessante.
“Penso che questo potrebbe davvero essere un vantaggio per l'Italia e per l'Europa perché c'è molta storia ed eredità e competenze”, ha detto.
L'esistenza di grandi gruppi industriali potrebbe offrire alle startup europee un'opportunità di sviluppo, soprattutto quando le nuove tecnologie vengono applicate ai processi produttivi.
D'Aveni considera importante sostenere le prime aziende che riusciranno a costruire collaborazioni efficaci con l'industria tradizionale, creando modelli che altre startup potranno seguire. “Se riusciamo a costruire un manuale in quel campo e ci sono un paio di founder che stanno cercando di farlo, possiamo sbloccare una crescita enorme”, ha detto.