Stand-up comedy, come si ride oggi
di Michele GravinoC’era una volta il varietà del sabato sera, con il presentatore in smoking, la soubrette e il corpo di ballo, gli ospiti d’onore e a un certo punto un comico che usciva a raccontare una barzelletta o metteva in scena uno sketch con la fidata spalla. C’erano una volta i monologhi di Grillo e Benigni, i personaggi di Verdone, la scuola milanese di Drive in o Zelig, quella romana del Bagaglino, le nicchie di successo di Arbore o della banda Dandini; e le imitazioni dei politici, i personaggi buffi, i tormentoni che entravano nel linguaggio comune – «Mi si sono intrecciati i diti», «È lui o non è lui?» «La seconda che hai detto». Così ridevamo.
E oggi? Per carità, con buona pace degli austeri commentatori che lamentano come non si possa più scherzare su niente con lo stesso cipiglio con cui i loro nonni lamentavano che si scherzasse su tutto, a ridere si continua, eccome. Pure troppo spesso, vista l’alluvione di meme e di video più o meno divertenti da cui sono sommersi i nostri account s…
C’era una volta il varietà del sabato sera, con il presentatore in smoking, la soubrette e il corpo di ballo, gli ospiti d’onore e a un certo punto un comico che usciva a raccontare una barzelletta o metteva in scena uno sketch con la fidata spalla. C’erano una volta i monologhi di Grillo e Benigni, i personaggi di Verdone, la scuola milanese di Drive in o Zelig, quella romana del Bagaglino, le nicchie di successo di Arbore o della banda Dandini; e le imitazioni dei politici, i personaggi buffi, i tormentoni che entravano nel linguaggio comune – «Mi si sono intrecciati i diti», «È lui o non è lui?» «La seconda che hai detto». Così ridevamo.
E oggi? Per carità, con buona pace degli austeri commentatori che lamentano come non si possa più scherzare su niente con lo stesso cipiglio con cui i loro nonni lamentavano che si scherzasse su tutto, a ridere si continua, eccome. Pure troppo spesso, vista l’alluvione di meme e di video più o meno divertenti da cui sono sommersi i nostri account social e le nostre chat. Persino il potere, un tempo così barricato dietro le sue poltrone e le sue grisaglie, alterna facce feroci a raffiche di battute, forse per mitigare le une con le altre; e così il presidente degli Stati Uniti può postarsi vestito da Papa in pieno Conclave, per poi liquidare ogni obiezione o indignazione con l’equivalente americano della risposta di tutti i bulli: «E fattela una risata!».
Dura la vita, si direbbe, per i comici di professione. Che però, dribblando l’inflazione di battutisti dilettanti, un pubblico riescono ancora a trovarlo. E nell’Italia del 2025 il genere che va più forte è quello apparentemente più semplice, più economico da mettere in scena: niente costumi, trucchi, parrucche, una persona sola su un palco che parla per cinque minuti o per un’ora e mezza a poche decine di spettatori che bevono birra in un piccolo locale o a centinaia di paganti in un grande teatro. Un genere forse antico quanto l’essere umano, ma che negli ultimi anni abbiamo imparato a chiamare con il suo nome inglese, anzi americano: la stand-up comedy.
Scuola di comicità
Nella sede dell’associazione Due Gatti, un seminterrato in un quartiere semicentrale di Roma, sono appese le foto di due santi protettori del genere: gli americani Lenny Bruce – ritratto durante uno dei suoi frequenti arresti in scena – e George Carlin. Su un grosso foglio appoggiato a un cavalletto è tracciato a pennarello una specie di diagramma di flusso che unisce con una serie di frecce le parole STAND-UP COMEDY a SUCCESSO passando per SCRITTURA - CORPO - VERITÀ - CONSAPEVOLEZZA eccetera. È qui che Mauro Fratini, autore, attore, regista tv e comedian della prima ondata romana tiene il suo corso pratico e teorico di stand-up. «La differenza con il vecchio cabaret? È che dietro a un monologo di stand-up dev’esserci una scrittura che rispecchia un pensiero, un punto di vista originale», dice Fratini. «Ti metti in gioco in prima persona, con i tuoi disagi, le tue inadeguatezze, le tue perversioni sessuali. Così sei più credibile, più vero».
Attorno al tavolo, sei-sette persone (qualcuno arriva, qualcuno va via prima) a occhio tra i 25 e i 50 anni. Fabio ha addirittura lasciato il lavoro per inseguire il suo sogno di diventare comico di professione (esplosione di dileggio di tutti gli altri). Paola voleva solo scrivere e ha scoperto con sgomento di dover stare anche su un palco a recitare. Gigi propone agli altri un numero in cui discetta sul proprio uso di droghe, i suoi difficili rapporti con la metropolitana e le sue fantasie di scaraventare qualcuno sotto la medesima: tutti commentano e danno consigli su come migliorarlo. Leonardo ha già qualche esperienza, e lo ritroverò qualche sera dopo a fare da maestro di cerimonie nel bar di un ostello romano per una serata “Open Mic”, cioè un’esibizione di un gruppetto di dilettanti o quasi, davanti a un pubblico di una trentina di persone in età Erasmus o giù di lì. L’unico comico ad aver superato la cinquantina riconosce nel cronista un suo coetaneo e comincia a prenderlo di mira: sfottere gli spettatori, un altro classico meccanismo della stand-up.
Consacrazione
Stacco al capo opposto della città, Auditorium Massimo, circa 900 posti a sedere, tutti gremiti. Il pubblico è stato reclutato tramite annunci sui social, e in pochi minuti i biglietti sono finiti. Si registra In & Out. Niente di serio, uno show che andrà in onda su Tv8 dal 16 giugno per sei puntate in prima serata. Per la generazione stand-up romana è una specie di consacrazione. Tutti si conoscono, tutti si sono esibiti insieme, qualcuno ha lanciato qualcun altro. Ci sono Saverio Raimondo, presenza televisiva e radiofonica affermata da anni, e Francesco De Carlo, ex interprete al Parlamento europeo, ora reduce da 50 date nei teatri con il suo Mortacci Tour e in partenza per una serie di spettacoli in Broken English negli Stati Uniti («come andare a giocare nell’Nba»). C’è Edoardo Ferrario, autore di una delle prime webserie di successo, Esami, non solo monologhista ma anche creatore e interprete di personaggi, dal GialappaShow alla serie Hanno ucciso l’uomo ragno. Michela Giraud, già concorrente alla prima stagione di Lol: Chi ride è fuori su Prime Video («un programma spartiacque, in pieno lockdown la gente si è affezionata a noi e al genere») e regista e protagonista di un film, Flaminia. Daniele Tinti e Stefano Rapone, che nel loro Tintoria, uno dei più seguiti podcast italiani – ma forse si può chiamare talk show? – riescono a intervistare e cazzeggiare con chiunque, da Christian De Sica a Roberto Saviano, da Paolo Sorrentino a Matteo Berrettini. E ancora Valerio Lundini, non tecnicamente uno standupper, esploso sulla Rai con Una pezza di Lundini e ora con le stralunate, surreali, inquietanti Faccende complicate. E Martina Catuzzi («sono l’unica non romana, mi hanno preso come categoria protetta») e Monir Ghassem, figlia di un esule iraniano («ma io sono di Casalotti!» – estrema Roma Ovest, ndr) e già protagonista – si può trovare su YouTube – di un monologo comico sull’interruzione di gravidanza che in un Paese come il nostro ha una potenza quasi sovversiva («ne sono molto orgogliosa, non ho commesso alcun reato, è un’esperienza che si può e si deve raccontare»).
Sul palco di In & Out monologano ma recitano anche insieme, in sketch dal vivo e registrati in video. Senza troppi spoiler, c’è un esilarante Rapone che fa un Batman imbarazzato perché tutti insultano il suo alter ego Bruce Wayne («tu sì che sei forte», gli dicono, «non come quel miliardario cojone»); c’è Lundini che suona con la sua band i Vazzanikki duettando con ospiti come Elio e Noemi; c’è Ferrario che interpreta uno scienziato pazzo che dà la parola ai cani per scoprire che dicono solo cose orrendamente fasciste; c’è Catuzzi che prende in giro un suo fidanzato di infima statura («è vero, faccio bodyshaming sui bassi, ma poi me li trombo! È questa l’inclusività!») e Giraud che per smentire la presunta inadeguatezza al combattimento delle donne eleva un peana a Ilary Blasi «signora della guerra». Tutto di seguito, freneticamente, senza presentatori.
Che programma è In & Out? Giraud: «Una specie di saggio del liceo, sai quando ti ritrovi con gli amici e scopri di poter fare follie che da sola non avresti mai pensato?». Tinti: «Il linguaggio televisivo è diverso da quello teatrale o di YouTube, lì vengono a cercarti, qui entriamo nelle case, ma abbiamo avuto massima libertà». Ferrario: «È un’occasione per portare la nostra generazione in prima serata, anche se abbiamo fatto tante cose diverse siamo gli ultimi ad avere una certa fascinazione per la tv, ma ci è mancato un capobranco come erano Serena Dandini o la Gialappa’s per i comici di trenta anni fa».
Come avete cominciato? Raimondo: «Era il 2009, eravamo un gruppo (tra loro anche De Carlo e Fratini, ndr) che non si riconosceva in una tradizione italiana di comicità ormai molto asfittica, tra il modello Zelig che mostrava la corda e una satira politica schiacciata sull’antiberlusconismo di maniera. E proprio allora nasceva YouTube, i primi video sottotitolati dei grandi comici americani; più che un genere abbiamo scelto una postura, un’attitude». Ghassem: «Ero depressa, passavo da uno stage sottopagato all’altro, raccontavo alla psicoterapeuta le cose assurde che mi succedevano, mi ha consigliato lei di tirarne fuori dei racconti, così mi sono iscritta al corso di Fratini».
Il vostro rapporto con i social, la rete? Lundini: «È uno strumento di promozione indispensabile. Certo, il fatto che in rete si trovi sempre tutto ti costringe a rinnovarti continuamente: ci sono grandi comici che hanno fatto lo stesso show tutta la vita, ora se riproponi uno sketch di due anni fa l’hanno visto già tutti su YouTube e sembra che vuoi riciclarti». E i conti con la cultura woke, l’incubo del politicamente corretto, la paura di offendere certe categorie? De Carlo: «Su questo c’è un enorme equivoco. In Italia è il linguaggio mainstream – dei giornali, dei politici, della tv – che andrebbe ripulito dalle troppe incrostazioni razziste, sessiste, omofobe che ancora lo ricoprono; e sono il teatro, la comicità a dover essere uno spazio libero per poter dire le cose più tremende, più scioccanti. E non per colpire un nemico che è fuori di lì – le donne, gli obesi, i gay – ma per scovare dentro di noi le cose orribili che pensiamo. Il comico dice: sono una merda, faccio una battuta razzista o sessista perché una parte di me è così, e anche una parte di voi, e non vi invito a riderci su insieme per cameratismo, ma perché forse insieme possiamo arrivare a una specie di catarsi ed esorcizzare questi pensieri orrendi che ci portiamo dentro».
Unicorni e piccioni
Forse il segnale più lampante del successo di un genere è quando comincia a generare prodotti meta: in questo caso, una serie comica che vuole far ridere della comicità. Una serie animata, la prima italiana di Amazon Originals: Il Baracchino, su Prime dal 3 giugno, creata da Nicolò Ciucci e Salvo Di Paola, mette in scena in una raffinata grafica in bianco e nero un club di stand-up comedy che sta per chiudere. Un’idea, spiega Di Paola (anche lui stand-up comedian), nata nel periodo post-pandemia, quando a teatri chiusi lo spettacolo dal vivo stentava a ripartire. Il cast dei personaggi è surreale: il padrone del locale è un unicorno, il cliente più affezionato una ciambella parlante, i comici o aspiranti tali un tucano, la Morte in cerca di svago durante il tempo libero, un alieno che finge di essere umano, un Leonardo da Vinci bidimensionale... A dar loro voce gli stessi Tinti, Rapone, Ferrario, Giraud, assieme ad altri nomi per così dire contigui a quella scena: Lillo, Pilar Fogliati, Pietro Sermonti, Frank Matano.
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E Luca Ravenna, il comico che pur venendo da Milano completa la “leva” della stand-up romana: «Io, Daniele, Michela e Stefano abbiamo debuttato la stessa sera del 2014 a un Open Mic organizzato da Raimondo, De Carlo e Ferrario. Fino ad allora facevo lo sceneggiatore, l’autore per altri. La mia esibizione è andata benino, ma io ricordo che sono sceso da quel palco e mi sono detto: questo è quello che continuerò a fare».
Nel Baracchino Ravenna – che ha appena annunciato il nuovo spettacolo Flamingo, in tour nei teatri da gennaio – “interpreta” un piccione, comico sboccatissimo che attribuisce il suo scarso successo a censure e discriminazioni ma in realtà non fa ridere. «È un personaggio che ho proposto io innanzitutto perché ho paura dei piccioni», spiega, «e poi incarna quella parte di tutti i comici – me compreso – che ogni tanto si dice: ora sbraco. E però non abbiamo nove anni, l’interessante non è dire o fare una porcata sul palco, ma indagare sul perché a volte ci viene voglia di dire o pensare o fare porcate». Senti un salto generazionale, un cambio di linguaggio tra voi e la tradizione precedente? «Forse sì, ma è come per i generi musicali, chi avrebbe detto trent’anni fa che il rap sarebbe stato così dominante? Poi nella tradizione italiana ci sono stati grandi monologhisti, comici straordinari, dalla generazione del Derby allo stesso Zelig che non mi sento di liquidare come il male; diciamo che nella stand-up conta meno la maschera e più il punto di vista personale». È anche per questo che fate raramente satira politica esplicita? «Certo, per me un punto di svolta è stato quando ha chiuso il Bagaglino, cioè persino loro, con le loro farse così vecchio stile, hanno capito che la realtà li aveva superati, e non potevano più andare avanti. E poi per poterlo prendere bene in giro un politico deve avere le spalle larghe. Ma questi? Prendi il sindaco Gualtieri che nei video su TikTok si aggira per Roma col suo sorrisone indicando lavori in corso sampietrino per sampietrino: mi sembra uno di quegli zii celibi che arrivano a Natale guardando dappertutto, “Ah che bello questo lampadario, è nuovo? Si può avere un amaro?”. Ecco, mi diverte di più immaginarlo così che fargli obiezioni politiche. E Salvini che si fa trovare davanti all’ambasciata dell’Oman con i calzoni corti e la busta della spesa piena di formaggini? Dovrei dipingerlo come un politico serissimo: quella sì che sarebbe una parodia».
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Sul Venerdì del 23 maggio 2025