✕

Vignaioli e tartufai, la disfida delle Langhe

Vigneti sulle colline delle Langhe (Getty images) 
Da una parte i produttori di Nebbiolo e Barolo. Dall’altra i cercatori. I primi (anche e non tutti) vogliono allargarsi verso Nord. I secondi temono la monocoltura. Inchiesta
3 minuti di lettura

«Il paesaggio vitivinicolo delle Langhe, che è patrimonio Unesco, non l’ha disegnato nostro Signore ma i contadini che coltivano la terra e fanno vino. E noi di questo viviamo. I tartufai non fanno un cazzo, chiaro?», attacca Matteo Ascheri, presidente del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani. Risponde a distanza Antonio Degiacomi, presidente del Centro nazionale studi tartufo, con sede ad Alba: «Mi cascano le braccia perché sono tanti anni che cerchiamo un’interlocuzione con tutti i soggetti sul territorio, e non a caso con il Consorzio del Barolo non ci siamo mai riusciti».

Dolci declivi coperti da filari di viti, borghi medievali, il profumo pungente del tubero più pregiato al mondo che si confonde con quello del bicchiere del re dei …

«Il paesaggio vitivinicolo delle Langhe, che è patrimonio Unesco, non l’ha disegnato nostro Signore ma i contadini che coltivano la terra e fanno vino. E noi di questo viviamo. I tartufai non fanno un cazzo, chiaro?», attacca Matteo Ascheri, presidente del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani. Risponde a distanza Antonio Degiacomi, presidente del Centro nazionale studi tartufo, con sede ad Alba: «Mi cascano le braccia perché sono tanti anni che cerchiamo un’interlocuzione con tutti i soggetti sul territorio, e non a caso con il Consorzio del Barolo non ci siamo mai riusciti».

Dolci declivi coperti da filari di viti, borghi medievali, il profumo pungente del tubero più pregiato al mondo che si confonde con quello del bicchiere del re dei rossi italiani. Benché allo sguardo esterno e superficiale di chi trascorre nelle Langhe solo qualche giorno questo paesaggio sembri l’apice dell’armonia, tra viticoltori e cercatori di tartufo non è mai corso buon sangue. Ma a riaccendere lo scontro questa volta è una questione più complessa della semplice invasione di un terreno altrui o dell’eliminazione di bosco tradizionalmente ricco di tartufi. Uno scontro che, complice il cambiamento climatico, è sintomatico di due visioni contrastanti del territorio. E potrebbe non risolversi a bonèt e vino.

Colpa del clima

Attualmente il disciplinare per il Nebbiolo, da cui derivano Barolo e Barbaresco, prevede che i vigneti non possano essere esposti a Nord – versante più fresco e fino a oggi meno adatto alla maturazione dell’uva. Con l’aumento delle temperature causate dal riscaldamento climatico, tuttavia, il Nebbiolo sta cominciando a dare buoni risultati anche sul nuovo versante. Da qui l’ipotesi del Consorzio di modificare i disciplinari del Barolo e del Barbaresco eliminando il veto sul Nord. Una decisione che è stata sottoposta ai produttori con una raccolta firme.«Su questo punto il Consorzio non si esprime favorevolmente o meno. A decidere saranno i produttori, perché la questione è puramente agronomica. Dell’opinione dei trifulau o altri guru da scrivania, come quella del mio concittadino Carlo Petrini, non me ne può fregare di meno», commenta duramente Ascheri. Che precisa: «Aprire al versante Nord non porterà ad aumentare i volumi prodotti. La superficie vitata di Barolo e Barbaresco infatti è contingentata da bandi triennali, gestiti dal Consorzio, che regolano l’iscrizione alla denominazione». Il bando degli ultimi tre anni ha permesso di aumentare la produzione di Nebbiolo da Barolo ogni anno dell’1 per cento della superficie, cioè 22 nuovi ettari all’anno. «Cambiare il disciplinare aprendo ai nuovi versanti significherebbe offrire un’opzione agronomica in più ai produttori: può essere per esempio che questo versante si sostituisca agli altri, perché più adatto alle mutate condizioni climatiche», spiega ancora Ascheri. «L’alternativa che si presenta ai viticoltori è costituita da irrigazione e ombreggiamento artificiali: due soluzioni che non sono certo più sostenibili a livello ambientale».

Niente pregiudizi

Data l’impossibilità di coltivare uve a denominazione protetta sul versante Nord delle colline delle Langhe, qui si sono conservate altre colture, come i noccioleti, e molti boschi, dove – appunto – crescono i tartufi. L’apertura anche su questo versante alle uve Doc rischia, secondo gli oppositori della modifica del disciplinare, di incentivare anche qui una monocoltura. A sostenerlo non sono solo i cercatori di tartufo, ma anche alcuni produttori del Consorzio, come Andrea Farinetti, contitolare di Fontanafredda: «È giusto che il consorzio sottoponga la questione ai produttori, ma personalmente sono contrario per due motivi: non ci sono ancora solide basi scientifiche che dimostrino che i versanti Nord possano garantire la stessa qualità. Ma soprattutto c’è il rischio in questo modo di eliminare tutti gli alibi che fino a oggi hanno limitato l’espansione dei vitigni su quel versante. Un chilo di uva di Nebbiolo oggi vale attorno ai 2 euro, il Nebbiolo per produrre Barolo intorno ai 5. E la discrepanza di valore aumenta notevolmente sul vino sfuso e ancora di più sulla bottiglia».

Della stessa idea Degiacomi, del Centro nazionale studi tartufo: «Noi non partiamo da un pregiudizio, ma dalla storia: mentre in tutto il Piemonte stiamo cercando di aumentare i boschi, nella zona attuale del Barolo questi spazi si sono compressi al massimo ed è difficile intervenire per aumentarli. Non vorremmo che sui versanti Nord avvenisse la stessa perdita di biodiversità già avvenuta sugli altri versanti a causa della monocoltura di Nebbiolo per produrre Barolo e Barbaresco». Farinetti e Degiacomi concordano sul fatto che le leggi che vietano il disboscamento non bastano a conservare i boschi esistenti: «I boschi protetti sono quelli storici, che sono pochi. Molte boscaglie, zone incolte o coltivazioni di altro tipo diventerebbero facile preda di chi vuole coltivare uve più redditizie».biodiversità a rischioIl valore economico del tartufo bianco ovviamente non regge il confronto con quello del Barolo e del Barbaresco: «Ma a volte non si considera che il valore del tartufo non può essere calcolato solo in termini di fatturato del prodotto», spiega Degiacomi. «Il tartufo bianco ha valore come vessillo di un territorio conosciuto in tutto il mondo, è legato al turismo e alla ristorazione locale, con il relativo acquisto di vino. Ed è anche un indicatore della biodiversità e del benessere di un territorio. Meno boschi nelle Langhe non significherebbe solo meno tartufi, ma anche minore biodiversità, che non farebbe bene nemmeno alle vigne».

Sul Venerdì del 19 aprile 2024

Leggi i commenti