Pensavo che dopo Aftersun, esordio della scozzese Charlotte Wells,film che ha deciso di insediarsi nel mio cuore e lì sta da due anni senza muoversi di un millimetro, difficilmente mi sarei lasciato conquistare da un’altra storia di padre e figlia. Con Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini, da ieri nelle sale, è successo. Lascio parlare lei: «È il racconto molto personale di momenti con mio padre emersi dai ricordi e rimasti vividi e intatti nella mia mente». Questa storia di due accade dentro un terzo: il cinema. Che è guardare, essere guardati, immaginare, scomparire, riapparire, osservare regole, iniziare, finire, giocare. E molte altre parole che troverete voi, ma saranno sempre parole di una relazione. Nella casa di questo cinema-vita, costruita dal padre Luigi Comencini, Francesca muove i primi passi che da un’infanzia magica e umbratile («Se io ti chiedessi qual è il tuo personaggio preferito di Pinocchio, tu che mi diresti?». «Lucignolo») la accompagnano – attraverso sfide, prove, errori, proprio come il bambino di Collodi – all’età adulta. Quella che conosce il dolore nell’amore e ha combattuto le vertigini dell’idealizzazione e del fallimento.C’è bisogno di tempo, sospendere la vita mentre la costruiamo. Non sempre, ma a volte un padre ci salva. «Partiamo ora», le dice. «Quanto tempo staremo via?». «Il tempo che ci vuole». È un tempo che scorre nelle vene, nostre e del mondo. Erano anni di piombo, con spari, siringhe ed improvvise luci. Una poesia che Umberto Saba dedica a sua figlia inizia così: «Mio tenero germoglio,|che non amo perché sulla mia pianta| sei rifiorita,ma perché sei tanto| debole e amore ti ha concesso a me». Mi è tornata in mente mentre guardavo la fragilità che si trasforma in forza nel bel racconto di Francesca Comencini, classe 1961.Così solamente suo, così immediatamente nostro.
Sul Venerdì del 27 settembre 2024