Un giorno alle poste
di Claudia de LilloUfficio postale Milano 76: il collezionista attende il suo turno (Carlo Ramerino)
MILANO. Lo chiamano il collezionista. Aspetta il suo turno, seduto con un bigliettino in mano. «Devo controllare il tabellone: ho il numero P105». Tiene stretto a tracolla un borsello da cui estrae alcune buste che deve spedire. Perché il collezionista sta smantellando la sua collezione, pezzetto dopo pezzetto, invio dopo invio.
«Ho cominciato negli anni 70, per una scommessa con un amico, a raccogliere immaginette sacre. Sono arrivato a 60-70.000, alcune risalgono al 1700. Avevo pezzi unici, fatti a mano dalle suore di clausura». Sul tabellone scatta P103 e lui ha un sussulto. E adesso? «Adesso ho 82 anni, sono malato. Mia moglie non si intende di santini, mio figlio vive lontano e non ne vuole sapere». Così vende online il suo tesoro. E lo spedisce a rate da qui, ufficio postale Milano 76, nel quartiere Comasina, creato negli anni 50 dallo Iacp, Istituto Autonomo Case Popolari, per accogliere immigrati dal Sud e famiglie in difficoltà, assurto agli onori della cronaca negli anni 70…
MILANO. Lo chiamano il collezionista. Aspetta il suo turno, seduto con un bigliettino in mano. «Devo controllare il tabellone: ho il numero P105». Tiene stretto a tracolla un borsello da cui estrae alcune buste che deve spedire. Perché il collezionista sta smantellando la sua collezione, pezzetto dopo pezzetto, invio dopo invio.
«Ho cominciato negli anni 70, per una scommessa con un amico, a raccogliere immaginette sacre. Sono arrivato a 60-70.000, alcune risalgono al 1700. Avevo pezzi unici, fatti a mano dalle suore di clausura». Sul tabellone scatta P103 e lui ha un sussulto. E adesso? «Adesso ho 82 anni, sono malato. Mia moglie non si intende di santini, mio figlio vive lontano e non ne vuole sapere». Così vende online il suo tesoro. E lo spedisce a rate da qui, ufficio postale Milano 76, nel quartiere Comasina, creato negli anni 50 dallo Iacp, Istituto Autonomo Case Popolari, per accogliere immigrati dal Sud e famiglie in difficoltà, assurto agli onori della cronaca negli anni 70 per l’omonima banda criminale di Renato Vallanzasca, e oggi quartiere multietnico di una periferia nel verde.
«Mi piange il cuore ogni volta che mi separo da un santino. Ma cosa devo fare?». P105. Il collezionista scatta sull’attenti e va allo sportello di Rosa, che viene da Messina ma lavora alle Poste del Nord da 35 anni. «Buongiorno Rosetta. Ho portato le caramelline!» annuncia lui, l’aria maliziosa, un sacchettino in mano. Interviene Serena che lavora allo sportello accanto: «Sono quelle buone che piacciono a me?».
Antonino è in pensione, abita in zona. È di passaggio ma si muove con la disinvoltura del padrone di casa. Passando davanti alla macchinetta, aiuta un monaco buddista, che parla solo tibetano, a ritirare il numerino. Saluta con ossequio il direttore dell’ufficio, Umberto Frosi, che definisce «un signore elegante e molto educato». Antonino racconta dei suoi natali a Marsiglia («Vuoi vedere la mia carta d’identità?»), di una carriera nel cinema, di un presente da pensionato che mal si accorda con un presunto, glorioso passato. «Sono abituato ad ambienti più fini e puliti della Comasina. Penso a Cortina…». Antonino abbraccia con uno sguardo sconsolato l’angusto panorama postale. «Mi assento un momento. Vado a casa, prendo alcune cose e torno». Il suo congedo ha il sapore di una minaccia.
Remo, impiegato dietro al vetro insieme a Rosa e Serena, è interista e non lo nasconde. Come le colleghe è di origini siciliane. Lavora alle poste da 20 anni. Prima nelle consegne tra Milano e Bergamo, poi in ufficio, impegnato, oltre che nelle pratiche per i clienti, in un’accoglienza militante. «Sono vissuto in un quartiere di frontiera. Ho imparato ad avere a che fare con persone di tutti i tipi».
Allo sportello un signore muto spiega a Remo il suo problema in una lingua senza voce, fatta di gesti e di facce, che entrambi padroneggiano. Parlano di reddito di cittadinanza, di vaglia, dell’urgenza di aprire un conto corrente. Ma il signore non ha l’appuntamento. Remo sospira, va dal direttore, confabulano. «Torna tra un’ora e il direttore risolve». Il signore manda un bacio a Remo attraverso il vetro. «Ma non sono gay», precisa con il labiale. L’altro, uomo di mondo, gli sorride.
Spalle larghe
Gli uffici postali in Italia sono 12.800, piccoli, grandi, in luoghi impervi e isolati, al centro delle città. Una rete capillare e identitaria, buchi neri, presidi di civiltà e di aggregazione, polverosi luoghi di assistenza, fornitori di disparati servizi, stati dell’anima, microcosmi pulsanti, contenitori di umanità.
Da lontano arriva il suono delle campane della chiesa, interrotto da un allarme: qualcuno per sbaglio è uscito dalla porta antipanico. Nessuno si scompone, tantomeno Frosi che ha spalle larghe, pacatezza zen, e l’aura autorevole del capo («È arrivato il direttore!» esclamano pomposi al bar accanto, quando lui ordina il caffè). «Sono entrato in azienda nel 1984 con un concorso per periti elettronici. Allora c’erano i telex», racconta.
Alla fine degli anni 90 i tecnici erano diventati troppi per le nuove esigenze delle Poste, lui ha fatto un altro concorso ed è diventato direttore. «Non sapevo la differenza tra raccomandata e vaglia. Ma ho imparato». Un ricordo? «Ero all’inizio della carriera in ufficio. Una ragazza straniera non aveva i soldi per pagare. Non la conoscevo, glieli ho anticipati. Qualche giorno dopo è venuta a restituirmeli e ha lasciato un biglietto: “Non era tenuto a farmi un prestito, ma per me è stato importante che lo abbia fatto”. Quel messaggio è ancora in un cassetto, tra le cose belle».
Il mondo in una stanza
Faiza indossa un burqa che le scopre solo gli occhi. Ha fatto la spesa e dai sacchetti spuntano due pesci. Si siede. Ha quattro figli, due nati qui, due in Egitto, un marito «bravissimo». È in Italia da dieci anni. «Vengo in questo ufficio perché sono gentili. Altrove mi trattano male e mi chiedono di togliermi il velo. Ma io sono libera. E onesta». A104. Si alza e mi affida la spesa. Un cane abbaia.
Samantha indossa un completo a scacchi, ama la moda e viene da Pechino. Ha venticinque anni e insegna cinese. «La burocrazia in Italia è lenta», si lamenta. Come sono le Poste in Cina? «Non esistono. Facciamo tutto con il cellulare».
C’è un problema. Un buono fruttifero è finito nella lavatrice. «E anche nell’asciugatrice» precisa il titolare. Serena osserva il martoriato rettangolo di carta. «Abbiamo avuto delle perdite in casa» aggiunge lui, in un crescendo di giustificazioni, alla John Belushi nei Blues Brothers. La macchina non riconosce il buono. Ma prima che vengano tirate in ballo le gomme a terra, il crollo della casa, il terremoto e le cavallette, il direttore trova una soluzione. Perché c’è sempre una soluzione.
Eva, atterrata alla Comasina dalla Svezia per amore alcuni decenni fa, gioca con la nipotina, bionda come lei. E si lamenta. «Se qualcuno ha un problema qui non lo lasciano andare finché non lo risolvono». Sembrerebbe un bene. «No, perché così la fila si allunga e anche l’attesa».
Ma ci pensa Antonino che è tornato carico di meraviglie. Lui, attore, autista, factotum, che restaura le vecchie cassette postali e ne fa mobili nuovi, posa sulle sedie due grandi cornici che contengono le fotografie di una vita. Lui e il Papa, lui bambino, lui in divisa, il cane, i nipotini. Antonino e la sua mostra, per ingannare l’attesa dei clienti. «Ho la faccia da delinquente ma sono una brava persona. Vuoi il mio numero di cellulare?». Eva ne approfitta e fa un giro nel mondo di Antonino. «Ci vuole pazienza». Serena scuote la testa. Ha una laurea in Conservazione dei beni culturali, a Palermo, e un nonno portalettere a cui voleva bene. Ha vinto lui e lei ha fatto il concorso alle Poste. «Questo lavoro mi piace. Il nonno sarebbe orgoglioso». La Sicilia le manca? «Qui non è così diverso: vengono tutti da giù».
E Zigo Zago dov’è?
«Ciao fanciullo!». Una signora saluta Remo. «Ciao carissima». «Qualcuno vuole dei confetti?». È nata una bambina. Una zia ha portato la bomboniera. «Sogno di incontrare un’anziana miliardaria disposta a sposarmi» dice Remo. Accanto, il direttore spiega al telefono perché i tassi di interesse salgono. La vita, vista da qui, sembra un libro illustrato di Richard Scarry, manca solo il verme Zigo Zago.
In fondo c’è un ufficio nell’ufficio, dedicato a prestiti e investimenti. Da dietro la parete di compensato si sente una conversazione: «Pensiamo che i nostri genitori siano eterni. E invece…», «La mamma aveva quasi cent’anni ma fa male lo stesso». Lì lavora Francesco, il consulente. Calabrese, a Milano da 11 anni. «Faccio lo psicologo, il sacerdote, il confidente». Più dei numeri, dice, nel lavoro bisogna metterci la trasparenza. «Con il tempo, la qualità delle relazioni porta anche i numeri».
Antonino sta smontando l’esposizione delle sue memorabilia. «Era ora che veniste qui a vedere!». È un rimprovero. «Lo dicevo da tempo che, prima o poi, qualcuno, questo ufficio postale, doveva raccontarlo». La sua voce si perde, dietro la porta automatica. Fuori comincia a piovere.
Sul Venerdì del 14 luglio 2023