Pirateria, Google e l'algoritmo che trasforma il copyright in oro
di GAIA SCORZA BARCELLONA
Il nuovo rapporto sulla violazione dei diritti d'autore: da YouTube al Search, così Mountain View combatte il fenomeno
Aggiornato alle 4 minuti di lettura
INTERNET continua ad essere una miniera d'oro per i creativi e Google lo sa bene. Per questo, la lotta alla pirateria resta una delle priorità tra le attività dell'azienda di Mountain View che ha appena diffuso un nuovo rapporto sulle ''armi'' utilizzate per contrastare il fenomeno. A illustrarci i punti cardine di ''How Google fights piracy'' è Simon Morrison, Public Policy Manager for Media Policy, spiegando come video, musica e app rappresentano quel tesoro di copyright da difendere.
''Attraverso YouTube e Google Play aiutiamo milioni di persone a guadagnare, garantendo una diffusione globale ma controllata dal punto di vista del diritto d'autore dei contenuti''. Una dichiarazione di guerra alla pirateria che Big G porta avanti da anni, su vari fronti.
YouTube in prima linea. Per il monitoraggio la piattaforma con video da oltre 80 Paesi nel mondo può contare su Content Id, il sistema di ''notifica e rimozione'' che dal 2013 permette il controllo costante delle violazioni di copyright (con il 98% dei contenziosi risolti) sui video caricati online e che fino a oggi ha generato oltre 2 miliardi di dollari di guadagno per i creatori. E non importa se gli ultimi pirati del web sono riusciti a caricare un intero film ''mascherato'' tra i video a 360° appena inaugurati da YT, semplicemente registrando con una videocamera lo schermo sul quale scorrevano le immagini. Perché, spiega Morrison, la tecnologia è in continuo sviluppo e si avvarrà sempre di nuovi filtri, a dimostrazione che Google continua a investire sul sistema in grado di stanare i file che violano i diritti, consentendo di bloccarli e generare profitto nel nome della legalità. Un meccanismo virtuoso che conviene all'industria dell'entertainment, se è vero che la piattaforma video solo per la musica ha portato 3 miliardi di dollari di introiti.
Pirateria: i numeri di YouTube
YouTube in prima linea. Per il monitoraggio la piattaforma con video da oltre 80 Paesi nel mondo può contare su Content Id, il sistema di ''notifica e rimozione'' che dal 2013 permette il controllo costante delle violazioni di copyright (con il 98% dei contenziosi risolti) sui video caricati online e che fino a oggi ha generato oltre 2 miliardi di dollari di guadagno per i creatori.
A beneficiarne sono gli autori degli ormai oltre 50 milioni di ''file di riferimento'' (ossia i contenuti ''proprietari'' caricati su YouTube che vengono messi a confronto con le versioni segnalate per verificare la violazione del copyright), tra cui i talenti del web che negli ultimi tempi sbarcano sul mainstream anche grazie a un curriculum vitae ricco di visualizzazioni conquistate online. E non è un caso, ricorda Google, se ormai Billboard ha incluso il numerino relativo alle ''views'' (le visualizzazioni, ndr) nelle sue classifiche.
Ma secondo la FMI non è ancora abbastanza. ''Google ha la capacità e le risorse per fare molto di più per contrastare l'incredibile quantità di musica non autorizzata che è stata caricata ed è disponibile su YouTube'' è il commento della Federazione Industria Musicale Italiana alla strategia messa in atto da Big G. Secondo gli editori musicali, infatti l'esperienza delle case ed etichette discografiche dimostra che il Content ID creato da Google si è dimostrato in realtà inefficiente nella prevenzione della violazione dei diritti. La polemica si basa su numeri che smentiscono i successi dichiarati da Mountain View: ''editori e discografici - spiega ancora la FMI - stimano che il sistema fallisce nell'identificazione delle registrazioni tra il 20 e il 40% delle volte''. Stesse critiche anche nei confronti del motore di ricerca di Google che ''continua a indirizzare utenti online verso contenuti musicali senza licenza su ampia scala''.
E l'altro fronte 'caldò della battaglia è proprio Google Search. Con i suoi oltre 3,5 miliardi di ricerche effettuati dagli utenti ogni giorno, il motore di ricerca più utilizzato al mondo è obbligato a contrastare l'esistenza di indirizzi web che violano il copyright, anche se - secondo i dati riportati dall'azienda - ciò accade per una percentuale ben più ridotta rispetto all'entertainment.
Nel 2014 Mountain View lanciava comunque la sua controffensiva anti-pirateria tentando di porre un freno al fenomeno aggiustando i propri algoritmi: l'obiettivo, già allora, era quello di retrocedere i siti non regolari nei risultati delle ricerche.
Così, dirottare gli utenti su servizi a pagamento, come Spotify, Netflix e Google Play, ancora oggi è la strategia portante dell'azienda, pronta a ricordare che è comunque grazie al continuo sforzo dei suoi sviluppatori nel migliorare l'algoritmo di Google Search che in testa ai risultati della ricerca difficilmente compaiono link a contenuti che infrangono le regole del diritto d'autore. E dove questo accade, Google continua - con l'aiuto di autori ed editori - a rimuovere gli indirizzi indesiderati in base al Digital Millenium Copyright Act (DMCA), le norme vigenti negli Usa.
Il sistema è fonte di orgoglio per la compagnia, anche se non rappresenta una barriera unica e invalicabile contro gli atti di pirateria. Soprattutto per quanto riguarda video e musica. Basti pensare al baco individuato negli ultimi mesi da due esperti di sicurezza - David Livshits del Cyber Security Research Center di Israele e Alexandra Mikityuk dei Telekom Innovation Laboratories di Berlino - che permetteva di scaricare gratis film su Netflix. Un ''buco'' che sfruttava la tecnologia Widevine EME/CDM, utilizzata dal browser di Google per proteggere tramite crittografia lo streaming di video via server remoti.
E non mancano gli inciampi legali, visto che meno di tre mesi fa Google si è vista recapitare una denuncia per abuso di posizione dominante presso l'Antitrust europeo da parte di Getty, proprio per motivi di copyright. L'agenzia fotografica statunitense ha accusato il Search di favorire la diffusione di immagini protette da diritto d'autore, favorendo quindi la pirateria e minacciando così il suo intero business. Era solo la punta dell'iceberg, dopo i tre anni di contenzioso al culmine del quale Google aveva offerto a Getty due soluzioni: accettare il nuovo formato delle immagini proposte in alta risoluzione, o decidere di eliminare completamente i suoi contenuti dalla sezione immagini di Big G. La questione, a tutt'oggi irrisolta, dimostra perché per certi versi la lotta alla pirateria, soprattutto con il motore di ricerca, rischia di diventare una battaglia contro i mulini a vento che il gigante della Silicon Valley cerca di vincere attraverso la monetizzazione. Una tattica che presuppone l'attivazione della pubblicità come fonte di guadagno (sono oltre 2 milioni i web publisher che fanno cassa distribuendo i propri contenuti con AdSense).
La creatività paga. Anche Google Play, con oltre un miliardo di utenti in oltre 190 Paesi, rappresenta un tesoro per chi ha interesse a diffondere il proprio prodotto (secondo le stime, circa 7 miliardi di dollari guadagnati nel periodo 2014-15), che si tratti di app, giochi, musica, film o libri. Per ciascuno dei canali, Play conta di offrire ai suoi iscritti un'alternativa valida alla pirateria grazie ai servizi sotto abbonamento. E in un anno (maggio 2014-2015) Play Music ha visto raddoppiare il numero dei suoi iscritti.
Stessa ricetta vincente per le app di gioco, considerando che un utente Android su quattro si affida al download di Play Games. Il network, che nel primo semestre del 2015 ha conquistato 180 milioni di nuovi iscritti, impone regole ferree agli sviluppatori che intendono mettere in vetrina le proprie applicazioni, ricorrendo alla rimozione dei contenuti nei casi di violazione del copyright, così come avviene sulle altre piattaforme targate Google.