Solo un fan sfegatato sarebbe in grado di riconoscere in quale film appare questo edificio. Ma se c’è un film che può vantare un congruo numero di fan sfegatati, quello è The Blues Brothers, il musical-comico-catastrofico-demenziale di John Landis che da poco ha festeggiato i 40 anni. Quella che si vede nell’immagine è la Old Joliet Prison, il carcere alla periferia di Chicago da dove Jake/John Belushi viene liberato all’inizio del film, e trova il fratello Elwood/Dan Aykroyd ad aspettarlo. All’epoca era ancora in funzione: oggi è un “sito storico” che ospita tour guidati e festival della birra.
Grazie al sito Choose Chicago il suddetto fan sfegatato può esplorare virtualmente la città alla ricerca delle altre location del film: ecco per esempio la chiesa dove Jake “vede la luce” durante la predica cantata del pastore James Brown; ecco il ponticello (dall’aspetto in verità deludente) dove si tiene la manifestazione dei famigerati Nazisti dell’Illinois; ecco il sottopassaggio lungo il quale i fratelli Blues scappano inseguiti dalla polizia, inseguimento che si conclude con il più colossale, grottesco incidente di massa della storia del cinema: 103 macchine demolite.
Certo, rivedendolo a 40 anni di distanza, il film sembra qua e là un po’ invecchiato. Nel modo di mostrare le donne, per esempio: le uniche a dire un paio di battute sono una moglie che tarpa le ali al marito (seppure con la voce, l'energia e le pantofole di Aretha Franklin) e una fidanzata che si trasforma in furia omicida non tanto perché è stata abbandonata all’altare quanto perché aveva già pagato il conto della cerimonia (la magnifica Carrie Fisher nella scena delle cavallette). E poi c’è tutta la questione della cultural appropriation, molto attuale negli Usa di oggi. Il film è un grande omaggio alla musica nera, ma i suoi mostri sacri (Brown, Franklin, Ray Charles, Cab Calloway) sono solo comprimari: i protagonisti sono due bianchi. E sono anche i capi della banda. Dice: ma così hanno rilanciato la cultura black rendendola popolare al pubblico più vasto possibile. Eh, ma è proprio quello il punto. Si chiama white saviourism, l'idea che i neri non sappiano riscattarsi, risollevarsi da soli, e che per “salvarsi” abbiano bisogno, ancora una volta, dei bianchi.
Questioni serie, da discutere e approfondire. Magari però prima ci riascoltiamo la colonna sonora del film, e ci balliamo un po’ su. Perché, come si dice, se non posso ballare non è la mia rivoluzione. E perché tutti abbiamo bisogno di qualcuno da amare.