Mara Cagol: riaperte le indagini sulla sparatoria in cui morì
di Maurizio Crosetti5 giugno 1975, il corpo di Margherita “Mara” Cagol, moglie di Renato Curcio (Ansa)
È una cascina nel cuore del Monferrato dov’è cambiata la storia d’Italia. In quel luogo, il 5 giugno 1975 venne liberato Vittorio Vallarino Gancia, “il re dello spumante” che le Brigate Rosse avevano rapito il giorno prima, chiedendo un riscatto di un miliardo di lire per finanziare la lotta armata.
Nella sparatoria morirono Margherita “Mara” Cagol, trent’anni, moglie di Renato Curcio, che delle Br fu uno dei fondatori ,e l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, 44 anni e tre figli piccoli.
Dopo quasi mezzo secolo, ancora non esistono certezze sulla dinamica dell’accaduto e sulle reali responsabilità. Chi sparò, e a chi? Quanti terroristi c’erano davvero nel covo di Cascina Spiotta? Chi è il brigatista fuggito, rimasto sconosciuto e impunito per tutto questo tempo?
Il figlio del carabiniere ucciso si chiama Bruno D’Alfonso. Quel giorno aveva dieci anni. Seppe della morte del padre guardando il telegiornale, poi crebbe, diventò anche lui carabiniere, «lo dovevo a mia madre, avev…
È una cascina nel cuore del Monferrato dov’è cambiata la storia d’Italia. In quel luogo, il 5 giugno 1975 venne liberato Vittorio Vallarino Gancia, “il re dello spumante” che le Brigate Rosse avevano rapito il giorno prima, chiedendo un riscatto di un miliardo di lire per finanziare la lotta armata.
Nella sparatoria morirono Margherita “Mara” Cagol, trent’anni, moglie di Renato Curcio, che delle Br fu uno dei fondatori ,e l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, 44 anni e tre figli piccoli.
Dopo quasi mezzo secolo, ancora non esistono certezze sulla dinamica dell’accaduto e sulle reali responsabilità. Chi sparò, e a chi? Quanti terroristi c’erano davvero nel covo di Cascina Spiotta? Chi è il brigatista fuggito, rimasto sconosciuto e impunito per tutto questo tempo?
Il figlio del carabiniere ucciso si chiama Bruno D’Alfonso. Quel giorno aveva dieci anni. Seppe della morte del padre guardando il telegiornale, poi crebbe, diventò anche lui carabiniere, «lo dovevo a mia madre, aveva bisogno che in casa rimanesse una divisa per onorare il sacrificio di papà», e non ha mai smesso di interrogarsi. «Mi ricordo tutto e non ho mai saputo niente».
INDAGINI INFORMALI
Qualche anno fa D’Alfonso conosce i giornalisti Simona Folegnani e Berardo Lupacchini, autori di Brigate Rosse. L’invisibile (Falsopiano), libro d’inchiesta sui fatti della Spiotta, la casa colonica in pietra in mezzo alle vigne.
Si incontrarono, crearono una specie di pool conducendo indagini informali ma dettagliatissime, alla fine delle quali sono accadute due cose: la presentazione di un’istanza alla Procura di Torino per la riapertura del caso, cioè per un nuovo processo dopo quello di quattro decenni fa, dopo il quale pagò soltanto un basista che in quella cascina neppure c’era; e l’uscita, lo scorso 15 dicembre, di un altro volume, Radiografia di un mistero irrisolto (Bibliotheka Edizioni), che ripercorre l’intera vicenda con l’esposizione di nuovi elementi.
Quel giorno del 1975 la storia del nostro Paese cambiò perché, con la morte di Mara Cagol e l’arresto di Curcio, meno di un anno più tardi, il comando delle Br passò a Mario Moretti e all’ala stragista.
Iniziò così la lunga stagione di morte, culminata nell’eccidio di via Fani, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro per mano dello stesso Moretti. Alla Spiotta, insomma, prese il via la nuova era delle Brigate Rosse, ma ciò che accadde davvero alla cascina non si è mai scoperto. Nei libri dei due cronisti, costati anni di lavoro, si scoprono molti particolari in parte inediti.
Per prima cosa, il ruolo del Sid e dei servizi segreti nella liberazione di Gancia, morto novantenne nel 2022.
Nel commando brigatista era infiltrata una spia, Leonio Bozzato, la cosiddetta “fonte Frillo”, che porterà alla cattura di Curcio. Inoltre, alla Spiotta c’erano ben più dei quattro carabinieri coinvolti ufficialmente nello scontro a fuoco, e cioè il tenente Umberto Rocca, il maresciallo Rosario Cattafi, gli appuntati Giovanni D’Alfonso e Pietro Barberis. Rocca venne colpito da una bomba a mano e perse un occhio e un braccio. D’Alfonso, ferito alla testa e a un polmone, morirà dopo una settimana di agonia.
Ma, soprattutto, dalle carte e dalle testimonianze risulta più che un’ipotesi che alla Spiotta ci fosse proprio Mario Moretti, fuggito mentre Mara Cagol veniva uccisa, forse giustiziata dopo che, ferita, si era arresa. Un altro punto oscuro di quella terribile mattinata. «Papà era il mio super eroe, e la sua morte mi ha segnato per sempre».
Bruno D’Alfonso si è congedato dai carabinieri con il grado di luogotenente, e oggi collabora con la redazione di Pescara del Messaggero. «È una storia torbida, piena di anomalie, reticenze e bugie. Stavolta, però, ho fiducia che il nuovo processo spieghi come andarono veramente le cose. Troppe versioni contrastanti, troppi silenzi. Per lo Stato, e anche per le Br, mio padre fu una specie di incidente sul lavoro. Ma chi era l’uomo in più nella pattuglia? Perché gli agenti del Sid si recarono alla Spiotta a colpo sicuro? Come mai tenevano d’occhio quella cascina da settimane? Chi ha davvero ucciso mio padre? Perché, insieme ai suoi effetti personali, ci vennero consegnati due bossoli calibro 7,65? E perché il brigatista fuggiasco non è mai stato catturato? Ho scoperto che Mario Moretti, che con 6 ergastoli da scontare rientra nel carcere di Opera soltanto la sera, è attivo sui social dove si fa chiamare Mario Rossi, usando la propria fotografia. Non vogliamo vendette, ma verità».
Disegni infantili
La riapertura del caso non si basa su illazioni, né soltanto su un doveroso bisogno di giustizia. Il lavoro dei due cronisti ha portato prove, cominciando dalle impronte digitali sulla relazione che il misterioso terrorista fuggiasco scrisse a macchina e inviò a Renato Curcio prima che quest’ultimo venisse arrestato, per spiegargli come fosse morta la moglie. Il documento fu rinvenuto nel covo milanese di via Maderno, dove i carabinieri del generale Dalla Chiesa presero Curcio.
Alcuni disegni per illustrare la dinamica della sparatoria, parecchio infantili, ricordano da vicino quelli che Moretti schizzò durante gli interrogatori in via Fani. C’è inoltre il forte sospetto che altri due noti brigatisti, Lauro Azzolini e Pierluigi Zuffada, fossero coinvolti in quell’oscura vicenda. Insomma, per la Procura torinese e per la Procura nazionale antiterrorismo, sussistono i “requisiti di novità”.
Sarà un’altra battaglia legale che coinvolge vecchi terroristi ottantenni, angoli bui dello Stato, e una famiglia che ha molto sofferto. Le risposte non sono dovute soltanto ai fratelli D’Alfonso ma, in qualche misura, a tutti gli italiani. «Ci siamo fatti idee molto chiare sulla dinamica degli avvenimenti accaduti alla Spiotta», racconta Simona Folegnani, coautrice del libro. «Siamo persuasi che la svolta stragista all’interno delle Brigate Rosse facesse comodo ai Servizi e a una parte della politica, dunque dello Stato.
Non si spiegano altrimenti le coperture, i depistaggi e le reticenze che si trascinano da decenni. Pensiamo che Cagol possa essere stata effettivamente giustiziata, perché si era già arresa e aveva le braccia alzate quando le spararono sotto l’ascella. E crediamo che la presenza di Mario Moretti alla Spiotta sia ben più di un’ipotesi, con un possibile, conseguente tacito accordo per l’oblio tra lo Stato e le Br».
Una casa per le vacanze
Oggi, alcuni importanti terroristi di allora sono ancora vivi, anche se lo stesso Curcio non ha mai mostrato l’intenzione di collaborare. Ripete che Mara Cagol venne uccisa dai carabinieri e tanto gli basta. Ma ai figli dell’appuntato D’Alfonso, al contrario, questo non può bastare. Nelle loro “indagini ombra”, Folegnani e Lupacchini hanno addirittura simulato la sparatoria che coinvolse diverse automobili alla Cascina Spiotta: «Alcune prove svolte in una carrozzeria, sparando contro vetture identiche, hanno dimostrato che i proiettili calibro 9 corto non passano attraverso i pannelli delle portiere. Non può essere andata come hanno sempre raccontato».
Dopo cinquant’anni, l’unico ad avere pagato è stato un terrorista allora ventiduenne, Massimo Maraschi, che il giorno prima del rapimento tamponò per errore la Fiat 500 di tale Cesarino Tardito con la sua 124 verde. Maraschi, che avrebbe dovuto essere il terzo carceriere di Gancia, cercò subito un accordo per evitare guai, ma Tardito chiese consiglio a uno zio e alla fine sporse denuncia.
Massimo Maraschi venne interrogato, cadde in contraddizione, fu arrestato e processato (in secondo grado sarà condannato a 24 anni), dichiarandosi prigioniero politico. Nel frattempo, i brigatisti decisero ugualmente di rapire Gancia. Troppe cose non hanno senso e non tornano, di quei fatti e di quei giorni.
Oggi la Cascina Spiotta è diventata una casa vacanze, e quel bambino di dieci anni è un uomo che aspetta risposte e giustizia.
Sul Venerdì del 19 gennaio