In viaggio con il Papa: perchè Francesco andrà in Congo e Sud Sudan
di Jacopo Scaramuzzi , di Jacopo ScaramuzziCittà del Vaticano. Raccontano che quando Papa Francesco si allontana dal Vaticano è felice. Jorge Mario Bergoglio ha 86 anni, da un anno ormai ha seri problemi di mobilità a causa di un menisco lesionato, ma se c'è una cosa alla quale non rinuncerà sono i viaggi all'estero. Anche quando sono tutt'altro che agevoli, come la trasferta in Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan che compirà dal 31 gennaio al 5 febbraio prossimi. O quella, allo studio per il prossimo futuro, in Mongolia. Ogni volta che parte, torna a Roma "fisicamente distrutto ma col cuore pieno", racconta il Papa gaucho ai suoi interlocutori. E se questi gli consigliano maggiore riposo, minore incontenibilità, o addirittura gli suggeriscono di annullare qualche viaggio, Francesco sbotta: "Non mi serve una suocera!".
Quasi prigioniero
Abituato ad andare in giro per la città, a Buenos Aires, a piedi o con i mezzi pubblici, Berg…
Città del Vaticano. Raccontano che quando Papa Francesco si allontana dal Vaticano è felice. Jorge Mario Bergoglio ha 86 anni, da un anno ormai ha seri problemi di mobilità a causa di un menisco lesionato, ma se c'è una cosa alla quale non rinuncerà sono i viaggi all'estero. Anche quando sono tutt'altro che agevoli, come la trasferta in Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan che compirà dal 31 gennaio al 5 febbraio prossimi. O quella, allo studio per il prossimo futuro, in Mongolia. Ogni volta che parte, torna a Roma "fisicamente distrutto ma col cuore pieno", racconta il Papa gaucho ai suoi interlocutori. E se questi gli consigliano maggiore riposo, minore incontenibilità, o addirittura gli suggeriscono di annullare qualche viaggio, Francesco sbotta: "Non mi serve una suocera!".
Quasi prigioniero
Abituato ad andare in giro per la città, a Buenos Aires, a piedi o con i mezzi pubblici, Bergoglio a Roma soffre di dover stare chiuso in un piccolo mondo che lui non ama e che non lo ha mai amato. Una situazione esacerbata dalla pandemia, quando, affacciato dalla finestra della sua biblioteca in uno degli ultimi Angelus prima del lockdown, quasi un prigioniero alle sbarre della cella, confessò ai fedeli radunati in piazza San Pietro di sentirsi "ingabbiato".
Francesco ama stare in mezzo alla gente. "È un problema psichiatrico", ha scherzato a inizio pontificato, citando il libro dello statunitense Louis Edward Bisch, Be glad you're neurotic, "rallegrati di essere nevrotico". La scelta di vivere a Santa Marta anziché chiudersi nell'imbuto del palazzo apostolico, però, è anche politica, come sempre nelle decisioni bergogliane: ha permesso al Papa in tutti questi anni di essere più libero, gestire da solo l'agenda senza passare dalla prefettura della Casa pontificia dell'indigesto Georg Gänswein, far entrare e uscire dall'hotel vaticano gli ospiti più disparati senza che ogni udienza, ogni incontro venisse registrato dalla Segreteria di Stato. Mangiare alla mensa comune, poi, è una garanzia in più: "Se diventassi Papa non accetterei un caffè in Vaticano", sostengono che l'arcivescovo di Buenos Aires dicesse prima dell'elezione al Conclave del 2013, ricordando Michele Sindona. Dicerie, probabilmente favole, che rendono però l'idea del senso di accerchiamento che accompagnò i primi passi da Papa.
Preso "quasi dalla fine del mondo", dai cardinali riuniti in cappella Sistina, per rilanciare la fede cattolica, aprire porte e finestre dopo l'era di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e rivoltare la curia romana come un calzino, Francesco aveva detto chiaro e tondo, nelle riunioni di cardinali che precedettero il conclave, che alla Chiesa serviva uno slancio "missionario". La capacità, cioè, di "andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell'ingiustizia, quelle dell'ignoranza e dell'assenza di fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria" (gli appunti del suo discorso furono pubblicati online dall'amico Jaime Ortega, cardinale arcivescovo dell'Avana, Cuba).
Prima tappa: Lampedusa
Era un programma di governo. L'attenzione ai migranti, ai poveri, alle crisi climatiche, ma anche ai peccatori, ai diversamente credenti, a coloro che non rientrano nei rigidi standard della teologia morale, caratterizzano da dieci anni gli interventi di papa Francesco. E la geografia dei suoi viaggi descrive una visione politica precisa. Nei confronti dell'Europa ha lo sguardo di Magellano, come lo ha definito padre Antonio Spadaro, "uno sguardo che guarda all'Europa dal punto di vista di un esploratore". E predilige le zone marginali: ha visitato il Vecchio continente con un periplo che, iniziato a Lampedusa, ha toccato i Balcani, Budapest e la Slovacchia, l'isola di Lesbo, Cipro e Grecia, Malta, il Baltico, la Scandinavia, l'Irlanda, il santuario di Fatima, ha fatto una puntata a Ginevra per visitare il Consiglio ecumenico delle Chiese e a Strasburgo per il Parlamento europeo - ma ha accuratamente evitato Madrid, Lisbona (ci andrà però a giugno per la Giornata mondiale della gioventù), Vienna, Parigi, Londra.
Più in generale, i suoi viaggi all'estero - ben raccontati, con il tocco dell'artista, dal regista Gianfranco Rosi nel film In viaggio - hanno avuto due caratteristiche: sono stati numerosi, più di quanto all'inizio facessero supporre la sua età e la sua missione di stare a Roma e riformare la curia; ed hanno privilegiato luoghi problematici, terre di missione, Paesi in via di sviluppo o sottosviluppati (dieci nelle Americhe, sei in Estremo Oriente, dieci nel Vicino Oriente, dieci in Africa, contando anche le prossime due tappe).
L'ultima pecora rimasta
Non c'è snobismo missionario in questa geografia, ma lucidità di governo. Una Chiesa concentrata su se stessa, sulle proprie dispute interne, sul proprio passato glorioso che poi tanto glorioso non era, sulle questioni di dottrina e di liturgia, non ha futuro. Per usare un interrogativo colorito di papa Francesco: "Siamo abituati a essere una Chiesa che ha una sola pecora nel suo gregge e lasciamo che le altre 99 si perdano sul monte? Sei un pastore di pecore o sei diventato uno che sta a "pettinare" l'unica pecora rimasta?". Le statistiche sono impietose. Stando agli ultimi dati pubblicati dall'Annuario Pontificio e dall'Annuarium Statisticum Ecclesiae, dal 2019 al 2020 in Asia i cattolici sono aumentati dell'1,8 per cento (nonostante la flessione verificatasi in Medio Oriente) ed in Africa addirittura del 2,1. In Europa la crescita è stata appena dello 0,3 per cento. Guardando ad un altro criterio, ossia il numero dei cattolici delle varie aree continentali sul totale mondiale, continua ad aumentare il peso dell'Africa (18,7 al 18,9 per cento), cala quello dell'Europa (un punto percentuale in meno rispetto al 21,2). L'America rimane il continente a cui appartiene il 48 per cento dei cattolici del mondo, il 28 solo in America del Sud. La Cina da sola nel 2030 potrebbe diventare, con una "minoranza" stimata di 247 milioni di battezzati, il Paese con la più grande popolazione cattolica al mondo.
Non è ancora il momento
Questo è il motivo per cui il vescovo di Roma ha uno sguardo che va ben oltre il recinto delle mura Leonine che circonda il microstato vaticano. Questo è il motivo per cui, da dieci anni, nomina cardinali - ossia coloro che saranno chiamati, un giorno, a eleggere il suo successore - sparpagliati nei cinque continenti. E questo è il motivo per cui non rinuncerà ai viaggi all'estero. A 86 anni Bergoglio è consapevole di essere entrato nella fase finale del pontificato, così come sa che proprio la prospettiva di non reggere più la fatica delle trasferte fu tra i motivi che convinsero Benedetto XVI a gettare la spugna. Nell'era contemporanea, del resto, viaggiare è uno degli irrinunciabili compiti del pastore universale. Potrebbe arrivare il giorno, anche per Francesco, di rinunciare a sua volta alla cattedra di Pietro. Ma non è domani. Il prossimo viaggio in Africa sta lì a testimoniarlo.