È passato un mese dalla strage di Uvalde, in Texas: il 24 maggio, dopo aver ucciso sua nonna, il diciottenne Salvador Ramos entrò nella Robb Elementary School con un giubbotto antiproiettile e un fucile semiautomatico AR-15 e massacrò 19 bambini e due insegnanti. È stato il caso più grave di mass shooting – tecnicamente: sparatorie con più di quattro tra morti e feriti senza contare l'aggressore – da qualche anno a questa parte, ma negli Stati Uniti tragedie del genere avvengono ogni giorno. Alla lettera: c'è un sito, gunviolencearchive.org, che viene costantemente aggiornato con tutti gli episodi di violenza con armi da fuoco che si verificano sul territorio nazionale, e su quei dati si è basato il nostro corrispondente Paolo Mastrolilli per il reportage sulle "stragi che non fanno notizia" che pubblichiamo sul Venerdì di oggi. Tra l'inizio dell'anno e metà giugno, scrive Mastrolilli, negli Stati Uniti c'erano stati 19.739 morti per arma da fuoco (compresi suicidi e incidenti), e più di 250 mass shootings. Mentre sto scrivendo questa rubrica, nel pomeriggio di giovedì 23, i totali sono stati aggiornati rispettivamente a 20.860 e 279, e quando la leggerete i numeri saranno di sicuro aumentati ancora.
Naturalmente nessuno ha la minima intenzione di limitare le armi già in circolazione. Che sono, secondo un altro sito, americangunfacts.com, 400 milioni, di cui il 98 per cento in mano a civili. Per ogni 100 cittadini americani, neonati compresi, ci sono 120 armi da fuoco. E il totale cresce ogni anno, grazie a una tendenza alla liberalizzazione che la legge in via di approvazione non dovrebbe scalfire più di tanto. Fino a paradossi come un caso accaduto qualche giorno fa in Oklahoma: un uomo che andava in giro in tenuta militare, con una pistola e un fucile d'assalto – cosa perfettamente legale – arrestato perché aveva con sé anche un tirapugni di metallo, che invece è vietato. Si vede che fa più male di un AR-15.
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