Afghanistan. Nelle miniere di carbone, tra i bambini che estraggono l'oro nero
di Francesca BorriSARA-I-SUF (Afghanistan). Si intravede della stoffa, poi un gomito. Poi una spalla: e si muove. Sotto, Ali Joumah respira ancora. Ma nessuno si scompone. Un crollo, qui, non è niente di speciale. Quando riaffiora, ha la torcia ancora in testa, e mi fissa scosso. È arrivato da meno di una settimana, da solo. Ma non andrà via. "Mezz'ora e ricomincio", dice. Ha 12 anni.
Dara-i-Suf è l'area delle miniere di carbone dell'Afghanistan, ed è un altro mondo. In teoria, non è lontana da Kabul: sono circa 250 chilometri. Ma si va a Nord e poi si torna a Sud, perché in Afghanistan gli americani hanno speso 2,3 trilioni di dollari (secondo i calcoli del Costs of War Project della Brown University) ma è tutto ancora sterrato e spesso è fango e basta. E da Kabul sono diciannove ore d'auto. Non c'è nessuno. La strada si incunea chiara di gola in gola, tra rocce a strapiombo e torrenti, come un…
SARA-I-SUF (Afghanistan). Si intravede della stoffa, poi un gomito. Poi una spalla: e si muove. Sotto, Ali Joumah respira ancora. Ma nessuno si scompone. Un crollo, qui, non è niente di speciale. Quando riaffiora, ha la torcia ancora in testa, e mi fissa scosso. È arrivato da meno di una settimana, da solo. Ma non andrà via. "Mezz'ora e ricomincio", dice. Ha 12 anni.
Dara-i-Suf è l'area delle miniere di carbone dell'Afghanistan, ed è un altro mondo. In teoria, non è lontana da Kabul: sono circa 250 chilometri. Ma si va a Nord e poi si torna a Sud, perché in Afghanistan gli americani hanno speso 2,3 trilioni di dollari (secondo i calcoli del Costs of War Project della Brown University) ma è tutto ancora sterrato e spesso è fango e basta. E da Kabul sono diciannove ore d'auto. Non c'è nessuno. La strada si incunea chiara di gola in gola, tra rocce a strapiombo e torrenti, come un'incisione d'argento. Nel silenzio, solo il volo dei falchi. Sembra una fotografia di Salgado. E invece, è una pagina di Dickens. La provincia di Samangan ha 438 mila abitanti sparsi in 674 comunità, senza acqua, né elettricità, né telefono. Solo carbone, pala e piccone. E l'unica novità, ora, non sono i talebani ma le sanzioni occidentali: con cui gli afghani sono precipitati dalla povertà alla fame. Ora tra i minatori non trovi più solo i bambini: trovi i laureati.
Prima mangiare, poi le tabelline
Fuori da Kabul, la vita è sostanzialmente identica a prima. Alauddin Nadiri ha 41 anni, anche se è tutto così duro qui che diresti 61, ed è il community leader. Che, come si intuisce, è un'idea occidentale: eletto da tutti, e tutte, è l'interlocutore delle Organizzazioni non governative. Solo che a Dara-i-Suf non si è mai vista nessuna Ong. "Questa crociata per i diritti delle afghane non ha senso. Nessuno dei decreti dei talebani è rilevante, qui. Non esistono parchi, palestre, uffici da cui escluderle, viaggi in cui imporre un guardiano maschio. Né scuole da vietare. Ma per questo, avete affamato tutti. Per riaprire scuole che non abbiamo", dice. "Il primo dei diritti è il diritto a restare vivi".
"Domanda a chiunque. In Afghanistan la priorità sono le strade", dice suo fratello. Che ha studiato Farmacia ma è senza lavoro quanto il terzo fratello, che a stento leggere. E allora, perché laurearsi?, dice. "Senza strade non c'è economia e senza economia, di quale sviluppo si parla? Del nostro, o di quello della Germania in cui finirò per emigrare?". Anche perché senza strade, a scuola come arrivi? I bambini qui svengono dalla fame, dice: e pretendi che imparino le tabelline?
Investimenti, non elemosina
La frazione in cui mi trovo, e che poi è una via con un po' di case intorno, tutto di fango, sia le case sia la via, ha un migliaio di abitanti. E rapidi, si radunano tutti in moschea: non hanno mai incontrato un giornalista. Non sono mai stati ascoltati.
Mi stanno davanti con il caschetto giallo da minatori con il logo di un'agenzia dell'Onu, un caschetto di plastica tipo quelli giocattolo: non hanno altra attrezzatura. Quelli che non hanno il caschetto giallo, non solo non hanno quello: non hanno una gamba, una mano, un piede. Un orecchio. Sono quelli invalidi a vita dopo un incidente. Hayatullah Rahimi ha 25 anni, è entrato in miniera a sei, e ha perso la gamba a sedici; da allora, non ha avuto alcun sostegno né alcuna cura. La sua gamba sta lì, inerte. Non zoppica, perché non ha avuto neppure delle stampelle: si trascina. E ha perso anche un braccio perché il gomito si è rinsaldato storto. "Ma in fondo, anche i morti, che sono due o tre a settimana: muoiono e basta. Non vengono manco contati", dice. "Se sei afghano, non sei neppure un numero". Gli unici morti che siano mai stati contati, qui, sono i caduti della Nato.
Quelli a fianco agli invalidi sono i food for work. Uno schema tipico delle agenzie dell'Onu quando non vogliono rafforzare i regimi al potere: per cui sei occupato in una sorta di lavori socialmente utili, ma sei pagato in farina, riso, olio. Cose così. "Come fossimo bestie. Senza altra esigenza che una ciotola di cibo", dice Ahmad Ari, 31 anni, addetto al livellamento del fango, l'equivalente locale dell'asfaltatore di strade. "Ma poi: sanzioni e allo stesso tempo aiuti: che strategia è?" chiede. Perché in realtà, in Afghanistan, entrano quaranta milioni di dollari la settimana, e per il 2023, l'Onu ha chiesto 4,6 miliardi di dollari. La cifra più alta mai chiesta per un Paese. "Vogliamo investimenti. Non elemosina. Vogliamo imprese, non Ong. Altrimenti tra dieci anni saremo ancora qui, uguali a oggi".
Roosevelt ti dice niente?
"Parlate tanto del burqa" dice Ahmad. "Ma la libertà, è anche la libertà dal bisogno". "Roosevelt. Ti dice niente?", interviene quello alla sua destra. La libertà dal bisogno fu uno dei pilastri del New Deal. Lui si chiama Farhad Balkhi, ha 28 anni e un master in Diritto internazionale, e non è il solo: tra i minatori che ho davanti, 56 hanno una laurea. E avevano tutti un altro lavoro, prima: prima delle sanzioni, non dei talebani. Uno era un ingegnere, un altro veterinario, uno era un chirurgo, ma il suo reparto ha chiuso. Perché gli Stati Uniti hanno bloccato le riserve della Banca Centrale lasciando il governo al verde. E bloccando il sistema bancario. Perché non arrivi denaro dall'estero. "Ad Ashraf, Ghani e i suoi ministri, invece no: non avete confiscato un centesimo", dice riferendosi all'ultimo presidente che alla caduta di Kabul è fuggito insieme a 884 milioni di dollari. "Ma la cosa più amara, è che sono sanzioni che non avranno mai effetto. Perché non sono legate a richieste specifiche. Se anche le scuole riaprissero, gli americani direbbero: prima le elezioni; prima una Costituzione. E quindi, perché i talebani dovrebbero farsi condizionare?".
"Adottare sanzioni è più facile che bombardare. Ma le sanzioni sono un'arma. E un'arma vietata dalle Convenzioni di Ginevra perché mirano intenzionalmente ai civili", dice ancora Farhad. "La verità è che la guerra, qui, non è mai finita. Non siete mai andati via".
Combattere per una barba
Per molti giuristi, le sanzioni sono come il nucleare perché, come le sue radiazioni, hanno un impatto di lungo periodo sulle future generazioni. E infatti Laila Naim, 34 anni, o forse 36, non sa, perché qui non c'è l'anagrafe, è con il figlio di otto anni, alto quanto un bambino di tre. Intorno, altre madri, sorelle, zie, tutte con bambini magri e malconci. E tutte artigiane che prima lavoravano. Lavoravano da casa, sarte, ceramiste, intagliatrici, e ora, con la crisi, non più. "Ma anche i talebani dovrebbero pensare a questioni più urgenti. Hanno combattuto vent'anni per andare in giro a controllare la lunghezza delle barbe?". In un minuto, è un lazzaretto di malati di ogni tipo, mi infilano in tasca carte di identità, lastre, ricette, boccette di sciroppo. Non c'è un ospedale: gli stranieri, qui, sono l'unica speranza di cura.
Oltre al food for work, non c'è che un cash for work dell'Undp, l'agenzia dell'Onu per lo sviluppo. Gli operai non qualificati, unskilled, sono pagati 400 afghani al giorno, l'equivalente di quattro dollari, e gli skilled 700, per costruire un muretto di 120 metri lungo un torrente, ed evitare che con la pioggia l'acqua dilaghi e la strada, che già non è una strada, scompaia. Un torrente solo, una strada sola. Anzi, un tratto di 120 metri di una strada sola: la strada sparirà comunque. Giusto 120 metri dopo. Ma così, l'Afghanistan via via si emancipa dagli aiuti internazionali, che coprivano il 75 per cento del bilancio, mi spiega il progettista, e gli operai non solo hanno un salario, ma imparano un mestiere. Gli skilled rompono le pietre a martellate. Gli unskilled riempiono le carriole. Sono 37, con un contratto di dieci giorni.
La scuola c'è, i libri no
Tutto il resto è carbone. Anche molte di quelle che sembrano colline: sono cumuli di carbone. Le miniere, qui, sono oltre ottomila. Perché in realtà sono miniere minime: cunicoli senza alcuna puntellatura, scavati in punta di scalpello. E friabili come argilla. A Dara-i-Suf ogni sentiero conduce al carbone. Ogni sentiero va sottoterra: è un vicolo cieco, guardi dritto, e alla fine, non c'è che un buco nero - perché è una fatica di Sisifo, in fondo: scendi e risali e ancora scendi, senza altra prospettiva, scendere e risalire, in caschetto giallo e sandali, a quaranta gradi sopra lo zero come a venti sotto. Per pochi dollari al giorno. Ogni giorno. Per anni. Abitando qui. In ripari di fango, fango e paglia, e vecchie bandiere sovietiche a difesa dal vento. L'asino da soma nel riparo accanto. Intuisci che c'è un minatore, dentro, invece che un asino, dalla tosse. Perché il carbone è ovunque, qui: anche nei polmoni. Il primo bambino che incrocio sta smontando dal suo asino dopo quasi 24 ore. Gli domando se ogni turno sia così lungo, e mi dice: un turno? Cos'è?
Non incontri altro, per strada, solo minatori. Minatori, e bambini di ritorno da scuola: perché la scuola, in realtà, c'è. Bambini a destra, bambine a sinistra. E non è poi così raro. Tra i decreti dei talebani, quello sulle scuole è il più contestato, e spesso, dai talebani stessi. Tanto che molti pensano che sia tattica, più che ideologia: che più che il dettato dell'ala più estremista, sia un mezzo di pressione contro le sanzioni. In fondo persino Suhail Shaheen, il portavoce dell'Emirato, ha due figlie al liceo a Doha. E così, molte scuole sono aperte comunque. Si fa e non si dice. Anche se scuola, qui, è dire molto: è un'aula sola. Cosa altro vorreste?, chiedo ai bambini. Un campetto da calcio? Dei giochi? Libri, dicono: hanno la scuola, ma non hanno i libri.
Datemi un solo albero
Travolta dall'Ucraina, la comunità internazionale non ha ancora deciso come misurarsi con i talebani. Che definisce solo "autorità di fatto". Ma di fatto, fuori da Kabul l'autorità è sempre la stessa. Perché più che un Paese di cittadini, l'Afghanistan è un Paese di famiglie: e alleanze tra famiglie. All'appuntamento con il governatore non siamo in due, ma in nove: gli altri sette sono i mashran, gli anziani. Che continuano a risolvere i mille minimi problemi quotidiani come prima. Non si va quasi mai in tribunale, e comunque, va da sé, anche la sharia è quella di prima. Come anche il governatore, in un certo senso. Era già la figura di riferimento: è stato confermato dai talebani. Ed è un hazara, la minoranza sciita. Si chiama Sayed Zahir, e ha un punto fermo: un Paese di soli uomini non funzionerà mai. "Ma se sei povero, non hai voce. Non hai tempo e forza per avere voce", dice. Per questo l'Onu e le Ong sarebbero importanti. "E invece, ogni tanto compaiono con un progetto pronto. Dici che la priorità è l'acqua potabile, ti rispondono che i fondi sono per insegnare alle vedove a confezionare marmellata biologica".
Degli aiuti americani, due terzi sono finiti in profitti per imprese americane. "Che senso ha che l'Onu mi dia questa?", mi dice passandomi una mela. "Mi dia un albero. Non chiedo tanto. Andate piantando alberi ovunque, con questa storia del cambiamento climatico. Posso averne uno? E non avrò più bisogno di niente. Un albero. Un albero solo".
Sul Venerdì del 5 maggio 2023