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Colao: “L’Europa ha perso vent’anni nel digitale, ora non perda anche l’intelligenza artificiale”

Dall’innovazione alle startup, l’ex ministro avverte che burocrazia, mercati frammentati e investimenti insufficienti frenano la crescita europea. Dal palco torinese di Wave, l’appello per semplificare le regole, valorizzare i giovani e accelerare sulle infrastrutture tecnologiche

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L’Europa ha perso la grande occasione della rivoluzione digitale degli ultimi vent’anni. Adesso rischia di ripetere lo stesso errore con l’intelligenza artificiale. È il monito lanciato da Vittorio Colao, già amministratore delegato di Vodafone Group e ministro per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale nel governo Draghi, intervenuto a Torino durante Wave, la conferenza dedicata all’innovazione e all’imprenditoria tecnologica ospitata alle OGR dal 7 al 9 ottobre.

Nel confronto con imprenditori, investitori e giornalisti, Colao ha individuato gli ostacoli che impediscono alle imprese europee di competere con quelle americane e cinesi, limiti che sono la complessità amministrativa, la frammentazione normativa, le difficoltà di accesso ai capitali e la lentezza delle decisioni politiche. Problemi conosciuti da anni, sui quali le istituzioni continuano a produrre programmi e dichiarazioni senza tradurli, secondo l’ex ministro, in cambiamenti sufficientemente rapidi.

Il suo giudizio sulla direzione intrapresa dall’Europa è severo: “I segnali non sono positivi” e, nonostante ciò, Colao si dice fiducioso nei confronti delle capacità industriali, scientifiche e imprenditoriali del continente. La questione, sostiene, riguarda soprattutto la volontà politica di utilizzare queste risorse, affidare responsabilità alle persone competenti e trasformare le strategie in decisioni operative.

L’Europa delle startup frenata da ventisette sistemi nazionali

La prima riforma dovrebbe riguardare le condizioni nelle quali nascono e crescono le imprese. Italia ed Europa, secondo Colao, dovrebbero semplificare radicalmente i primi tre-cinque anni di attività imprenditoriale, quando una nuova azienda dispone di risorse limitate e deve concentrarsi sulla costruzione del prodotto, sull’acquisizione dei clienti e sulla ricerca di finanziamenti.

L’ex ministro ha descritto un sistema nel quale gli obblighi amministrativi, le differenze fiscali e le normative nazionali rendono complesso operare in più mercati. Ha richiamato l'esperienza di un'impresa della sanità digitale attiva in Francia, Germania, Regno Unito e Italia, costretta ad adattare il proprio modello operativo alle regole di ciascun Paese.

Il problema assume una dimensione particolarmente rilevante per le startup tecnologiche, il cui modello economico richiede spesso una crescita internazionale rapida. Un'impresa può sviluppare un prodotto competitivo, raccogliere finanziamenti e conquistare i primi clienti, ma incontrare ostacoli quando cerca di estendere le proprie attività oltre i confini nazionali. La frammentazione normativa diventa così un costo aggiuntivo che sottrae risorse allo sviluppo.

È in questo contesto che si inserisce il cosiddetto ventottesimo regime europeo, l'iniziativa con cui Bruxelles intende creare un quadro societario comune, alternativo ai ventisette ordinamenti nazionali, introducendo una forma societaria facoltativa con procedure digitali, costituzione prevista entro 48 ore e costi di registrazione al di sotto dei 100 euro.

Tuttavia, per Colao, si tratta di un intervento troppo limitato che non tiene conto delle tante differenze fiscali e delle diverse politiche per il lavoro.

L'ex ministro ritiene che una riforma realmente efficace dovrebbe intervenire anche su questi aspetti, costruendo un ambiente normativo più semplice per le imprese innovative nei primi anni di attività. Un obiettivo politicamente complesso, perché richiede ai governi nazionali di accettare una maggiore convergenza delle regole.

La critica riguarda quindi l'ambizione della riforma: l'Europa cerca di facilitare la nascita delle aziende, mentre dovrebbe soprattutto permettere loro di crescere rapidamente su scala continentale.

Il mercato unico dei capitali che l’Europa continua a rinviare

Alla frammentazione normativa si aggiunge quella finanziaria. Colao ha ricordato che le aziende europee interessate a raccogliere grandi quantità di capitale guardano spesso agli Stati Uniti, dove trovano investitori istituzionali e un sistema finanziario maggiormente integrato.

La soluzione consisterebbe nella realizzazione di un autentico mercato unico europeo dei capitali, con regole armonizzate, maggiore integrazione delle infrastrutture finanziarie e condizioni favorevoli agli investimenti transfrontalieri.

Colao ha indicato due possibili fonti di finanziamento: gli imprenditori che, dopo avere costruito e venduto aziende di successo, reinvestono parte del patrimonio in nuove iniziative e i fondi pensione, che per la natura di lungo periodo delle proprie passività possono destinare una quota del patrimonio a investimenti meno liquidi, compatibilmente con le regole prudenziali.

Nel primo caso, ha richiamato l'esempio svedese, caratterizzato dalla presenza di imprenditori tecnologici che finanziano successive generazioni di startup. Nel secondo, ha sottolineato la necessità di modificare le condizioni che limitano l'esposizione degli investitori istituzionali europei al capitale di rischio.

È un tema centrale anche per il mercato italiano tant’è che, dal palco della tre giorni torinese, l’amministratrice delegata di Vento, Diyala D’Aveni, ha richiamato a sua volta la necessità di aumentare gli investimenti istituzionali nel venture capital.

La diagnosi di Colao coincide con uno degli obiettivi del rapporto sulla competitività europea elaborato da Mario Draghi, che individua nella difficoltà di finanziare l'innovazione e nell'insufficiente integrazione dei mercati finanziari alcuni dei principali limiti alla crescita economica dell'Unione.

Il problema è il tempo, continua Colao, perché gli interventi necessari sono stati discussi ripetutamente e godono, almeno nei principi generali, di un ampio consenso. Il loro avanzamento rallenta quando ciascun governo cerca di salvaguardare le proprie specificità nazionali.

“Abbiamo perso la grande ondata degli ultimi vent’anni. Questa è la realtà”, ha dichiarato Colao, invitando a distinguere le difficoltà tecnologiche dalla competitività complessiva del continente. “Se togliamo la tecnologia, l’Europa è piuttosto competitiva. Abbiamo grandi università e aziende eccellenti in molti settori”. Il problema riguarda la capacità di trasformare ricerca e innovazione in imprese tecnologiche capaci di competere su scala globale.

Lo Stato deve semplificare e comprare innovazione, non sostituirsi agli investitori

Il rapporto tra settore pubblico e imprenditoria innovativa costituisce un altro punto centrale dell'analisi di Colao. Interrogato su quali interventi possano favorire la crescita delle startup, l'ex ministro ha distinto tre funzioni, tra semplificazione delle regole, accesso agli appalti pubblici e investimenti industriali strategici.

La prima riguarda la riduzione degli adempimenti amministrativi. La seconda la possibilità per le piccole imprese di vendere prodotti e servizi alla pubblica amministrazione, oggi ostacolata da procedure che richiedono capacità organizzative e finanziarie spesso superiori a quelle disponibili nelle startup.

Colao propone di aprire maggiormente una parte della domanda pubblica alle aziende innovative, attraverso strumenti compatibili con trasparenza e concorrenza con l’obiettivo di offrire alle imprese emergenti l'opportunità di acquisire clienti importanti e permettere alle amministrazioni di sperimentare soluzioni tecnologiche sviluppate fuori dai circuiti tradizionali dei grandi fornitori.

Più prudente è invece il giudizio sull'investimento pubblico diretto nelle startup. Colao considera appropriato che lo Stato sostenga il sistema attraverso strumenti che finanziano operatori professionali incaricati di selezionare le imprese nelle quali investire. Esprime maggiori riserve quando le istituzioni pubbliche assumono direttamente il ruolo di investitore di venture capital.

Diverso è il caso delle infrastrutture strategiche, come la produzione di semiconduttori, l'energia e le grandi capacità di calcolo. In questi settori, gli investimenti richiesti, i tempi di realizzazione e la rilevanza per la sicurezza economica possono giustificare un intervento pubblico diretto.

Il rischio di perdere anche la rivoluzione dell’intelligenza artificiale

È sulle IA che l'avvertimento di Colao assume una dimensione più strategica. Dopo avere mancato la nascita delle grandi piattaforme digitali che hanno trasformato l'economia mondiale, l'Europa si trova davanti a una nuova competizione tecnologica dominata da investimenti infrastrutturali enormi.

L'ex ministro ha richiamato in particolare il deficit europeo di capacità di elaborazione, indispensabile per addestrare e utilizzare i modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Nel corso dell'intervento ha citato una disponibilità inferiore a due gigawatt di capacità di calcolo destinata all'IA.

Il problema generale è riconosciuto anche dalla Commissione europea, tant’è che il programma AI Gigafactories – una delle quali potrebbe essere costruita in Italia - mira a favorire la realizzazione di grandi infrastrutture per l'addestramento e l'impiego dei sistemi più avanzati.

L'obiettivo dovrebbe essere quello di concentrare risorse, accelerare le decisioni e individuare professionisti capaci di trasformare gli investimenti in capacità operative.

Il rischio, in altri termini, va oltre l'assenza di grandi aziende europee capaci di competere con i principali sviluppatori statunitensi e cinesi e riguarda la dipendenza tecnologica di imprese, università e amministrazioni pubbliche dalle infrastrutture realizzate e controllate altrove.

I rischi delle IA e la necessità di regole condivise

Colao ha affrontato anche il tema della sicurezza dei sistemi di intelligenza artificiale, rispondendo a una domanda sulla singolarità tecnologica, l'ipotesi secondo cui l'evoluzione delle macchine potrebbe raggiungere una capacità di miglioramento autonomo tale da superare il controllo umano, riconoscendo la serietà di alcune preoccupazioni espresse da figure autorevoli della ricerca sull'IA.

La sua analisi riguarda soprattutto il modo in cui i sistemi sono stati sviluppati. La competizione tra aziende per realizzare modelli sempre più potenti avrebbe favorito una corsa all'innovazione nella quale le misure di sicurezza non sempre hanno ricevuto un'attenzione proporzionata alle capacità raggiunte.

Colao ritiene che una parte del rischio derivi proprio da questa dinamica. Come per altre tecnologie, lo sviluppo delle protezioni e delle procedure di controllo deve accompagnare l'evoluzione delle capacità. Nel caso delle IA, tuttavia, la diffusione mondiale dei sistemi rende più difficile applicare standard condivisi e, da qui, nasce la necessità di una cooperazione internazionale, anche perché le misure di sicurezza adottate da una singola azienda o da un singolo Paese possono risultare insufficienti quando le tecnologie vengono sviluppate e distribuite oltre i confini nazionali.

Il giudizio sulla regolamentazione tecnologica di Colao è netto, riconoscendo alle norme europee un ruolo nell’ostacolare la competitività nel comparto delle IA. Il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), dice l’ex ministro, è diventato complesso ed esigerebbe una semplificazione e anche l’AI Act, continua “È una legge concepita molto bene, ma troppo complicata da attuare”.

Diversa la posizione sul diritto d’autore e sul Digital Services Act. Colao ha difeso la tutela del lavoro creativo contro l'utilizzo indiscriminato dei contenuti da parte delle aziende di IA: “Quando le aziende dell’AI si lamentano delle norme sul copyright, rispondo: state rubando”.

Ha inoltre definito il Digital Services Act “un pilastro della società digitale”, sostenendo la necessità di attribuire responsabilità a chi diffonde contenuti falsi o dannosi.

Le preoccupazioni più concrete riguardano l’occupazione, la capacità di giudizio delle nuove generazioni, la concentrazione della ricchezza e la cybersicurezza. “Dobbiamo investire nella formazione e nell’istruzione, affinché le nuove generazioni siano rafforzate dall’intelligenza artificiale anche nelle capacità di giudizio”, ha spiegato.

Torino, dall’eredità industriale all’ecosistema dell’innovazione

Accanto alle questioni europee, Colao ha dedicato una parte significativa del confronto al ruolo di Torino. La tradizione manifatturiera della città, a suo giudizio, rappresenta un vantaggio competitivo per costruire un ecosistema di innovazione.

La presenza di competenze industriali, università, centri di ricerca e imprese consolidate può favorire la nascita di nuove aziende, soprattutto nei settori nei quali le innovazioni digitali devono tradursi in prodotti, processi e applicazioni concrete.

L'ex ministro ha individuato nelle università uno degli elementi fondamentali degli ecosistemi tecnologici più dinamici. La ricerca alimenta la produzione di conoscenze, favorisce la circolazione di persone qualificate e può generare nuove iniziative imprenditoriali.

Anche il rapporto tra aziende tradizionali e startup è decisivo. Secondo Colao, le grandi imprese italiane collaborano ancora troppo poco con quelle emergenti. Una distanza che attribuisce, almeno in parte, all'insufficiente frequentazione degli ambienti dell'innovazione da parte dei vertici aziendali.

La stessa indicazione vale per gli amministratori pubblici. Sindaci e dirigenti dovrebbero conoscere direttamente gli imprenditori, visitare le loro aziende e favorire occasioni concrete di cooperazione, anziché limitarsi a sostenere l'innovazione attraverso dichiarazioni programmatiche.

Come si riconosce una startup destinata a crescere

Ai fondatori delle giovani imprese Colao ha rivolto un consiglio che deriva dalla sua esperienza manageriale e dall'attività nel mondo degli investimenti, ossia concentrarsi ossessivamente sul prodotto e sui clienti.

Nel valutare un'azienda, ha spiegato, uno degli elementi più importanti consiste nel comprendere se il prodotto risponde a un bisogno reale oppure se il successo iniziale è destinato a esaurirsi rapidamente.

L'attenzione alla qualità, alla soddisfazione dei clienti e ai loro giudizi diventa particolarmente importante durante il passaggio da startup a scaleup, la fase nella quale una società già avviata cerca di aumentare considerevolmente fatturato, organizzazione e presenza sul mercato.

Colao ha osservato che gli imprenditori capaci di conservare un rapporto diretto con il prodotto e con la clientela anche durante la crescita mostrano una caratteristica fondamentale per affrontare questa trasformazione.

Talenti giovani e competenza: la condizione per cambiare

Un altro elemento della trasformazione riguarda la capacità delle imprese di attrarre professionisti qualificati e affidare loro responsabilità.

Colao ha richiamato il caso di Bending Spoons, società tecnologica italiana cresciuta attraverso lo sviluppo e l'acquisizione di attività digitali, soffermandosi soprattutto sulla sua capacità di diventare una destinazione professionale ambita dai giovani e sull’approccio al reclutamento dei talenti e alla distribuzione delle responsabilità manageriali.

Il messaggio riguarda una debolezza del sistema produttivo italiano che ha difficoltà nel valorizzare persone capaci, indipendentemente dall'età e dall'anzianità professionale.

Competenza, apertura alle nuove generazioni e assunzione di responsabilità costituiscono elementi indispensabili anche nella pubblica amministrazione.

Il tempo delle decisioni

Il filo conduttore dell'intervento di Colao è la distanza tra la consapevolezza dei problemi e la capacità di affrontarli. L'Europa conosce da tempo le proprie debolezze e la sfida delle IA rende la questione ancora più urgente. L'Europa deve decidere se limitarsi ad acquistare e utilizzare tecnologie sviluppate altrove oppure costruire le infrastrutture, le competenze e il sistema finanziario necessari per partecipare direttamente alla loro evoluzione.

Il messaggio dell'ex ministro non è quello di un continente privo di risorse, ma di un sistema che fatica a mobilitarle con la velocità richiesta dalla competizione internazionale. La differenza tra perdere anche questa rivoluzione e diventarne protagonisti dipenderà, secondo Colao, meno dalla produzione di nuovi piani e più dalla capacità di realizzare quelli già individuati.