"Cambiare il mondo". E' una sorta di mantra, lo ripetono in tanti, da Tim Cook a Craig Federighi a Eddy Cue dal palco del Bill Graham Auditorium di San Francisco dove ieri è stata inaugurata la WWDC, la conferenza che raduna gli sviluppatori Apple di tutto il mondo. "Cambiare il mondo", una volontà, un desiderio, un auspicio, tutte e tre le cose insieme: è il "core business" di Apple, o almeno quello che la dirigenza dell'azienda di Cupertino vuole trasmettere a chi è in ascolto. "Cambiare il mondo" attraverso un ecosistema che pian piano tende a inglobare tutto, partendo da quattro piattaforme che tendono ad essere sempre più integrate e che hanno al centro le app, i sistemi operativi del Watch, dell'iPhone, del Mac e della TV, ma anche le app per la casa, per la medicina, per l'automobile, per qualsiasi altra cosa al mondo. App che sono il motore di una nuova economia, di nuove organizzazioni aziendali, di nuovi modi di vivere e di lavorare, app che vogliono diventare sempre più utili e più indispensabili, app di ogni ordine e grado, per sviluppare un nuovo mondo, per cambiare quello che oggi conosciamo. E' un obbiettivo assai più grande di quello di essere un'azienda di successo, di vendere zilioni di computer, telefoni, orologi, set top box o foss'anche il prossimo gadget tecnologico, è un'obbiettivo, se vogliamo credere a Tim Cook e ai suoi, che prevede, per essere raggiunto, un dominio "culturale" che è molto ma molto più grande di quella di oggi, decisamente più pervasiva, certamente più invisibile.
"Apple pensa in grande", questo ha comunicato ieri Tim Cook da San Francisco, Apple bada ai numeri ma i numeri sono relativi se l'obbiettivo è quello di "cambiare il mondo", quindi, sottintende Cook, è poco rilevante se si vendono meno gadget in un trimestre, quello che interessa è la prospettiva. Quante altre macchine targate Apple serviranno a cambiare il mondo? Molte, ma non tutte: la app economy è un sistema diverso da quello attuale, le app sono la porta d'ingresso - secondo Cook - ad un mondo il cui profilo sarà radicalmente mutato nel volgere di pochi anni, un mondo in cui Apple, come ha fatto introducendo iPod, iPhone, iPad, Apple Watch, Apple Tv, vuole avere un ruolo non solo economico e aziendale, ma un ruolo culturale, sociale, "politico" addirittura, come del resto ha avuto in questi ultimi anni.
Quando Cook dal palco ricorda che l'App Store ha "solo" otto anni di vita è chiaro che sta cercando di mettere tutto in prospettiva, sta cercando di comunicare che la partita che Apple vuole giocare non è fatta di qualche smartphone in più o in meno, ma è quella di far affermare le app come i mattoni del mondo digitale che si sta edificando, e il fatto che Apple e le sue app, al di la dei numeri degli smartphone venduti, siano al centro di questa costruzione, indicando la strada, indicando i mezzi, è quello che conta. E' il credo delle nuove aziende digitali, è la strada imboccata da tempo da Google, è la strada che con Satya Nadella ha preso la Microsoft, aziende che non vivono solo di oggetti fisici da vendere, ma che vendono sogni, ipotesi, vendono e venderanno sempre più servizi, dei quali noi avremo, volenti o nolenti, sempre più bisogno. Anzi, non noi che abbiamo passato "una certa età" e che con l'analogico abbiamo ancora un solido rapporto, ma i più giovani, che abitano già nel mondo delle app, che considerano l'immaterialità una condizione naturale e che vivono già in un mondo "cambiato", perché le app hanno cambiato il loro modo, di scrivere, di ascoltare musica, leggere libri e giornali, di guardare contenuti televisivi, di giocare, di comunicare, di condividere emozioni, idee, sentimenti...
Ieri Apple ha presentato il nuovo ecosistema, parlando agli sviluppatori, ma ponendo l'accento soprattutto sui più giovani, esaltando la più giovane programmatrice presente, di soli nove anni, presentando uno "swift playground" che servirà ai giovanissimi che vogliono imparare a creare app, sapendo che idee veramente innovative, rivoluzionarie, possono venire soprattutto da chi è nato con le app e può immaginare quello che serve, ovvero una o più "killer application" che possono rendere vero il desiderio, il sogno, la volontà, l'auspicio, la necessità di Apple, quella di "cambiare il mondo" ancora una volta.
"Apple pensa in grande", questo ha comunicato ieri Tim Cook da San Francisco, Apple bada ai numeri ma i numeri sono relativi se l'obbiettivo è quello di "cambiare il mondo", quindi, sottintende Cook, è poco rilevante se si vendono meno gadget in un trimestre, quello che interessa è la prospettiva. Quante altre macchine targate Apple serviranno a cambiare il mondo? Molte, ma non tutte: la app economy è un sistema diverso da quello attuale, le app sono la porta d'ingresso - secondo Cook - ad un mondo il cui profilo sarà radicalmente mutato nel volgere di pochi anni, un mondo in cui Apple, come ha fatto introducendo iPod, iPhone, iPad, Apple Watch, Apple Tv, vuole avere un ruolo non solo economico e aziendale, ma un ruolo culturale, sociale, "politico" addirittura, come del resto ha avuto in questi ultimi anni.
Quando Cook dal palco ricorda che l'App Store ha "solo" otto anni di vita è chiaro che sta cercando di mettere tutto in prospettiva, sta cercando di comunicare che la partita che Apple vuole giocare non è fatta di qualche smartphone in più o in meno, ma è quella di far affermare le app come i mattoni del mondo digitale che si sta edificando, e il fatto che Apple e le sue app, al di la dei numeri degli smartphone venduti, siano al centro di questa costruzione, indicando la strada, indicando i mezzi, è quello che conta. E' il credo delle nuove aziende digitali, è la strada imboccata da tempo da Google, è la strada che con Satya Nadella ha preso la Microsoft, aziende che non vivono solo di oggetti fisici da vendere, ma che vendono sogni, ipotesi, vendono e venderanno sempre più servizi, dei quali noi avremo, volenti o nolenti, sempre più bisogno. Anzi, non noi che abbiamo passato "una certa età" e che con l'analogico abbiamo ancora un solido rapporto, ma i più giovani, che abitano già nel mondo delle app, che considerano l'immaterialità una condizione naturale e che vivono già in un mondo "cambiato", perché le app hanno cambiato il loro modo, di scrivere, di ascoltare musica, leggere libri e giornali, di guardare contenuti televisivi, di giocare, di comunicare, di condividere emozioni, idee, sentimenti...
Ieri Apple ha presentato il nuovo ecosistema, parlando agli sviluppatori, ma ponendo l'accento soprattutto sui più giovani, esaltando la più giovane programmatrice presente, di soli nove anni, presentando uno "swift playground" che servirà ai giovanissimi che vogliono imparare a creare app, sapendo che idee veramente innovative, rivoluzionarie, possono venire soprattutto da chi è nato con le app e può immaginare quello che serve, ovvero una o più "killer application" che possono rendere vero il desiderio, il sogno, la volontà, l'auspicio, la necessità di Apple, quella di "cambiare il mondo" ancora una volta.