"Sei disposto a correre il rischio di farti spiare, e a rinunciare a un po' di riservatezza?". "Sì, lo sono", ha risposto la maggior parte degli elettori svizzeri nel segreto dell'urna. L'iniziativa è unica almeno quanto il risultato: per la prima volta, un Paese interroga tutti i suoi elettori sull'opportunità di intercettare telefonate, computer, cellulari. E per la prima volta i cittadini - con oltre il 65 percento di voti favorevoli - dicono di sì.
Il referendum sulla sorveglianza. In Svizzera un gruppo composto da Partito Pirata, Verdi, giovani Socialisti e altri movimenti si è riunito sotto il cappello della "Alleanza contro lo Stato ficcanaso" e ha ottenuto di sottoporre al voto dei cittadini la "Legge sulle attività informative". Il provvedimento, sostenuto con vigore dalla destra conservatrice, intende dare all'intelligence gli strumenti per controllare le comunicazioni. Obiettivo dichiarato: combattere terrorismo e criminalità. "Il Servizio della attività Informative della Confederazione (SIC) - si legge nel testo legislativo - potrà acquisire informazioni anche senza autorizzazione e all'insaputa degli interessati". Tra i mezzi da utilizzare, la sorveglianza sulle comunicazioni telefoniche e informatiche, i microfoni e le telecamere impiantati in luoghi pubblici e persino i "virus di Stato" da infiltrare nei sistemi informatici. Ieri circa un milione e mezzo di svizzeri ha detto sì a queste misure, circa 750mila hanno detto di no: 65,5% pro sorveglianza, 34,5% contro, con una partecipazione al voto di circa il 43 percento.
Sempre più sorvegliati. Le misure, garantiscono i sostenitori come il cristiano-democratico Yannick Buttet, "non hanno nulla a che fare con l'invasività della sorveglianza di massa" in stile National Security Agency. Guy Parmelin, a capo della Difesa, assicura che "non metteremo a rischio i diritti civili" e che la legge serve solo a colmare un gap normativo lungo vent'anni, nell'era di nuovi pericoli e nuove tecnologie. Ma anche se le misure di sorveglianza rimanessero limitate, il valore del voto è comunque simbolico, per almeno due ragioni, o meglio due paradossi. Il primo riguarda l'impatto del Datagate, lo scandalo sulla sorveglianza di massa, sulle scelte dei governi. Non si registra affatto una controtendenza, ma anzi spesso una estensione delle misure di spionaggio. Casi esemplari sono quello francese, con Parigi che si è dotata di una "loi sur le renseignement" proprio per estendere le pratiche di controllo sulle comunicazioni; e il caso britannico, con le misure di sorveglianza previste nell'"Atto per la raccolta dei dati e per i poteri di indagine", varato nel 2014 e in parte sospeso perché valutato incompatibile con le leggi Ue.
Il "paradosso del Datagate". "Dal 2013 del Datagate, non c'è alcun segnale che i Paesi europei stiano riducendo la sorveglianza e la raccolta dei dati", ci conferma Joe McNamee dell'associazione per i diritti digitali europei Edri, "nonostante ciò ponga notevoli minacce sia ai nostri diritti che alla sicurezza dei nostri dati". Anche se i sostenitori delle intercettazioni massicce oppongono sicurezza e privacy, le misure di sorveglianza usate dai governi - con l'uso di backdoor (porte di accesso) - spesso rendono più facile "bucare" le nostre comunicazioni, mentre rimane da dimostrare che più controllo indiscriminato sia davvero efficace nel prevenire atti terroristici. Il secondo paradosso riguarda l'opinione pubblica: da una parte le rivelazioni di Edward Snowden hanno sollevato il tema e aperto il dibattito per tutti; dall'altra la sensibilità al tema della privacy - come dimostra il voto svizzero - non è ancora molto diffusa. Lo registrano anche i sondaggi del Pew Research Center americano, tra il 2013 e oggi. Le parti, è vero, si sono invertite: prima del Datagate, la maggioranza degli intervistati non era preoccupata per la sorveglianza. Dopo Snowden, ad esempio nel 2015, la maggioranza lo era. Ma con numeri molto risicati: preoccupato il 53% del campione, compiacenti gli altri.
Il referendum sulla sorveglianza. In Svizzera un gruppo composto da Partito Pirata, Verdi, giovani Socialisti e altri movimenti si è riunito sotto il cappello della "Alleanza contro lo Stato ficcanaso" e ha ottenuto di sottoporre al voto dei cittadini la "Legge sulle attività informative". Il provvedimento, sostenuto con vigore dalla destra conservatrice, intende dare all'intelligence gli strumenti per controllare le comunicazioni. Obiettivo dichiarato: combattere terrorismo e criminalità. "Il Servizio della attività Informative della Confederazione (SIC) - si legge nel testo legislativo - potrà acquisire informazioni anche senza autorizzazione e all'insaputa degli interessati". Tra i mezzi da utilizzare, la sorveglianza sulle comunicazioni telefoniche e informatiche, i microfoni e le telecamere impiantati in luoghi pubblici e persino i "virus di Stato" da infiltrare nei sistemi informatici. Ieri circa un milione e mezzo di svizzeri ha detto sì a queste misure, circa 750mila hanno detto di no: 65,5% pro sorveglianza, 34,5% contro, con una partecipazione al voto di circa il 43 percento.
Sempre più sorvegliati. Le misure, garantiscono i sostenitori come il cristiano-democratico Yannick Buttet, "non hanno nulla a che fare con l'invasività della sorveglianza di massa" in stile National Security Agency. Guy Parmelin, a capo della Difesa, assicura che "non metteremo a rischio i diritti civili" e che la legge serve solo a colmare un gap normativo lungo vent'anni, nell'era di nuovi pericoli e nuove tecnologie. Ma anche se le misure di sorveglianza rimanessero limitate, il valore del voto è comunque simbolico, per almeno due ragioni, o meglio due paradossi. Il primo riguarda l'impatto del Datagate, lo scandalo sulla sorveglianza di massa, sulle scelte dei governi. Non si registra affatto una controtendenza, ma anzi spesso una estensione delle misure di spionaggio. Casi esemplari sono quello francese, con Parigi che si è dotata di una "loi sur le renseignement" proprio per estendere le pratiche di controllo sulle comunicazioni; e il caso britannico, con le misure di sorveglianza previste nell'"Atto per la raccolta dei dati e per i poteri di indagine", varato nel 2014 e in parte sospeso perché valutato incompatibile con le leggi Ue.
Il "paradosso del Datagate". "Dal 2013 del Datagate, non c'è alcun segnale che i Paesi europei stiano riducendo la sorveglianza e la raccolta dei dati", ci conferma Joe McNamee dell'associazione per i diritti digitali europei Edri, "nonostante ciò ponga notevoli minacce sia ai nostri diritti che alla sicurezza dei nostri dati". Anche se i sostenitori delle intercettazioni massicce oppongono sicurezza e privacy, le misure di sorveglianza usate dai governi - con l'uso di backdoor (porte di accesso) - spesso rendono più facile "bucare" le nostre comunicazioni, mentre rimane da dimostrare che più controllo indiscriminato sia davvero efficace nel prevenire atti terroristici. Il secondo paradosso riguarda l'opinione pubblica: da una parte le rivelazioni di Edward Snowden hanno sollevato il tema e aperto il dibattito per tutti; dall'altra la sensibilità al tema della privacy - come dimostra il voto svizzero - non è ancora molto diffusa. Lo registrano anche i sondaggi del Pew Research Center americano, tra il 2013 e oggi. Le parti, è vero, si sono invertite: prima del Datagate, la maggioranza degli intervistati non era preoccupata per la sorveglianza. Dopo Snowden, ad esempio nel 2015, la maggioranza lo era. Ma con numeri molto risicati: preoccupato il 53% del campione, compiacenti gli altri.