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Come sfondare con la musica? Ve lo spiega Rick Rubin

Il produttore Rick Rubin, 60 anni, con Lorenzo Jovanotti Cherubini nel 2017. maikid  
Ha lavorato con Johnny Cash, Paul McCartney, Jovanotti. Ora in un libro e in questa intervista il super produttore dispensa consigli zen di creatività: "Musicisti, basta autodistruggersi"
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"Sono in Costa Rica, in cima a una montagna. Vedo il blu dell'oceano e il verde della giungla". Rick Rubin ci descrive la vista dallo studio dove sta ultimando il disco degli Strokes. Probabilmente è scalzo e nella posizione del loto. Mistico e concreto, è così che dagli anni 80 governa il mondo della musica. Al fianco degli artisti (Jay Z, Eminem, Adele, AC/DC sono alcuni) o a capo di etichette come Def Jam, che per prima puntò il faro sull'hip hop, e American Recordings. Il cubo di Rubin ha fatto ruotare colori lontani fino ad allinearli. Prese un Johnny Cash in declino e lo riportò a brillare con le cover. Propose Walk This Way, degli Aerosmith ai Run DMC "che erano contrari" ride il produttore americano.

Anzi "il riduttore", discepolo dell'essenziale, e infatti nel libro appena uscito L'atto creativo cita Antoine De Saint-Exupéry: "La perfezione si raggiunge non quando non c'è …

"Sono in Costa Rica, in cima a una montagna. Vedo il blu dell'oceano e il verde della giungla". Rick Rubin ci descrive la vista dallo studio dove sta ultimando il disco degli Strokes. Probabilmente è scalzo e nella posizione del loto. Mistico e concreto, è così che dagli anni 80 governa il mondo della musica. Al fianco degli artisti (Jay Z, Eminem, Adele, AC/DC sono alcuni) o a capo di etichette come Def Jam, che per prima puntò il faro sull'hip hop, e American Recordings. Il cubo di Rubin ha fatto ruotare colori lontani fino ad allinearli. Prese un Johnny Cash in declino e lo riportò a brillare con le cover. Propose Walk This Way, degli Aerosmith ai Run DMC "che erano contrari" ride il produttore americano.

Anzi "il riduttore", discepolo dell'essenziale, e infatti nel libro appena uscito L'atto creativo cita Antoine De Saint-Exupéry: "La perfezione si raggiunge non quando non c'è più nulla da aggiungere, ma quando non c'è più nulla da togliere". Il suo è un manuale pieno di frasi dal sapore zen, sulla consapevolezza, sul fine dei creativi, che è "ritrovarsi in quel meraviglioso stato che rende l'arte inevitabile", e consigli tipo: "Pensa a una regola come a uno squilibrio". Rubin, 60 anni, fa esattamente questo nel libro. "Da me ci si aspettava nomi famosi e aneddoti", ci spiega, "invece il protagonista è il lettore. Lo invito a partecipare all'atto creativo".

Perché mette gli artisti giù dal piedistallo?
"La creatività non è un talento raro, ce l'hanno tutti. Significa portare in vita qualcosa che prima non c'era. Può essere un biglietto, una conversazione. Il cosmo emette segnali, i creativi captano e traducono. L'attenzione è il requisito imprescindibile".

Lei dice che se un artista non realizza un'idea, l'idea troverà un'altra voce. Può spiegare?
"C'è una specie di calendario cosmico, un tempo in cui le idee devono compiersi. Lo fanno anche in posti diversi e non correlati. A volte si tratta di un ovvio passo culturale, vedi il punk che nasce come rifiuto del virtuosismo. Ma per me c'è di più. Sa la storia del cruciverba del New York Times?".

No.
"Si dice sia più difficile la mattina. Più tardi si fa, più è semplice. Perché intanto altri sconosciuti lo hanno risolto, è come se avessero infranto una barriera, spianando la strada. O pensi a Roger Bannister. Era impossibile per un uomo correre un miglio in meno di quattro minuti. Lui ci riuscì, poco dopo ci riuscirono altri. Non avevano modificato il corpo. Cominciarono solo a credere che fosse possibile, e tutti abbiamo fatto un passo avanti. Siamo connessi".

Le sue antenne hanno funzionato sin da ragazzino.
"Venivo dal punk rock, e il rap mi sembrava simile. Nasceva dalla strada, non dai conservatori. Era ai margini, nuovo, eccitante. Ma il rap, nei dischi, non catturava lo spirito dei live, cioè beat e rime sopra. Provai a farlo io, nel dormitorio del college. È lì che è nata la Def Jam. Poi i miei amici punk-rock Beastie Boys mi arruolarono come dj. Siamo finiti a fare Licensed To Ill".

E l'hip hop salì primo in classifica. Il successo la sorprese?
"Sì, ma il successo non è la popolarità. Lo ottieni prima di pubblicare l'opera, quando sei così soddisfatto da lasciarla andare. L'arte non è competitiva, è una rappresentazione del sé. Devi ottenere il meglio da te, non essere migliore di altri".

Con nove Grammy vinti, è più facile a dirsi.
"Ma non ho mai pensato al business. Mina l'arte, che deve essere un atto devozionale, onesto, senza scorciatoie. Solo così rendi un servizio al pubblico. Il successo commerciale non misura il valore artistico perché dipende da variabili su cui non hai controllo. Prendi il primo disco dei Public Enemy: fu il minor successo della Def Jam".

Un percorso spirituale spesso lo fa chi ha vissuto l'eccesso. È stato così per lei?
"Sono stato fortunato. Ho iniziato a meditare a 14 anni. Avevo un problema al collo e un dottore mi consigliò bene. Negli anni 70. Un illuminato. Ha cambiato la mia percezione del mondo. Sono stato in pace con me stesso anche nelle situazioni più turbolente".

Di artisti inquieti ne avrà visti in studio.  
"Li ascolto, più di quanto ascoltino sé stessi. A volte sono molto insicuri, schiacciati da pressioni e giudizi, mentre io sono risoluto. So cosa mi piace e cosa no. Non ho né torto né ragione, ma credo in quello che sento, e questa convinzione dà potere alle mie scelte".

Nel libro tende a smontare il connubio genio-sregolatezza.
"È passata l'idea che, per fare arte, ci si debba autodistruggere. Non è così. Chi percepisce tremenda bellezza, può percepire anche tremendo dolore, ma poi esistono modi per elaborarlo".

Un esempio?
"Guardi Paul McCartney. Ha dirottato tutto sul sentiero più sano".

Nel documentario McCartney 3, 2, 1 analizzate insieme i Beatles.
"Un sogno. Sono cresciuto con loro".

Incontrò Jovanotti con Oh Vita! Che rapporto avete?
"Ci siamo connessi oltre la musica. Ha una sua arte poetica, è un lavoratore fanatico, dà il massimo e cerca la versione migliore dei brani. Ne abbiamo appuntati una cinquantina per il nuovo disco. E poi Lorenzo è divertente. Mi piace passarci del tempo insieme".

Grazie a lui scoprì la Toscana?
"No fu al matrimonio di Kanye West, una decina di anni fa. Non ero un appassionato di Europa, ma da Firenze non me volevo più andare. Tornato per Oh Vita!, ho esplorato i dintorni, diventati il mio posto preferito in estate. Non mi piace volare, quindi una volta che mi sposto, resto in Italia il più possibile".

Al punto che aprirà uno studio nella campagna senese. Come lo chiamerà?
"Shangri-La Mansion, come quello che ho a Malibu, ma ancora non è attivo. Sto capendo come avere certi permessi. Oltre a registrare, vorrei lanciare corsi per musicisti da tutto il mondo, permettere un ritiro sabbatico agli artisti, condividere il potenziale della tenuta".     

Per lei l'energia dei luoghi è importante. Penso a Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers.
"Un disco assoltamente influenzato dal luogo dove fu registrato, The Mansion a Laurel Canyon. È una casa del 1920, mentre lo studio che ho a Malibu è degli anni 70, e quello toscano è in una villa di secoli fa. Senti la storia addosso, ti cambia il rapporto con il tempo, e questo influirà sulla qualità delle creazioni".

Cos'è che le piace del minimalismo?
"Do attenzione a quel che c'è. Meno c'è, e più diventa importante. Ero così già nel 1985, quando produssi il primo disco di LL Cool J. Rudimentale, senza sottofondi. Mi interessa far uscire la personalità del singolo strumento. È l'approccio opposto al wall of sound di Phil Spector". 

Sperimentare è un verbo-chiave del libro. Come le venne in mente di affidare la cover di Hurt dei Nine Inch Nails a Johnny Cash?
"Cercavo canzoni per lui. Non per il mio amico Johnny, ma per la figura mitica, per il Man in Black. Il testo di Trent Reznor mi colpì. Lo aveva scritto in gioventù, ma sentir cantare di rimpianti un settantenne ha un'altra forza. Era di una bellezza straziante. Le parole uscivano come in un bassorilievo. È successo di nuovo su Bridge Over Troubled Water. Da Simon& Garfunkel l'avevo sentita centinaia di volte, ma lì mi arrivava la melodia. Il testo mi esplose in faccia con Cash. È una bocca della verità. Gli credi subito".

Ne ha incontrati altri così?
"Chris Cornell. Aveva l'abilità rara di farti credere in ciò che dice, e una voce quasi operistica, ma non alla Ronnie James Dio. Al quale non crederei".

Parla anche dell'importanza della pazienza e della spontaneità nella musica. Non sono in contraddizione?
"No. La spontaneità è essere nel momento. La pazienza è aspettare che l'opera abbia raggiunto il massimo potenziale. Puoi buttare giù in un'ora una canzone che maturava da anni". 

Scrive: "Il fallimento è l'informazione che ti serve per raggiungere il luogo dove sei diretto". Quali sono i suoi fallimenti?
"Sono parte di un processo costruttivo, anche se non arrivi al punto. Prendi Climb That Hill di Tom Petty, uno dei miei pezzi preferiti. L’abbiamo registrata un sacco di volte e non c’è una versione che ne catturi l’essenza. Certe cose sono imprendibili. Io, a dire la verità, mi stupisco più della riuscita che del fallimento"

Si stupisce ancora?
"Non ho mai aspettative, quindi mi arrivano tante sorprese. E poi ci sarà sempre qualcuno che filtra il materiale in modo diverso e ti colpisce".

Ormai si riproduce qualsiasi cosa al computer. Non teme in futuro non si potrà datare la musica dei nostri giorni?
"Forse sarà più difficile collocare temporalmente il suono. Per dire, senti la batteria di Art Of Noise e capisci subito che sono gli anni 80. Oggi senti Frank Ocean e può sembrare soul del passato, ma ci sono i testi a renderlo contemporaneo, sono fondamentali".

C'è un consiglio che dà spesso?
"Attento a non suonare troppo nuovo. Se oggi risulti troppo 'domani', domani risulterai troppo 'ieri'. Devi essere originale ma familiare. Non perché già noto, ma perché atteso, esprimente qualcosa che stava per accadere. Che doveva accadere".

Sul Venerdì del 10 marzo 2023