Antonio Scurati: “Ad aprile l’ultimo libro della saga di M. Sarà una liberazione anche per me”
di Simonetta FioriAlla fine della quarta puntata è esplosa la crisi. «Scusate, ma da qui in avanti non vi seguo più». Antonio Scurati aveva appena finito di leggere i copioni scritti da Stefano Bises e Davide Serino, traendone l’impressione di incolmabile distanza dal suo M. Il figlio del secolo, il primo volume della saga mussoliniana. Lo scambio di mail con gli autori della serie tv è piuttosto franco, ma nessuna rottura. «Ho continuato a collaborare alla stesura, anche perché dalla quinta puntata la serie ha preso decisamente un’altra direzione» racconta ora Scurati, a lavoro felicemente concluso.
Scurati, che cosa non la convinceva?
«Mi spaventava il registro comico, che rispondeva a una precisa scelta stilistica del regista. Sin dal nostro primo incontr…
Alla fine della quarta puntata è esplosa la crisi. «Scusate, ma da qui in avanti non vi seguo più». Antonio Scurati aveva appena finito di leggere i copioni scritti da Stefano Bises e Davide Serino, traendone l’impressione di incolmabile distanza dal suo M. Il figlio del secolo, il primo volume della saga mussoliniana. Lo scambio di mail con gli autori della serie tv è piuttosto franco, ma nessuna rottura. «Ho continuato a collaborare alla stesura, anche perché dalla quinta puntata la serie ha preso decisamente un’altra direzione» racconta ora Scurati, a lavoro felicemente concluso.
Scurati, che cosa non la convinceva?
«Mi spaventava il registro comico, che rispondeva a una precisa scelta stilistica del regista. Sin dal nostro primo incontro a Roma, Joe Wright mi aveva comunicato la sua intenzione di confezionare una dark comedy che all’inizio mettesse in scena il Mussolini seduttore, il suo lato intrigante e fascinatorio. Il progetto era chiaro: attrarre lo spettatore in una zona di contatto con il personaggio per poi raggelarlo con la violenza e l’abominio del tiranno. Operazione che alla fine gli è riuscita magnificamente, proprio perché è stato capace di mantenere l’equilibrio tra comico e tragico. Il tragicomico è un genere insidioso, dagli esiti quasi mai convincenti. Questa mi sembra un’opera cinematografica di grande potenza».
Il comico è un registro totalmente assente nel suo romanzo.
«Sì, comicità e ironia sono bandite. Ma non è un caso. Una delle mie principali preoccupazioni, nello scrivere il libro, è stata quella di non caricaturizzare Mussolini. Non volevo farne un personaggio buffo e ridicolo, come vuole lo stereotipo sopravvissuto per svariati decenni nella cultura italiana».
È stato il modo in cui gli italiani si sono autoassolti, riducendo il Duce a un personaggio da operetta rispetto all’epos tragico di Hitler.
«Il fascismo come commedia è stato il principale equivoco che ha gravato sul regime, nascondendo l’immane tragedia politica di cui tuttora paghiamo le conseguenze. Ed è questa la ragione per cui nel romanzo ho voluto evitare tutta una serie di espedienti letterari che potessero generare empatia con il personaggio di Mussolini. La scelta della forma “romanzo documentario”, più asettica sul piano dei sentimenti, nasce anche da qui».
Ha temuto che la serie potesse sollecitare un sentimento benevolo verso il tiranno?
«Il pericolo c’era. A differenza del romanzo, il cinema non può fare a meno dell’empatia. Joe Wright questo lo sa bene! Devo anche aggiungere che, nonostante i conflitti creativi, con Bises e Serino abbiamo lavorato serenamente fino alla fine».
Diversamente dal romanzo, nella serie Mussolini non è soltanto il protagonista, ma anche la voce narrante. Tutto quello che viene messo in scena è frutto del suo racconto: questo inevitabilmente crea distanza.
«È un’invenzione che rispecchia una delle principali caratteristiche del regime: la possente opera di autorappresentazione da parte dello stesso fascismo, una mitografia incentrata sulla figura di Mussolini. Nella serie, il protagonista è presente nell’ottanta per cento delle scene: una straordinaria prova d’attore per il bravissimo Luca Marinelli».
Abbiamo detto delle differenze tra serie e romanzo. Ma c’è anche un espediente narrativo comune a entrambi i lavori che è il rovesciamento di sguardo. Per la prima volta lei ha raccontato il fascismo attraverso la voce di Mussolini, così come nell’opera di Wright il tiranno guarda fisso in camera e si rivolge direttamente allo spettatore.
«Sì, cambia completamente il punto di vista. Anche il mio era stato un azzardo: rompevo con una tradizione narrativa che aveva sempre affidato il racconto agli antifascisti e alle vittime del fascismo. E nell’opera cinematografica ritrovo questo capovolgimento che ne rafforza lo stile contemporaneo».
La letteratura rivela più della storia. Ma di fronte a una serie di tale potenza, si può dire che la mescolanza di parole, immagini e suoni può arrivare là dove la letteratura si deve fermare?
«Per un romanziere è difficile ammetterlo, però credo sia vero. Un esempio su tutti: nonostante io mi sia sforzato di restituirne tutta l’agghiacciante oscenità, nel lavoro di Wright la rappresentazione della violenza squadristica si rivela più potente di qualsiasi narrazione scritta».
Da dodici anni lei convive con il dittatore. Come è stata la coabitazione con un inquilino così ingombrante?
«Pensi che proprio ieri ho terminato l’ultimo capitolo del quinto libro della saga, quello conclusivo. Per certi versi è anche il volume più terribile, tra l’epilogo apocalittico di Salò, la morte del mio personaggio, lo scempio del suo cadavere. Un finale orrendo, come lo è stato nella Storia. Ma è troppo presto per dire che mi sono liberato di Mussolini».
Che segni ha lasciato?
«Non vorrei deluderla, ma ho cercato di difendermi dal mio personaggio stabilendo una distanza di sicurezza. Intanto ho adottato un passo documentario che evita l’identificazione. E poi la mia solida formazione antifascista mi ha impedito di innamorarmene».
Ma, a differenza dello studioso, il romanziere scende negli abissi, entrando in consonanza con i personaggi più orrendi.
«A tratti ho provato un turbamento profondo. Soprattutto alla fine del primo volume mi sono spinto ad avere lievi fenomeni dissociativi».
In che senso?
«In senso tecnico, proprio sul piano psichico. Ti vedi dal di fuori, parli e non riconosci la tua voce».
Ne ha parlato con l’analista?
«No, vado direttamente dallo psichiatra. Sono troppo amico di tanti celebri psicoanalisti per fidarmi di loro...».
La convivenza con Mussolini è poi migliorata?
«Non direi. Sono passati i fenomeni dissociativi, ma sono arrivati ai vertici delle istituzioni repubblicane gli eredi della sua famiglia politica. Non lo sentivo solo dentro di me, ma ho cominciato ad avvertirne la presenza anche intorno a me».
Un incubo vero.
«Non che questo mi abbia gettato nell’angoscia, ma la lettura del libro nell’Italia meloniana ha finito per complicare le cose: da una parte un eccesso di venerazione che mi mette a disagio – possibile, mi chiedo, in un Paese di forte tradizione democratica come il nostro? – dall’altra un eccesso di accesa inimicizia, anche da parte di alte cariche dello Stato, che mi inquieta e immalinconisce».
La saga mussoliniana, nelle sue varie edizioni, ha venduto quasi un milione di copie. E la sua ricezione è andata molto al di là delle sue intenzioni. Prima che uscisse M. Il figlio del secolo lei ci confessò, sul Venerdì, il suo timore di essere accusato di empatia verso Mussolini. E invece è accaduto il contrario: nell’Italia guidata da Giorgia Meloni lei è diventato il paladino dell’antifascismo.
«Sì, è andata proprio così. Da una parte hanno funzionato le mie cautele metodologiche a cui facevo riferimento prima; dall’altra mai avrei immaginato che questo lavoro letterario potesse risuonare così prepotentemente nella cronaca politica e sociale del nostro Paese».
Arrivò perfino a dire che antifascismo era una parola superata.
«Una delle mie intenzioni era rinnovare il significato di una parola che mi sembrava scivolare in un margine di esclusione storica. Ora posso dire di essere riuscito in un’operazione importante, che è esattamente la cosa che non mi viene perdonata: impedire la riscrittura della Storia, che avrebbe potuto avere come effetto la riabilitazione di Mussolini. Adesso è più difficile».
L’ultimo volume uscirà il 25 aprile del 2025, ottantesimo anniversario della Liberazione. Sarà una liberazione anche per lei?
«Sì, lo ammetto: una grande liberazione anche sul piano personale».
Sul Venerdì del 3 gennaio 2025