Gli psicoanalisti conoscono bene un testo del 1932 che s'intitola Confusione delle lingue tra adulti e bambini. Lo ha scritto Sándor Ferenczi, psicoanalista ungherese, allievo ribelle di Freud, tra i primi a studiarela realtà del trauma infantile. Le lingue sono quelle della tenerezza e della passione, la confusione traumatica tra il bisogno d'amore di una bambina, un bambino, e la seduzione erotica da parte di un adulto. Dalva ha dodici anni, si veste come una donna e tale si sente, almeno così ripete agli assistenti sociali della casa famiglia che l'accoglie dopo l'arresto del padre che ha sempre abusato di lei. È L'amore secondo Dalva, da ieri nelle sale, la storia terribile di un sequestro fisico e mentale, che Emmanuelle Nicot trasforma in un film indimenticabile e catartico. Mai un dettaglio inutile né una morbosità del dolore. Sempre dalla parte di Dalva, sempre dentro il suo sguardo. Ciò che impariamo da questo film è che l'abuso incestuoso è un atto di mistificazione semidelirante, l'esercizio di potere su un minore indifeso, fiducioso e dipendente. In nome di un "amore" protetto, dall'interno e dall'esterno, per mezzo di negazioni ("non dire a nessuno cosa stiamo facendo", "è il nostro segreto")
e razionalizzazioni ("il nostro è un amore unico e speciale").
Chi conosce le dinamiche dell'abuso sa che la possibilità di raccontarlo, d'infrangere il vincolo patologico, è un passaggio fondamentale dell'elaborazione di un'esperienza di per sé inelaborabile. La forza del film è la forza di Dalva, come riesce a uscire - con diffidenza, ostilità, disperazione e infine fiducia - dalla bolla bugiarda dentro cui ha vissuto, convinta di essere la più amata. È bello vederla crescere al contrario, cioè ritornare bambina. Intravvedere, in un pomeriggio di gioco con le altre ragazze della comunità, l'infanzia che non ha avuto.