Andiamoci piano a parlare di Marte
di Elena DusiQuando Amedeo Balbi ha iniziato a studiare astrofisica all’università, i buchi neri sembravano oggetti da fantascienza. Oggi che lo scienziato insegna all’università di Roma Tor Vergata, a due buchi neri abbiamo perfino scattato la foto (uno è quello che si trova al centro della nostra galassia).Nello studio dell’universo le scoperte stanno procedendo alla velocità di un razzo. Balbi, 53 anni, ha così deciso di tracciarne i progressi con Il cosmo in brevi lezioni. Big Bang, pianeti, galassie e buchi neri: i segreti dell’astrofisica (Bur). È l’ultimo libro dello scienziato divulgatore che raccoglie i limpidi articoli scritti per il mensile Le Scienze, la storica edizione italiana di Scientific American.«Gli esperti tendono in genere a perfezionarsi nel loro campo» racconta. «L’appuntamento con Le Scienze mi ha spinto a guardare l’intero orizzonte dell’universo alla ricerca delle notizie più interessanti. Ho cercato di fare da tramite fra la prospettiva del ricercatore e la percezione c…
Quando Amedeo Balbi ha iniziato a studiare astrofisica all’università, i buchi neri sembravano oggetti da fantascienza. Oggi che lo scienziato insegna all’università di Roma Tor Vergata, a due buchi neri abbiamo perfino scattato la foto (uno è quello che si trova al centro della nostra galassia).Nello studio dell’universo le scoperte stanno procedendo alla velocità di un razzo. Balbi, 53 anni, ha così deciso di tracciarne i progressi con Il cosmo in brevi lezioni. Big Bang, pianeti, galassie e buchi neri: i segreti dell’astrofisica (Bur). È l’ultimo libro dello scienziato divulgatore che raccoglie i limpidi articoli scritti per il mensile Le Scienze, la storica edizione italiana di Scientific American.«Gli esperti tendono in genere a perfezionarsi nel loro campo» racconta. «L’appuntamento con Le Scienze mi ha spinto a guardare l’intero orizzonte dell’universo alla ricerca delle notizie più interessanti. Ho cercato di fare da tramite fra la prospettiva del ricercatore e la percezione che il pubblico ha del cosmo».
A questo proposito, al ritmo a cui marciano i progressi dell’astronomia sembra che il razzo per Marte sia già sulla rampa di lancio. Elon Musk, il fondatore di SpaceX, parla di una missione fra due anni. Possibile?
«Elon Musk la fa un po’ facile. Marte è un ambiente assolutamente ostile per gli esseri umani e se decidi di andarci devi esserne consapevole. Questi proclami vanno messi in prospettiva».
Nel frattempo si moltiplicano le osservazioni di acqua su Marte. È il candidato migliore per cercare tracce di vita?
«Si tratta di acqua sotterranea. Si pensa che esista anche sulle lune di Giove e Saturno. Non dobbiamo pensare che l’acqua sia una stranezza nell’universo. È una molecola semplice, formata da atomi abbondanti come idrogeno e ossigeno. Più difficile semmai è trovarla in forma liquida e la sua scoperta su Marte merita sicuramente un’indagine. Peccato che la missione europea ExoMars sia stata rimandata a data da destinarsi. Doveva servirsi di un lanciatore russo e tutti i rapporti con Mosca ora sono sospesi. Lo studio dello Spazio è sempre stato influenzato dalla geopolitica».
Nel prossimo libro immagina di poter scrivere della scoperta della vita nel cosmo?
«Provo spesso a immaginare come potrebbe avvenire una scoperta del genere. Non credo che ci sarà un annuncio decisivo. Penso piuttosto a un avvicinamento graduale, a un’ipotesi che si definisce a poco a poco. All’inizio potremmo osservare un pianeta ricco di ossigeno. Questa molecola è uno degli indizi più importanti per la presenza di processi biologici, ma potrebbe formarsi anche in assenza di vita. Cercheremmo allora di approfondire le indagini, fino a quando, gradualmente, nel giro di anni o decenni, arriveremmo a una risposta».
Che effetto ci farebbe?
«Sarebbe una scoperta epocale, ma non credo che ci sconvolgerebbe. Un gran numero di persone già crede negli Ufo. C’è chi pensa che la scoperta degli alieni sia già avvenuta, ma la notizia sia mantenuta segreta per evitare reazioni emotive. Sembrano strane idee, ma dimostrano che la maggioranza delle persone già è convinta che la vita extraterrestre esista».
Abbiamo scoperto migliaia di esopianeti, alcuni potenzialmente adatti ai processi biologici, la ricerca di vita extraterrestre non sta facendo però grandi progressi. Come mai?
«Cercare tracce di vita su pianeti distanti decine di anni luce è terribilmente complicato. Parliamo di corpi celesti di cui osserviamo solo la luce, cercando di trarne informazioni indirette. E non dobbiamo aspettarci che gli alieni abbiano l’aspetto dei film di fantascienza come Arrival: esseri intelligenti che ti si presentano davanti e parlano, non lasciandoti dubbi sulla loro natura. È più probabile che la vita extraterrestre abbia una forma difficile per noi da riconoscere».
Che rapporti ha uno scienziato come lei con la fantascienza?
«Ottimi, come molti ricercatori della mia generazione sono cresciuto leggendo fantascienza. Una volta ho citato il film Interstellar nella mia rubrica per Le Scienze e un lettore ha scritto per protestare: secondo lui non avrei dovuto usare esempi così poco seri. In generale però i lettori sono affascinati dalla vicinanza tra scienza e fantascienza».
Il nuovo telescopio spaziale James Webb è uno dei protagonisti del libro e fra le sue missioni ha anche lo studio degli esopianeti per la ricerca di vita extraterrestre. Sta dando buoni risultati?
«È uno degli strumenti che più ci sta fornendo notizie sull’universo, ma non solo. Come il suo predecessore Hubble, ci regala anche fotografie stupende del cosmo. Le immagini spettacolari danno all’astronomia un rapporto preferenziale con il pubblico».
Immagini che però rischiano di diventare sempre più rare, almeno per quanto riguarda i telescopi a terra. È vero che le grandi costellazioni di satelliti come Starlink, sempre di Elon Musk, rovinano le osservazioni?
«Fare astronomia sta diventando più difficile. Abbiamo già migliaia di satelliti che ruotano attorno alla Terra, ma sono solo una piccola percentuale di quelli che stanno per essere lanciati nei prossimi anni, in orbite anche piuttosto basse. Un satellite riflette molto la luce del Sole. Se passa davanti al campo di osservazione di un telescopio, l’immagine diventerà inutilizzabile, sfregiata da una scia luminosa. Anche a occhio nudo, alzando lo sguardo al cielo, fra poco vedremo solo tanti puntini in fila tutti ordinati. Le promesse di Musk di dipingere i suoi satelliti con colori opachi non risolveranno il problema più di tanto».
Anche il Big Bang, come i buchi neri, quando lei si è iscritto all’università sembrava un’idea metafisica. Oggi ci si chiede addirittura che cosa sia avvenuto prima. Cosa si sa in proposito?
«Lo scenario condiviso dalla maggior parte dei cosmologi è quello dell’inflazione. Non che l’ipotesi sia scevra di problemi, ma si pensa che negli istanti iniziali dell’universo, minuscole frazioni di secondo, si sia verificato un periodo di espansione accelerata».
Prima o dopo il Big Bang?
«Dipende da cosa intendiamo per Big Bang. Se lo pensiamo come una fase iniziale in cui l’universo era molto caldo e denso e dalla quale è iniziata l’evoluzione del cosmo, allora è possibile immaginare qualcosa che lo preceda: l’inflazione appunto. Però allora cominceremmo a chiederci cosa è avvenuto prima dell’inflazione, spostando la frontiera della curiosità più in là. E questo è in fondo il bello della ricerca. Sai che non troverai mai risposta a tutte le tue domande, perché da ogni nuova scoperta saranno pronte a spuntare tantissime altre domande».
Sul Venerdì del 18 ottobre 2024