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Bernardo Valli: "Io, Italo Calvino e Parigi". Il giornalista racconta l'amico scrittore

Italo Calvino (1923-1985) a Parigi, a Saint-Germain-des-Prés, nel dicembre del 1974. Lo scrittore
si trasferì per lavoro nella capitale francese con la famiglia nel 1967 e tornò a Roma nel 1980. Sophie Bassouls/Sygma via Getty Images 
Al café Flore a parlare di Conrad e Stevenson, le cene in casa. E quella serata gelida con Scalfari... A cent’anni dalla nascita dello scrittore, un grande inviato dedica il libro "Italo" ai loro incontri nella capitale francese. Intervista
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Parigi. "Italo mi dava appuntamento al Flore..." racconta Bernardo Valli aprendo l'album dei ricordi. Il grande inviato speciale, che proprio oggi 15 aprile compie 93 anni, si confida sulla sua amicizia con Italo Calvino nell'anno del centenario della nascita del gigante della letteratura italiana. Italo si apre con un'introduzione inedita e raccoglie sei articoli su Calvino firmati da Valli tra il 1977 e il 2012 a partire dalle loro conversazioni al Café de Flore di Parigi, nell'arco di decenni, per parlare di Conrad, Manzoni e del suo incontro con Raymond Queneau, oltre che del vissuto più personale dello scrittore - la Cuba in cui nacque il 15 ottobre 1923, la Resistenza sulle montagne liguri nel 1944, il rapporto con Parigi e con la moglie Chichita.

Bernardo Valli è nato a Parma il 15 aprile del 1930 

"Ho conosciuto un Calvino socievo…

Parigi. "Italo mi dava appuntamento al Flore..." racconta Bernardo Valli aprendo l'album dei ricordi. Il grande inviato speciale, che proprio oggi 15 aprile compie 93 anni, si confida sulla sua amicizia con Italo Calvino nell'anno del centenario della nascita del gigante della letteratura italiana. Italo si apre con un'introduzione inedita e raccoglie sei articoli su Calvino firmati da Valli tra il 1977 e il 2012 a partire dalle loro conversazioni al Café de Flore di Parigi, nell'arco di decenni, per parlare di Conrad, Manzoni e del suo incontro con Raymond Queneau, oltre che del vissuto più personale dello scrittore - la Cuba in cui nacque il 15 ottobre 1923, la Resistenza sulle montagne liguri nel 1944, il rapporto con Parigi e con la moglie Chichita.

Bernardo Valli è nato a Parma il 15 aprile del 1930 

"Ho conosciuto un Calvino socievole, pieno di humour", ricorda Valli nella sua casa parigina del nono arrondissement. "Abbiamo fatto tante cene insieme, eravamo seduti proprio qui" dice indicando il grande tavolo con una scacchiera, in mezzo a un salone pieno di libri e fotografie che rievocano una lunga carriera a percorrere il mondo e raccontare "la verità del momento" come si intitola una raccolta dei suoi reportage. Valli ha conosciuto il Calvino del periodo parigino, e lo rievoca alla sua maniera, con l'eleganza di chi non ha mai voluto scrivere qualcosa di diverso da un articolo di giornale. È un libro che offre un'inedita prospettiva sull'autore di Il barone rampante, Le città invisibili e Lezioni americane, e segna l'esordio della nuova casa editrice Ventanas, fondata da Laura Putti.

Il primo incontro con Calvino?
"Arrivò nella redazione parigina del Corriere, non lontana dagli Champs-Élysées, portando un articolo da mandare a Milano. Rimase nell'attesa che l'operatore battesse il telex, come si faceva allora, poi mi chiese di aiutarlo a correggere alcuni errori. Voleva aggiungere un punto e virgola, inesistente sulla tastiera. Non ricordo come risolvemmo il problema che lo preoccupava. Ma è quel consulto che mi consentì di conoscerlo".

Siete poi diventati grandi amici.
"È un'amicizia che si è sviluppata negli anni parigini di Calvino. Lui viveva qui già dal 1967 ma io all'epoca ero in Asia e lo conobbi solo al mio ritorno dal Vietnam, nel 1975. Gli piaceva stare a Parigi come dentro a un paesaggio interiore composto da tanta letteratura. Ma non è che fosse diventato parigino, anzi. Era rimasto un italiano. E non si mischiava ai grandi avvenimenti della Capitale. Anche quando ci fu il Sessantotto, non vi partecipò. Mi ricordo una volta che fummo invitati a una cena all'Eliseo per la visita di Sandro Pertini. Calvino non venne, la sua sedia rimase vuota. Abitava a Square de Châtillon, nel quattordicesimo arrondissement, e veniva in centro solo per comprare i quotidiani italiani all'edicola di Saint-Germain-des-Prés. Frequentava poco l'ambiente culturale, tranne qualche rara eccezione concessa a Raymond Queneau e al club dell'Oulipo di cui era 'membro straniero'".

Italo Calvino con la figlia Giovanna e la moglie Chichita al festival del cinema di Venezia del 1981. alamy / ipa 

 

Il suo tratto più distintivo?
"La sua grazia. Ero lusingato di essere amico di uno scrittore così prolifico. Dovevo essere uno dei pochi giornalisti che frequentava, anche se lui aveva lavorato con tanti giornali, all'Unità, al Giorno, al Corriere. Leggeva i quotidiani. Solo una volta si complimentò per un mio articolo sulla preparazione della visita in Cina di Enrico Berlinguer. Insieme abbiamo fatto tante interviste, ma a un certo punto mi disse: ora basta, non ne facciamo più. Si era stufato. La nostra relazione, però, è proseguita".

Di cosa parlavate: soprattutto di letteratura?
"I momenti più privilegiati erano quelli in cui lo sollecitavo a ripercorrere le trame di Conrad e di Stevenson. Allora il suo sguardo si accendeva e traspariva un Calvino avido di racconti e di eroi. Abbiamo trascorso così interi pomeriggi. Credevo di conoscere bene tutti i libri di Conrad, ma lui mi fregava sempre. Aveva una memoria strepitosa e un'intelligenza quasi matematica. Dall'alto del suo rigore, talvolta era sprezzante per quelli che considerava scrittori dilettanti. Partecipava poco alla vita culturale italiana dominata all'epoca da Moravia e Pasolini. Non aveva una grande simpatia per loro, ricambiato. Penso che la società letteraria romana lo infastidisse. Si era anche staccato dall'Einaudi. Gli anni parigini corrispondevano a una fase complicata del suo lavoro e del suo rapporto con l'editoria. In seguito, aveva sofferto molto per una recensione nella quale Pietro Citati aveva stroncato Palomar".

Le diede da leggere il manoscritto di Se una notte d'inverno un viaggiatore...
"In quel periodo aveva affittato un altro appartamento a Parigi, dove andava solo per scrivere. C'erano un tavolo e una seggiola. L'indirizzo non lo conosceva nessuno. Andai e vidi pile di fogli. Mi disse: sono tanti romanzi. E invece erano i capitoli di Se una notte d'inverno un viaggiatore. Mi consegnò il manoscritto dandomi appuntamento per l'indomani mattina. Probabilmente voleva avere lo sguardo di un lettore puro, non addetto ai lavori. In modo un po' rocambolesco, riuscii a leggere il libro nei ritagli di tempo, dovendo scrivere per il mio giornale. Dopo poche ore, quando ci rivedemmo, nel ruolo di cavia ebbi un momento di panico, farfugliai qualche commento. Gli dissi che Ludmilla, la lettrice, in realtà la vera protagonista, mi aveva accalappiato e avevo l'impressione che il suo barone rampante appollaiato sugli alberi e poi portato via da un pallone fosse invece tornato tra noi. Lui fu indulgente".

In Italia molti ricordano Calvino come un uomo ombroso, poco loquace. Il ritratto che ne sta uscendo ora mi pare diverso.
"È come se ci fossero state due vite, un po' come ci sono due scrittori. Il Calvino più fiabesco e quello più realista, impegnato. Io ho conosciuto un uomo socievole, pieno di humour, anche grazie a Chichita, la moglie che sapeva trasformare l'eremita silenzioso in un uomo dinamico e sorridente che frequentava volentieri la società parigina. Parlava perfettamente francese, spagnolo e inglese. Gli piaceva recitare, era un grande oratore. Invitato al Beaubourg, incantò una platea di giovani studenti con cui rimase per quasi due ore. Dovevamo andare a cena e se ne dimenticò. Ricordo tante serate a casa mia, con persone sempre estranee al mondo letterario, in cui lui era al centro della conversazione".

Ci fu anche una cena parigina organizzata con Eugenio Scalfari che voleva convincere Calvino a venire a Repubblica.
"Erano stati compagni di liceo a Sanremo ma le loro vite si erano divise anche politicamente. Calvino, anarchico, poi comunista fino a quando aveva rotto con il Pci dopo i fatti dell'Ungheria. Scalfari, monarchico poi deputato socialista. Non si erano mai più rivisti. Sì, dopo tanti anni, il loro primo incontro avvenne qui da me, a Parigi. Freddo, freddissimo".

Perché?
"Eugenio era molto impegnativo nei rapporti, Calvino se lo ricordava un po' prepotente, e comunque non voleva interessarsi tanto di giornalismo. Nonostante il mio tentativo di riavvicinamento, la distanza rimase. Non ne parlammo più. A sorpresa, nel 1979, mi invitò a colazione, io a quel punto ero invece a La Stampa. Mi disse che avrebbe lasciato il Corriere della Sera. Si era convinto che i suoi lettori fossero gli stessi di Repubblica. Scalfari era soddisfatto, e promise di non invaderlo troppo. Non collaborò molto, credo fece pochi articoli fino alla sua morte nel 1985. Con Eugenio avevamo provato ad andare all'ospedale di Siena, ma non riuscimmo a vederlo".

Avete continuato a frequentarvi anche quando tornò in Italia?
"Una volta mi affidò sua figlia Giovanna che portai nella nostra casa di vacanza in Tunisia. Sono poi andato a trovarlo a Roma dove Chichita praticava una mondanità un po' selettiva. Era amica di numerosi scrittori, da Gore Vidal a Salman Rushdie. Ma anche dell'attore Richard Gere, che per anni ha comprato i diritti cinematografici del Barone rampante.  Era convinta che nessuno sarebbe mai riuscito a fare un film sul Barone. Era una grande divoratrice di libri, proprio come il personaggio di Ludmilla. Neanche per un minuto ha dubitato del tesoro inestimabile che costituiva l'opera di Italo, fu questa la sua forza, unita all'ostinazione di diffonderla e di non farla mai cadere in mani sbagliate. È stata una vestale severa, anche se l'obbedienza devozionale non era un tratto del suo carattere. Alcuni la consideravano un cane da guardia, feroce, ma oggi credo che non avrebbe potuto essere altrimenti".

Sul Venerdì del 14 aprile 2023