Beyoncé riscopre il Black Country, ovvero le origini nere della musica bianca
di Alberto PiccininiCharley Pride è stato una delle più grandi star del country: 70 milioni di dischi venduti. Scomparso nel 2020 a 86 anni carico di premi e riconoscimenti, a differenza della maggior parte degli interpreti del genere musicale che incarna la nostalgia Dixie e la mitologia del cowboy era afroamericano, figlio di contadini del Mississippi. Quasi una leggenda il racconto della prima apparizione in uno stadio a Detroit nel 1967. Nonostante l’enorme successo del singolo Just Between You and Me, la casa discografica Rca si era guardata bene dal distribuire foto promozionali. Di fronte a 10 mila spettatori bianchi per lo meno sorpresi, Pride disse: «Lo so, è strano venire a cantare a un concerto country con un’abbronzatura permanente» e tutti risero, il che ci ricorda persino qualcosa di imbarazzante del nostro recente passato.
«La risata, la leggerezza, l’incrollabile professionalità» ha scritto di Charley Pride la storica afroamericana Francesca Royster nel saggio Black Country Music/Listenin…
Charley Pride è stato una delle più grandi star del country: 70 milioni di dischi venduti. Scomparso nel 2020 a 86 anni carico di premi e riconoscimenti, a differenza della maggior parte degli interpreti del genere musicale che incarna la nostalgia Dixie e la mitologia del cowboy era afroamericano, figlio di contadini del Mississippi. Quasi una leggenda il racconto della prima apparizione in uno stadio a Detroit nel 1967. Nonostante l’enorme successo del singolo Just Between You and Me, la casa discografica Rca si era guardata bene dal distribuire foto promozionali. Di fronte a 10 mila spettatori bianchi per lo meno sorpresi, Pride disse: «Lo so, è strano venire a cantare a un concerto country con un’abbronzatura permanente» e tutti risero, il che ci ricorda persino qualcosa di imbarazzante del nostro recente passato.
«La risata, la leggerezza, l’incrollabile professionalità» ha scritto di Charley Pride la storica afroamericana Francesca Royster nel saggio Black Country Music/Listening for Revolutions «erano messe in ombra dalla costante possibilità della violenza razziale, minacciata o reale». Professoressa di Letteratura inglese, Gender studies e Critical race theory alla DuPaul di Chicago, Royster è una delle teoriche più radicali della riscoperta del contributo nero alla musica country. Figlia di un musicista che lavorò negli studi di Nashville negli anni 70, ama rivendicare la queerness dello sguardo contro ogni stereotipo e confine. Il suo volume quest’anno ha vinto il prestigioso Ralph Gleason Award per la critica musicale.
Pride (come orgoglio), che ha inciso dischi intitolati Pride of America e Pride of Country Music ma nella vita dovette combattere la depressione personale e le minacce, è uno dei soli tre membri neri onorari del Grand Ole Opry, lo show in onda da Nashville praticamente da un secolo tra radio e tv. Il secondo è l’armonicista virtuoso Deford Bailey che suonò la sigla per i primi dieci anni e poi venne allontanato e aprì una bottega di ciabattino. Il terzo è Darius Rucker, cinquantenne cantante di Hootie &the Blowfish: erede di Pride quanto a confidenza e rispettabilità – osserva Royster – è un buon golfista amico di Tiger Woods, di recente fermato in auto per possesso di sostanze stupefacenti senza tanti scandali.
«Una cosa che odio del country? È che quasi sempre i personaggi neri devono essere esempi di specchiata virtù per sembrare degni di qualche empatia», commenta a questo proposito la scrittrice e paroliera afroamericana Alice Randall, pioniera a Nashville negli anni 80, altra teorica di questo informale movimento, nel suo recente memoir My Black Country.
Divisi dalla discografia
L’espressione Black Country non è nuova. Il successo planetario dell’ultimo album di Beyoncé, Cowboy Carter, country in forma moderna a partire dalla copertina in stile rodeo, catalogo affollato di citazioni da Dolly Parton ai Beatles, ha attirato l’interesse su uno scavo in corso da qualche anno da parte di ricercatori, musicisti e musiciste.
Una volta stabilito che fu la nascente industria discografica negli anni 20 a dividere i mercati per colore – da una parte i race records, cioè il blues, e dall’altra hillybilly music, cioè il country – il contributo nero alla musica popolare americana che fin qui credevamo solo bianca sta a monte nell’incrocio di influenze “celtiche, africane e cristiane evangeliche”, come riassume ancora Alice Randall, che sfocerà nella stagione dei famigerati minstrels. Qui i neri apparivano come caricature grottesche dietro il pesante trucco del blackface spesso suonando il banjo, che non è uno strumento western ma fu portato nel nuovo continente dagli schiavi africani.
A valle, per così dire, c’è il destino di figure come Charley Pride oppure Linda Martell, sua controparte femminile, prima donna afroamericana a comparire al Grand Ole Opry nel 1969, la cui carriera durò lo spazio di alcune canzoni come Color Him Father e finì tra minacce razziste, conflitti coi discografici, concerti cancellati. Oggi ha 82 anni, nella vita successiva ha guidato lo scuolabus e gestito un negozio di dischi, possiamo risentire la sua voce nel brano di Beyoncé Linda Martell Show.
Black Country è Ray Charles, che nel 1962 registrò il totemico Modern Sounds in Country and Western Music con le versioni di I Can’t Stop Loving You di Don Gibson e Your Cheating Heart di Hank Williams, di infantile contagiosa dolcezza: «L’unica volta che mamma mi lasciava in piedi dopo le 9 di sera», ricordò a un biografo, «era per sentire il Grand Ole Opry».
Black Country è Lil Hardin, la pianista che incise nel 1930 il classico Blue Yodel No. 9 con Jimmy Rodgers e Louis Armstrong, suo futuro marito. Black Country è Lesley Riddle, chitarrista con otto dita e una gamba lasciata in un cantiere edile, segreto ispiratore delle canzoni e dello stile bianco della Carter Family.
Tina Turner intitolò il primo album solista del 1974 Tina Turns the Country on!, coi musicisti che accompagnavano Presley e i dolori del suo matrimonio con Ike riversati nelle canzoni di Bob Dylan, Kris Kristofferson, Dolly Parton. Tina era nata a 150 chilometri da Nashville, nel paesino del quale aveva cantato i limiti e i divieti: Nutbush City Limits, metafora neanche troppo nascosta della segregazione di quegli anni.
Nel profondo sud
Dalla Georgia veniva Ray Charles; dal Texas Beyoncé che rivendica l’appartenenza piena alla cultura e al paesaggio del Sud: «Ho parenti a Galveston, radici in Lousiana» canta nel brano American Requiem, «dicono che parlo troppo di campagna, poi ci ripensano e dicono che non sono country abbastanza». Nelle canzoni di Cowboy Carter c’è il ricordo dell’accoglienza fredda avuta a Nashville nel 2016 quando cantò la sua ballata Daddy Lessons con il trio delle allora Dixie Chicks (poi rinunciarono a “Dixie” per evitare connotazioni con lo schiavismo) di fronte all’élite della musica country, che le rifiutò la candidatura al Grammy.
Nell’album di Beyoncé c’è anche, in Texas Hold’em, il suono del banjo tradizionale recuperato da Rhiannon Giddens, straordinaria figura di interprete e ricercatrice di formazione classica, premio Pulitzer lo scorso anno per l’opera lirica Omar ispirata alle memorie di uno schiavo musulmano senegalese. Giddens è una delle musiciste che partecipano all’omaggio a Alice Randall, le cui canzoni vengono ora reintepretate nella raccolta My Black Country. Nata a Detroit, studi ad Harvard, partita per Nashville negli anni 80 seguendo una passione di famiglia, Randall ha portato una delle sue canzoni al numero 1 della classifica country (Xxx’s and Ooo’s interpretata da Trisha Yearwood, 1996), prima autrice afroamericana a farlo. «Nel country il passato è sempre meglio del presente», riflette ancora nel suo memoir. Tuttavia, continua, «il passato del Black Country non è il mitico Dixie perduto ma l’Africa prima della colonizzazione».
Le fa eco Francesca Royster: «Gli artisti Black Country rifiutano la nostalgia degli ascoltatori bianchi. Invece, sentono lo spirito e il suono dei fuggitivi, evocano la fuga e la ribellione degli schiavi, la lotta per la libertà». Guarda al futuro la versione di Blackbird di Beyoncé, scritta come metafora della lotta per i diritti civili negli anni 60 da Paul McCartney, che ora loda il nuovo arrangiamento a cinque voci di giovanissime aspiranti star. Accanto a Beyoncé Tanner Adell, che nell’album Buckle Bunny interpreta la coloratissima subcultura del Black Rodeo, diffusa soprattutto in Wyoming; Tiera Kennedy e Reyna Roberts, che nelle loro canzoni mescolano elementi di r&b e hip hop al country, tutte rigorosamente nascoste sotto i tradizionali cappelloni texani, frange e pelle colorata ultraglamour; infine Brittney Spencer, trentenne nascente star afroamericana del country, trasferita a Nashville sulle tracce delle Chicks e di Taylor Swift: «Mi rende felice vedere differenti settori della musica country provare a rettificare la storia», dice, «ma ancor più a dare una nuova forma al suo futuro».