Annalisa Cuzzocrea: Ci interessiamo tanto ai ragazzi italiani cacciati da Harvard
di Annalisa CuzzocreaQualche giorno fa, a Napoli, una giovanissima ragazza dell’Università Federico II mi ha fatto una domanda che mi ha spiazzata. Ha detto: «Ci chiedevamo, io e la mia migliore amica, perché mai nel pensare al nostro futuro non dobbiamo considerare i nostri fidanzati?». Nella scelta del verbo “considerare”, ho sentito il peso che questa parola ha a Sud. Dove è più che prendere in considerazione, prendere in esame. Significa: farsi carico, mettere davanti a qualsiasi altra cosa. Grazie a quella domanda inaspettata,ho capito che c’è un problema nel modello che stiamo mostrando alle ragazze. La sensazione che gli diamo, è che se devono scegliere l’affermazione di sé, devono rinunciare a una storia d’amore, a una relazione stabile, al progetto di una vita insieme. Su una metropolitana a Milano ho origliato due ragazze che – tenendosi per mano – parlavano della possibilità che una di loro facesse il dottorato di ricerca: «Ma poi così una casa ce la compriamo a quarant’anni!».
Qualche giorno fa, a Napoli, una giovanissima ragazza dell’Università Federico II mi ha fatto una domanda che mi ha spiazzata. Ha detto: «Ci chiedevamo, io e la mia migliore amica, perché mai nel pensare al nostro futuro non dobbiamo considerare i nostri fidanzati?». Nella scelta del verbo “considerare”, ho sentito il peso che questa parola ha a Sud. Dove è più che prendere in considerazione, prendere in esame. Significa: farsi carico, mettere davanti a qualsiasi altra cosa. Grazie a quella domanda inaspettata,ho capito che c’è un problema nel modello che stiamo mostrando alle ragazze. La sensazione che gli diamo, è che se devono scegliere l’affermazione di sé, devono rinunciare a una storia d’amore, a una relazione stabile, al progetto di una vita insieme. Su una metropolitana a Milano ho origliato due ragazze che – tenendosi per mano – parlavano della possibilità che una di loro facesse il dottorato di ricerca: «Ma poi così una casa ce la compriamo a quarant’anni!».
Così ho pensato a quanto sia sbagliato il sistema che abbiamo costruito. E a quanto sia semplice e autoassolutorio per noi mettere i più giovani sul banco degli imputati, proprio perché si trovano spiazzati davanti a una società che nel migliore dei casi confonde loro le idee. Nel peggiore, li respinge. Alla ragazza di Napoli ho detto che certo, il suo ragazzo e quello della sua amica vanno “considerati”, ma non più di quanto loro considerino se stesse. Per il semplice motivo che le storie d’amore possono finire e che, se una ventenne mette davanti alle sue scelte quelle di un’altra persona, rischia di ritrovarsi senza niente in mano, un giorno. Magari con uno o più figli. Magari senza un lavoro o la possibilità di mantenerli. Lei mi guardava non troppo convinta, a me sembrava di ripetere l’ovvio. La settimana scorsa è arrivata in redazione la lettera di una donna che dopo anni di matrimonio si è ritrovata sola e in terribili difficoltà economiche ed emotive, dopo aver affidato la sua intera esistenza al marito, alla sua carriera, alle sue necessità. Lei ha perso una figlia, lui è scomparso.
Temo che, se il messaggio stenta a passare, sia perché abbiamo posto troppa enfasi sulla scelta: o di qua o di là, o lavoro o famiglia, e nessuna enfasi e nessun impegno sulla conciliazione, che è l’unica strada. Quanto alle ragazze di Milano, avrei voluto dire loro che hanno ragione: non dovrebbe essere una scelta, quella tra fare un dottorato e guadagnare abbastanza soldi per comprarsi una casa. Non dovrebbe essere un lusso, poter continuare a studiare. Ci interessiamo tanto degli italiani cacciati da Harvard, e non pensiamo a quanti ne teniamo fuori dal mondo dell’università qui: non investendo un soldo, non credendoci, permettendo di andare avanti solo a chi può permetterselo, chi ha una famiglia agiata alle spalle, chi non ha bisogno dello Stato. È tutto da ripensare, sarebbe ora di farlo.