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Su e giù per Milano guidati da Alessandro Manzoni

La scena della “notte degli imbrogli” dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni (1785-1873) in un’illustrazione del 1925 circa. Fototeca Storica Nazionale / getty images 
La gloria accettata con imbarazzo. I nervi fragili. I guai familiari. E le passeggiate in una città ancora senza shopping... Ritratto affettuoso di "don Lisander" a 150 anni dalla morte, firmato da un poeta suo concittadino
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Milano. Eccomi dunque in piazza San Fedele, dove saluto Alessandro Manzoni, sentendolo sempre vero e vicino. Lui è lì, nella statua che gli dedicò Francesco Barzaghi. Ma non posso non muovermi verso la chiesa, verso quei gradini che la mattina del 6 gennaio del 1873 furono fatali al grande scrittore. Lo ripenso, dunque, mentre si avvia per ascoltare la Messa e cade, battendo la testa sugli scalini e restandone danneggiato, in modo grave, nella sua gran mente. Il 7 marzo avrebbe compiuto ben 88 anni, un’età venerabile oggi e allora quasi irraggiungibile.

Quegli ultimi anni, però, erano stati per lui un susseguirsi di onori e importanti riconoscimenti, anche se per carattere avrebbe preferito evi…

Milano. Eccomi dunque in piazza San Fedele, dove saluto Alessandro Manzoni, sentendolo sempre vero e vicino. Lui è lì, nella statua che gli dedicò Francesco Barzaghi. Ma non posso non muovermi verso la chiesa, verso quei gradini che la mattina del 6 gennaio del 1873 furono fatali al grande scrittore. Lo ripenso, dunque, mentre si avvia per ascoltare la Messa e cade, battendo la testa sugli scalini e restandone danneggiato, in modo grave, nella sua gran mente. Il 7 marzo avrebbe compiuto ben 88 anni, un’età venerabile oggi e allora quasi irraggiungibile.

Quegli ultimi anni, però, erano stati per lui un susseguirsi di onori e importanti riconoscimenti, anche se per carattere avrebbe preferito evitare di esserne oggetto, rifuggendo da quella che oggi si direbbe pubblica visibilità. Era stato nominato nel 1872 anche cittadino onorario di Roma e aveva iniziato a scrivere un saggio rimasto incompiuto: Dell’indipendenza d’Italia. Me lo immagino allora aggirarsi nelle lunghe passeggiate nei dintorni della sua casa in via Morone o in campagna, a Brusuglio, dove aveva iniziato a scrivere il suo capolavoro nel 1821. E allora mi muovo anch’io, ma solo qui a Milano, per ora, nella gentile e quieta zona di centro città che era stata la sua.

Siamo all’interno del cosiddetto Quadrilatero della Moda e dunque in area shopping. Ma la tranquillità di questi paraggi sembra prevalere, come per rispettare ancora l’indole manzoniana. È così in piazza Belgioioso, ma solo in parte in San Fedele, dove subito, dalla parte opposta della chiesa, vedo passando un’infilata, per me gradevolissima, di tavolini all’aperto di un bar. E basteranno altri quattro passi per arrivare alle solite resse consumistiche attorno alle vetrine.

I barbari sconfitti di via degli Omenoni

Eccomi dunque in quella che si chiama la via degli Omenoni, proprio lì a un passo da piazza San Fedele. Omenoni e cioè omoni, gli otto telamoni tristi che contemplo davanti al Palazzo Leoni Calchi, costruito verso il 1565 per lo scultore toscano Leone Leoni. Gli Omenoni, opera di Antonio Abondio… Abondio, guarda caso…Chissà quali saranno stati i pensieri di Manzoni quando li vedeva, con il loro capo chino, figure che rappresentavano i barbari sconfitti… E chissà se ripensava a quel personaggio, Leoni, del quale scriveva Vasari che nel palazzo di questa piccola via aveva voluto «mostrare la grandezza del suo animo, il bello ingegno che ha avuto dalla natura, e il favore della fortuna» realizzandolo in eccellente architettura. Mentre mi aggiro in queste vie, penso che, in fondo, l’atmosfera della zona è quieta e persino silenziosa, e dunque conserva ancora qualcosa, non poco, del suo carattere elegante di centocinquant’anni fa.

Proseguo, pensando ovviamente ai percorsi attorno a casa che poteva compiere don Lisander, come immedesimandomi immodestamente in lui, e sono in piazza Belgioioso, l’angolo medievale dove si impone, appunto, il Palazzo Belgioioso, costruito a fine 1700 e opera di Giuseppe Piermarini. Di fronte c’è Palazzo Bersani, del 1815, opera invece di Giovanni Battista Piuri. Vedo anche l’insegna del ristorante El Boeucc, che la storia ci spiega essere di antica origine e che nell’Ottocento era una semplice bottega di vini, ben frequentata, dalla quale partirono i patrioti per le Cinque Giornate.

Ma lì vicino, all’angolo con via Gerolamo Morone, c’è proprio la bella casa di Alessandro Manzoni, che l’aveva acquistata nel 1814 e alla quale, cinquant’anni dopo, fece aggiungere le decorazioni in cotto, in stile rinascimentale lombardo a opera di Andrea Boni, architetto, scultore e anche imprenditore (su di lui Enrico Venturelli ha pubblicato il libro Andrea Boni e la casa del Manzoni, con sottotitolo La rinascita ottocentesca del cotto ornamentale). Ora la Casa è sede del Centro Nazionale di Studi Manzoniani. Nel bel palazzo i personaggi più illustri, come Cavour, Garibaldi e Verdi, vennero a omaggiare lo scrittore, che era divenuto, appunto, una gloria nazionale, ma che nella sua riservatezza, oltre che per le sue  malattie nervose, preferiva conservare la propria dimensione privata.

Tra i numerosi ammiratori c’era anche uno scrittore molto più giovane di lui, Giuseppe Rovani, autore di un importante romanzo come Cento anni, che gli aveva dedicato un saggio, uscito l’anno stesso della morte del maestro: La mente di Alessandro Manzoni. Rovani, che era nato a Milano nel 1818, visse solo fino al 1874 e in quell’appassionato libro scriveva per esempio che Manzoni era stato «il primo che abbia voluto e saputo in un’opera d’arte dare importanza vera all’elemento popolare» e sottolineava anche il valore, non adeguatamente considerato, di un’opera come il saggio storico Storia della colonna infame. Un tratto del carattere del Manzoni ci viene anche da un suo commento, riportato da una conversazione, e apparso postumo, alla morte dello stesso Rovani, un commento che diceva: «Il signor Rovani ha ben compreso quel ch’io ho tentato di fare; quantunque m’abbia un po’ adulato». E a queste ultime parole, chi raccontava di averle sentite dalla sua voce, diceva che erano accompagnate da un risolino... Un tratto antiretorico tipico del nostro.

Dopo i Navigli niente

Dovremmo intanto aver meglio presente quella che era la fisionomia della città in quegli ultimi anni di vita dell’autore degli Inni sacri e dei Promessi Sposi. Una città ben più piccola, che in sostanza finiva dov’era la cerchia interna dei Navigli. Una realtà urbana, dunque, in cui la vita quotidiana non poteva che essere ben più semplice e affabile e dunque molto adatta allo spirito di Manzoni. Un altro mondo, e per noi quasi inimmaginabile nella realtà dei suoi dettagli quotidiani.

Dunque, piazza Belgioioso, dove attorno era il quartiere Nosiggia o Nosigia, dominato da una famiglia Medici e dov’è, dal 2021, la prima statua dedicata dalla città a una donna, Cristina Trivulzio di Belgiojoso, eroina del Risorgimento, che partecipò alle insurrezioni del 1848 e 1849 di Milano e di Roma. Autore ne è Giuseppe Bergomi, naturalmente non l’ex giocatore dell’Inter, ma lo scultore bresciano nato nel 1953. Cristina, notevole personaggio storico, fu appunto patriota e scrittrice, editrice di giornali rivoluzionari e animatrice di salotti culturali con figure di primissimo risalto. Ma Manzoni non ne era, a quanto pare, un ammiratore, considerandola soprattutto figura mondana. Sembra che le abbia negato anche la possibilità di dare l’ultimo saluto al capezzale di sua madre Giulia Beccaria, di cui pure Cristina era amica. Morì nel 1871, a 63 anni. Ne osservo attento l’immagine scultorea, l’ampio panneggio, le carte nelle mani, ricordando ciò che ne ha detto Bergomi: «Ho cercato di valorizzare la bellezza dell’intelligenza, la sua audacia, la sua modernità».

Povero Enrico

Un figlio di Manzoni, Enrico (1819-1881), intanto, con le sue manie di grandezza, aveva procurato considerevoli problemi allo scrittore, che si trovava a pagarne con difficoltà i debiti. In quegli anni lo si vedeva aggirarsi per la città abbigliato come un bizzarro gentiluomo; la rovina economica l’aveva costretto a fare il commesso alla Biblioteca Nazionale Braidense. Abitava in piazza Fontana ma poi, essendo di malferma salute, non fu più in grado di andare normalmente al lavoro e alla fine fu trasferito alla Biblioteca Nazionale di Roma, dove morì affetto da demenza, essendo sopravvissuto al padre otto anni.

Alessandro Manzoni (seduto) fotografato un anno prima della morte insieme al figlio Pietro Luigi
e alla sua famiglia. alamy / ipa 

Fa sempre una certa impressione quella foto d’epoca in cui si vede il vecchio scrittore, quanto mai serio e accigliato, circondato da sei personaggi della famiglia di un altro figlio, Pietro Luigi. Ma è un po’ quella la fisionomia anche interiore del nostro, che otteneva riconoscimenti e onori in continuazione, ma che voleva esserne distratto e, come scriveva Pietro Citati nel suo bel libro a lui dedicato, desiderava non essere sottratto alla propria quiete, preferendo sentirsi «come tutti gli altri, perduto tra l’immensa moltitudine di uomini che passa sulla terra senza lasciar traccia» e «talvolta si difendeva col silenzio, talvolta nascondendosi dietro le sue vere o immaginarie malattie nervose».

Nelle raffigurazioni che ce ne arrivano, per esempio nel ritratto di Francesco Hayez (in copertina su questo numero, ndr) vediamo la figura di un anziano signore distinto, dal volto magro, dall’espressione di una sobrietà davvero austera. E ce lo possiamo immaginare alla scrivania del suo studio biblioteca o accanto al caminetto. Poi ci fu quella caduta in quel giorno dell’Epifania e allora il nostro pensiero non può non andare alla sua camera con il piccolo letto di ferro, lo stesso dove la sua vita avrebbe avuto fine dopo mesi di intorpidimento. L’ultimo stato di crisi durò vari giorni, durante i quali ebbe pochissimi momenti di parziale, breve ripresa. La morte del figlio Pietro Luigi, il 28 aprile, ne peggiorò la condizione. Fino al decesso, alle sei e quindici, la sera di quel 22 maggio.

La notizia della morte di Manzoni sul quotidiano milanese Il secolo 

Due giorni dopo, su Il Secolo, un quotidiano fondato a Milano nel 1866 e attivo con successo fino al 1927, compariva un articolo che ne dava notizia, con al centro una immagine dell’anziano scrittore dall’espressione quanto mai severa se non fosca. Veniva ricordata in quel pezzo, tra l’altro, l’ammirazione che di lui aveva Vincenzo Monti, poeta ben più anziano; inoltre vi si diceva dei versi in latino degli ultimi tempi nei quali il poeta faceva parlare gli uccelli della grande gabbia del Giardino Pubblico milanese, che invidiavano le anatre per la libertà che loro era stata tolta. Il genero Giovanni Battista Giorgini, marito della figlia Vittoria, che fu deputato e senatore, aveva risposto sempre in versi latini a nome delle anitre, evidenziando invece i pericoli della piena libertà... Giorgini, tra l’altro, aveva fatto parte di una commissione voluta dal ministro della Pubblica Istruzione, e di cui era presidente Manzoni, per la diffusione della lingua italiana unitaria, che realizzò il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze.

Il 29 maggio ebbero luogo i funerali solenni in Duomo, alla presenza del futuro re Umberto I, del ministro degli Esteri Emilio Visconti Venosta e di varie altre autorità. Ma la scomparsa di Manzoni ebbe un’eco davvero eccezionale, anche popolare. E dopo un secolo e mezzo non possiamo che tornare alle parole di Rovani, che lo definiva, giustamente, l’esemplare autore di «un capolavoro in ciascun genere».

Sul Venerdì del 5 maggio 2023