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Miqui Otero e le illusioni perdute di Barcellona

Il Barrio Gotico di Barcellona (Getty Images) 
Dalle speranze delle Olimpiadi al disincanto: lo scrittore catalano racconta tre decenni attraverso gli occhi di un ragazzo sognatore e amante dei libri, che cambia "come la città". Intervista
5 minuti di lettura

Una trentina di anni fa a Barcellona poteva capitare di prendere un taxi e scoprire che l'autista era ubriaco; poi nel '98 è arrivata la legge che vieta ai tassisti di bere alcol prima di mettersi alla guida, e da allora la vita al bar Baraja non è più stata la stessa, perché in quel locale con biliardo nel barrio di Sant Antoni i tassisti ci andavano per giocare a carte ma soprattutto per dissetarsi.

Lo scrittore catalano Miqui Otero (Elena Blanco) 

Il bar Baraja, "sunto del mondo", in realtà non esiste se non nelle pagine di Simón (Mondadori), romanzo di successo dello spagnolo Miqui Otero che arriva ora in Italia. È la storia epica (468 pagine) di Simón, otto anni, figlio dei proprietari galiziani del bar, che nella Barcellona edonista e infervorata delle Olimpiadi del '92 ha un solo eroe: Rico, cugino pi&ugra…

Una trentina di anni fa a Barcellona poteva capitare di prendere un taxi e scoprire che l'autista era ubriaco; poi nel '98 è arrivata la legge che vieta ai tassisti di bere alcol prima di mettersi alla guida, e da allora la vita al bar Baraja non è più stata la stessa, perché in quel locale con biliardo nel barrio di Sant Antoni i tassisti ci andavano per giocare a carte ma soprattutto per dissetarsi.

Lo scrittore catalano Miqui Otero (Elena Blanco) 

Il bar Baraja, "sunto del mondo", in realtà non esiste se non nelle pagine di Simón (Mondadori), romanzo di successo dello spagnolo Miqui Otero che arriva ora in Italia. È la storia epica (468 pagine) di Simón, otto anni, figlio dei proprietari galiziani del bar, che nella Barcellona edonista e infervorata delle Olimpiadi del '92 ha un solo eroe: Rico, cugino più grande che gli fa scoprire la meraviglia dei libri - anzi dei "libri liberi" e avventurosi dai quali Simón vorrebbe non uscire più - e poi un giorno misteriosamente scompare. Bisogna arrivare alla fine per scoprire che cosa è successo, e intanto vedere Simón crescere mentre con lui cresce e cambia anche Barcellona. Diventa uno chef stellato, incrocia la sua vita con mille altre, amiche, amanti, sarti, tassisti, librai; arriva in cima alla scala sociale poi cade, e le sue illusioni perdute sono anche quelle della città. "Il cambiamento di Barcellona è il cambiamento di Simón" racconta Otero. "Ho voluto che avesse otto anni nel '92 perché in quel momento la città era come lui, con la stessa fiducia nel futuro, la stessa assenza di pregiudizi. Quando arriviamo al 2017 e agli attacchi terroristici sulle Ramblas, Simón ha l'età in cui si può capire cosa succede: è un giovane adulto disincantato in un mondo che ha sostituito il senso di comunità con l'individualismo".

Nato nel 1980, scrittore e insegnante universitario di letteratura e giornalismo, Miqui Otero è figlio di quella Barcellona elettrica che negli anni ha prodotto etichette discografiche fatte in casa e cineclub underground; però ha le radici ben piantate anche nella grande tradizione letteraria di una città che lui aveva già raccontato in Rayos (2016). Non a caso c'è anche la sua firma nel nuovo numero del libro-rivista Passenger dedicato, appunto, a Barcellona e alla sua voglia di sperimentare ancora, malgrado le macerie degli ultimi anni sfilati tra terrorismo, crisi economica, indipendentismo e overtourism. Il suo contributo per Passenger è un "viaggio storico e sentimentale" nella saga del Barça, squadra del cuore sua e di Simón. "Ho pensato molto a come costruire il suo personaggio. Non poteva essere un moschettiere o un poeta, il romanzo sarebbe finito alla quinta pagina. Cosa poteva essere? Una sera stavo cucinando, avevo in mano un coltello e ho pensato: non sarà un moschettiere ma questa è la sua spada. La cucina sarà il suo talento".

Talento è una parola che si incontra spesso nel romanzo.
"Il talento va dissipato. Se ce l'hai, l'unico modo di usarlo è sprecarlo. Non è democratico, il talento è come il denaro, non scegli di averlo o meno. È una delle prime cose che Rico insegna a Simón".

Quale potrebbe essere il talento di Barcellona?
"Penso che il suo talento più grande sia l'essere sempre stata una città aperta: al mare, al mondo, ad altre culture. E ha sempre avuto un gran talento da ribelle".

Il romanzo si apre con l'euforia olimpica vista da una generazione che è anche la prima nata dopo il franchismo e il passaggio alla democrazia.  
"È la mia generazione, e ho pensato a lungo che il nostro tempo non fosse molto interessante dal punto di vista letterario. Tutti gli autori spagnoli che amo hanno parlato della guerra civile, del dopoguerra, della transizione alla democrazia: di cosa potevamo parlare noi? Poi cresci, ti volti indietro e inizi a registrare il valore delle esperienze attraversate. Così abbiamo cominciato a guardare con occhi critici al passato; del grande anno delle Olimpiadi non vediamo più solo gli aspetti fotogenici ma anche quelli problematici".

Per esempio?
"C'è uno straordinario romanzo di Eduardo Mendoza, La città dei prodigi, che racconta la Barcellona che volle reimmaginarsi come una città moderna, dalla prima Esposizione Universale del 1888 fino al 1929. Nel '92 succede qualcosa di simile, c'era un senso di gioia quasi infantile, come fosse una sbronza collettiva. Erano arrivati i fondi europei e abbiamo iniziato a usarli. Era l'occasione di mostrare al mondo che non eravamo più un vecchio Paese fascista sottosviluppato, quindi è iniziata la folle corsa per portare la città al passo coi tempi, sventrando quartieri, rinnovando. Ma quando corri così, ti lasci indietro tanta gente. Gente di cui nessuno si è preoccupato. Il punto adesso è proprio questo: guardarsi indietro per raccontare quei cambiamenti".

Ne emerge una città dove ricchezza e classe sociale contano sempre di più.
"C'è uno dei personaggi, il Sarto, che a un certo punto racconta di quando vendeva le sue creazioni sulla Rambla ai ricchi borghesi 'abituati a mogano e moquette nella zona alta e a bere cocktail al Boadas, per poi vomitarli sul selciato del Barrio Chino' perché adoravano mescolarsi 'con la gente dei piani più bassi'. Ora non succede più. Quella era la Barcellona underground di fine anni 70, che ha prodotto artisti come Mariscal, fumettaro trasgressivo che poi ha disegnato Cobi, la mascotte delle Olimpiadi, e ha fatto carriera. Allora non tutto girava intorno ai soldi. Beh, tutto gira sempre intorno ai soldi, ma a quei tempi non sembrava la cosa più importante".

E ora?
"Ora tutto gira intorno a come fare per vendere il brand Barcellona".

Intanto un brand molto forte lanciato dalla città è il Primavera Sound, oggi il festival musicale più importante d'Europa.
"La città ha sempre avuto questa vocazione ai grandi eventi. Come dice Rico nel libro, 'il Municipio agisce come la pioggia: si fa vedere poche volte ma in grande stile'. E ora abbiamo il Primavera Sound, bei nomi, tanta musica, tutta concentrata in una settimana. E nel resto dell'anno?".

C'è tanta musica nella Barcellona del romanzo.
"La rumba catalana! È l'unico stile musicale genuinamente di Barcellona. Sembra flamenco ma non lo è, e arriva dal basso, l'hanno diffusa gli zingari del mio quartiere, Sant Antoni. Poi ci sono le canzoni che Rico fa sentire a Simón per farlo dormire".

Pezzi punk dei Ramones e dei Cure, davvero adatti come ninne nanne...
"Ma Boys Don't Cry dei Cure è bellissima, nella sua malinconia la sento simile alla mia scrittura: un ragazzo triste che cerca di scherzare, di sorridere anche se ha il cuore a pezzi".

Come il Barça quando un anno fa ha perso Lionel Messi...
"Per non parlare dei conti in rosso. Barcellona è sempre stata in concorrenza simbolica con Madrid: loro hanno il Prado, con i grandi dipinti rubati dalla monarchia? Noi abbiamo l'arte contemporanea. E abbiamo il Barça che è més que un club (più che un club). Quando la città va a mille, il Barça va a mille. Nel romanzo racconto quando nel '92 vincemmo per la prima volta la Coppa dei Campioni, con le maglie prodotte da un'azienda catalana che aveva iniziato vendendo infradito alla Barceloneta. Manuel Vázquez Montalbán diceva che il Barça è l'esercito disarmato della Catalogna. È una buona immagine: quando non siamo riusciti a vincere lo Stato nelle strade, abbiamo provato a batterlo sul campo con i gol".

Parliamo dei movimenti indipendentisti.
"Sono sempre stato molto critico verso l'indipendentismo. Penso che l'élite politica catalana l'abbia usato per nascondere azioni che stava intraprendendo, come la privatizzazione della sanità. Ma anche le reazioni brutali dello Stato vanno condannate. Ammiro la caparbietà della sindaca Ada Colau, l'ho votata, ma non ha un compito facile".

Ricchezze antica e nuova a Barcellona, qual è la differenza?
"La borghesia catalana tende a non ostentare i soldi, come succede altrove nella società spagnola, e questo è interessante. Quando ho iniziato il romanzo mi sono chiesto: da dove vengono quelle ricchezze? Si dice che a Barcellona i soldi siano arrivati con la forza dell'industria tessile dell'Ottocento. Ma come è stata finanziata quell'industria? In molti casi con la tratta degli schiavi, che Barcellona ha continuato a praticare anche dopo che era stata messa al bando in molti Paesi. Famiglie ancora oggi potenti hanno fatto i soldi con lo schiavismo. Quella è la vecchia ricchezza, personaggi come Betty rappresentano invece quella legata alla speculazione edilizia: è denaro nuovo, e non ha lo stesso odore".

Tra i "protagonisti" del romanzo c'è il mercato di Sant Antoni, oggetto di una discussa ristrutturazione.
"È il più grande mercato di libri usati d'Europa, c'è tutte le domeniche. I lavori iniziati nel 2009 sono durati quasi dieci anni; dovevano rilanciare la zona, più che altro hanno lanciato gli affitti. Un'operazione di speculazione di cui anche Simón approfitta, aspettando che la ristrutturazione rivaluti il locale che ha comprato; la vita, conclude, è sempre una pessima copia dei libri".

Ha anche lei i suoi "libri liberi" in cui rifugiarsi?
"Una lista infinita: romanzi d'avventura come Scaramouche, Balzac, Dickens, John Fante, Juan Marsé, ma anche autori contemporanei come Junot Díaz o Alejandro Zambra".

Che ricordo ha di Javier Marias?
"Un gigante, la sua prosa è formidabile. Mi piace per come ha aperto le finestre della nostra letteratura, sempre ripiegata sulla tradizione o sui francesi, per far entrare anche altre influenze, ad esempio l'Inghilterra".

Il romanzo si chiude sugli attacchi terroristici del 2017. Simón si rifugia in un negozio di dischi...
"È una cosa successa veramente a un mio amico, in calle Tallers dove ci sono molti negozi di musica. La gente era come impazzita. È strano se si pensa a come abbiamo sempre detestato le Ramblas, lamentandoci dei bar troppo cari per turisti sbarcati dagli yacht. Poi scoppia un attacco nel cuore della città e sei devastato. Ti rendi conto di quanto ami la città. E capisci che la critichi proprio perché la ami".

Sul Venerdì del 30 settembre 2022