All’inizio degli anni 60 Alberto Arbasino scrisse un piccolo racconto, che fu pubblicato su Il Mondo. Quel racconto è poi diventato un film, diretto da Mario Missiroli e con protagonista una giovanissima Stefania Sandrelli. Nel 1972, il racconto diventa di nuovo un piccolo romanzo sperimentale, intitolato La bella di Lodi. Si tratta forse, fra i libri di Arbasino, di uno dei più apparentemente leggibili, e al tempo stesso dei più strani e singolari.
La lingua, sempre velocissima e scoppiettante, per una volta esclude citazioni e riferimenti colti, e invece riproduce in modo semi-serio la parlata gergale di un certo tipo di borghesia agricola-industriale lombarda.
Per esempio, stiamo parlando delle “ragazze di Lodi”: «Quando son dritte, oltre ai bei denti e ai begli occhi e alla gamba lunga e al cappello magnifico, chiaro, hanno tanta terra, almeno un paio di migliaia di pertiche; e anche se un anno il foraggio è scarso, un altro anno il prezzo del grano è fissato un po’ troppo basso, …
All’inizio degli anni 60 Alberto Arbasino scrisse un piccolo racconto, che fu pubblicato su Il Mondo. Quel racconto è poi diventato un film, diretto da Mario Missiroli e con protagonista una giovanissima Stefania Sandrelli. Nel 1972, il racconto diventa di nuovo un piccolo romanzo sperimentale, intitolato La bella di Lodi. Si tratta forse, fra i libri di Arbasino, di uno dei più apparentemente leggibili, e al tempo stesso dei più strani e singolari.
La lingua, sempre velocissima e scoppiettante, per una volta esclude citazioni e riferimenti colti, e invece riproduce in modo semi-serio la parlata gergale di un certo tipo di borghesia agricola-industriale lombarda.
Per esempio, stiamo parlando delle “ragazze di Lodi”: «Quando son dritte, oltre ai bei denti e ai begli occhi e alla gamba lunga e al cappello magnifico, chiaro, hanno tanta terra, almeno un paio di migliaia di pertiche; e anche se un anno il foraggio è scarso, un altro anno il prezzo del grano è fissato un po’ troppo basso, o il riso non rende, o se arrivano tutte insieme un bel po’ di cartelle d’imposte di successione arretrate, male che vada si tratterà di rinunciare a cambiare l’Alfetta per l’estate, o di non prendersi un gattaccio nuovo per il prossimo St Moritz; ma l’attività delle centinaia di vacche e del caseificio annesso basta comunque a produrre un reddito ancora abbastanza soddisfacente. Il timbro della casa, tanto, continua a stamparsi tutti i giorni sui pani di burro e sulle formagge di crescenza o di grana».
Quel possente mondo agricolo, dopo oltre mezzo secolo, è molto cambiato, in modi complessi che non si possono raccontare qui. C’è per esempio un formaggio lodigiano antichissimo, particolare e divisivo, di cui sono personalmente molto appassionato. Si chiama panerone o Pannerone di Lodi: un formaggio a latte crudo di remote origini medievali con un singolare retrogusto amaro. La vera particolarità è che si tratta forse dell’unico formaggio al mondo prodotto senza aggiungere sale.
Il Pannerone di Lodi non esiste quasi più: posso testimoniare, servendolo spesso al ristorante in vari modi, che quel sapore amarognolo crea talvolta reazioni molto indispettite. Finché il mio socio e collega Rocco ha trovato un modo per mettere in guardia i clienti, e prepararli alla scoperta. Una frase che senz’altro sarebbe piaciuta ad Arbasino: il Pannerone di Lodi, o lo ami o lo odi.
Come mangiare il Pannerone di Lodi
Gli ingredienti
Qualche fetta di Pannerone di Lodi
1 pera
Fiocchi di sale
Come procedere
Oggi la ricetta non è un procedimento, ma quasi solo un’idea. Ci sono due modi per addomesticare ed esaltare questo strano formaggio: accoppiarlo con della frutta dolce, per esempio delle pere crude, oppure, molto semplicemente, “condirlo” con dei fiocchi di sale, per rimettere in un certo senso il mondo in ordine.
Sul Venerdì del 7 febbraio 2025