Questo è il centro storico di Capalbio, cittadina della Maremma toscana, in provincia di Grosseto, appena al di là del confine con il Lazio. Il comune ha 3.862 abitanti e un'area di 187,36 chilometri quadrati, che si estende dal bel borgo medievale attraverso la campagna fino alle spiagge del Tirreno.
Questa la Capalbio reale. Poi c'è una Capalbio che è diventata una figura retorica: una sineddoche, la parte per il tutto, o un'antonomasia, nome proprio usato come nome comune. Insomma, nel linguaggio giornalistico italiano, "Capalbio" è un modo sbrigativo per dire: "luogo di villeggiatura frequentato da una certa élite politico-culturale romana". Oppure, con maggiore disprezzo polemico: "posto dove i radical chic vanno a spassarsela nei loro sterminati casali con annesso uliveto, lontani dalla plebe che pure fanno finta di voler rappresentare".
Ora, io non ho ricerche storico-sociologiche sotto mano, ma sono abbastanza sicuro che fino al 1988 la stragrande maggioranza degli italiani Capalbio non l'avesse mai sentita nominare. Poi, nel giugno di quell'anno, il Venerdì pubblicò il celebre servizio fotografico in cui Achille Occhetto, appena eletto segretario del Pci, baciava sua moglie Aureliana sullo sfondo del "'rifugio' dove il nuovo leader comunista trascorre praticamente ogni week end libero da impegni di partito" (così la didascalia). Potete leggere qui in pdf quel vecchio servizio; mentre sul nostro Speciale 35 anni il giornalista che lo scrisse, Stefano Marroni, ha raccontato gli imbarazzi che le effusioni occhettiane suscitarono non solo nella vecchia guardia del Pci ma anche nella redazione di Repubblica. Quei casti baci, spiega Filippo Ceccarelli in un altro articolo, aprirono la strada alla spettacolarizzazione della vita privata dei politici che oggi sperimentiamo nelle sue forme più grottesche. Insomma, se Capalbio è famosa, nel bene e nel male, è anche colpa (o merito) nostro.
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