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Il pacco da giù degli studenti fuori sede non è solo tarallucci e vino: ci racconta Nord e Sud

Mattia Scaroni e i suoi compagni fuori sede aprono il pacco inviato dai genitori di Martina (Nicola Marfisi/Agf) 
Una calda terrazza torinese, cinque tra ragazzi e ragazze e un pacco spedito dai parenti del Sud. È a scatoloni simili a questo che Mattia Scaroni ha dedicato la sua tesi in Antropologia. Perché oltre a cibo, amore e fantasia, qui dentro, oggi come ieri, c’è molto di più. Lo abbiamo aperto insieme
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È un “cartone ombelicale” ed è una scatola. Contiene quasi sempre cibo, il cibo “di giù” da mandare “su”. «Il pacco da giù è casa che sale su», dice infatti una delle voci racchiuse in una delle più originali tesi di laurea discusse negli ultimi anni nelle università italiane, e ora diventata libro. Il pacco da giù, analisi sociale degli studenti fuori sede: l’ha scritto Mattia Scaroni, laurea magistrale in Antropologia a Torino, e l’ha appena pubblicato l’editore Meltemi. Eccolo, Mattia, insieme a un gruppo di ragazzi invitati a casa di Martina, amica e a sua volta destinataria, negli anni di studio lontano da casa (Mattia e Martina sono pugliesi), di non pochi “pacchi da giù”. Insieme a Martina ci sono Francesca, Anna, Giuseppe e Daniele, più una notevole quantità di derrate alimentari spedite dal signor Umberto Corvasce, papà di Martina, direttamente da Foggia a Torino.

È un “cartone ombelicale” ed è una scatola. Contiene quasi sempre cibo, il cibo “di giù” da mandare “su”. «Il pacco da giù è casa che sale su», dice infatti una delle voci racchiuse in una delle più originali tesi di laurea discusse negli ultimi anni nelle università italiane, e ora diventata libro. Il pacco da giù, analisi sociale degli studenti fuori sede: l’ha scritto Mattia Scaroni, laurea magistrale in Antropologia a Torino, e l’ha appena pubblicato l’editore Meltemi. Eccolo, Mattia, insieme a un gruppo di ragazzi invitati a casa di Martina, amica e a sua volta destinataria, negli anni di studio lontano da casa (Mattia e Martina sono pugliesi), di non pochi “pacchi da giù”. Insieme a Martina ci sono Francesca, Anna, Giuseppe e Daniele, più una notevole quantità di derrate alimentari spedite dal signor Umberto Corvasce, papà di Martina, direttamente da Foggia a Torino.

Mandare un pacco da 20 chili dalla Puglia al Piemonte costa 15 euro. Arriva in giornata, pieno di olio, taralli e amore. Perché qui, appunto, è d’amore che si parla. Insieme al cibo si masticano affetto e famiglia.

Ogni volta una sorpresa

Mattia afferra il pacco e lo deposita sul tavolo, dove viene aperto nel rito collettivo che sa di attesa e sorpresa. «Il contenuto lo immaginiamo, però va sempre oltre le aspettative». Martina dice che, quando il pacco arriva, lei lo apre in videochiamata con la famiglia. «Io invece li chiamo dopo», dice Mattia.

Ognuno con il suo approccio e la sua tattica, e intanto Mattia stringe un pacchetto di origano e comincia ad annusarlo.

Doverosa premessa. Mattia Scaroni ha evitato attentamente il folclore, guai alle macchiette sui meridionali che si commuovono per un insaccato o un dolcetto di marzapane, e basta anche con i luoghi comuni della pubblicità sul cibo del Sud. Questa tesi di laurea e questo libro, per capirci, non sono neppure Casa Surace, che farà anche ridere ma sguazza negli stereotipi. «Il mio intento era l’auto etnografia» ci racconta l’autore. «La prima idea era mettere a fuoco una riflessione ampia sulla questione meridionale. Cercavo un oggetto che parlasse di Sud e di emigrazione, e il pacco da giù mi è sembrato perfetto. Al punto che io vorrei non esistesse: perché significherebbe che nessuno è costretto ad andarsene lontano da casa per studiare».Il pacco delle meraviglie è pieno di legumi e legàmi. «La parola chiave? Io direi generosità». Difatti: caciocavallo, latta di olio da 5 litri, scamorza, boccacci (barattoli) di vetro con dentro sughi e conserve, biscotti, focaccia, pasta (quella del supermercato, perché genitori e nonni sanno che riempire la dispensa, per i ragazzi, è costoso, e ogni pezzo in più è una spesa in meno per loro), cantucci, pomodori secchi, lonzino di maiale. Molti pacchetti sono sottovuoto. «Perché ormai la macchinetta per impacchettare è essenziale, ce l’hanno quasi tutti», dice Martina che a Torino studia lingue dell’Asia e dell’Africa. Lei è forse la più sentimentale del gruppo: «Nonna Maria è la specialista delle conserve, zia Antonella è insuperabile con i biscotti. A volte arrivano anche utensili per la casa o per la cucina: papà mi ha portato addirittura la planetaria, quando è venuto con l’auto. Per me, il pacco da giù vuol dire malinconia. Perché lasciare casa per studiare è stato un obbligo, non una scelta. Più sono lontana, più sento il bisogno di questi momenti». Dentro un “giù” geografico e insieme metafisico. «Il punto è avere ben chiaro perché ce ne siamo andati».

Cura e affetto

Forbici e taglierino aggrediscono il cartone, senza pietà. «Quando sono arrivato a Torino, portavo l’apparecchio per i denti», racconta Giuseppe Bitetti, curiosamente pure lui di Santeramo in Colle (Bari), paese di origine di Mattia. «Ma ci siamo ritrovati qui per caso». Giuseppe studia filosofia. «La macchinetta del dentista mi obbligava a tornare a casa ogni mese e mezzo, dunque il pacco da giù non era così necessario. Però era prezioso, perché significa cura e affetto, è il pensiero costante di chi ti vuole bene e controlla che la scatola si svuoti, altrimenti significa che noi figli non mangiamo abbastanza. Una frase ricorrente dei miei? Mangia, e non tornare sciupato».

Piazza Cerignola

L’ancestrale timore della mancanza di nutrimento. Mamme e nonne che spignattano per preparare sughi e paste mirabili, mentre i papà e i nonni s’incaricano di fare la spesa, confezionare e spedire. Un lavoro di gruppo che attraversa l’Italia dei nuovi movimenti migratori: un tempo si veniva a Torino per lavorare in fabbrica, adesso si viene per frequentare il Politecnico, dove i ragazzi siciliani e pugliesi rappresentano ormai la maggioranza. In Barriera di Milano, quartiere popolare oltre il mercato di Porta Palazzo, dove l’immigrazione africana e araba ha ormai scalzato quella meridionale, piazza Foroni viene chiamata “piazza Cerignola”. Etnografia, antropologia culturale e società: nello “scatolo” c’è tutto questo, insieme a pomodori e arance. «A gennaio e febbraio ne arrivano tante, e tanti limoni» dice Francesca Pannitteri da Paternò, studentessa di lingue. «Nel mio primo mese a Torino, da casa mi spedirono addirittura tre pacchi! Così gli amici hanno scoperto che gli agrumi siciliani sono una cosa a sé, e a questo punto i miei genitori mandano pacchi anche a loro: sono orgogliosi di questa condivisione di conoscenza. Arance, il nostro amato tonno e poi la ricotta salata e quella al forno, in Piemonte praticamente introvabili. Per non dire delle “ramette”, una specie di biscotti morbidi e glassati».Non è la grande abbuffata, ma un attento studio sulla diaspora meridionale e sull’anti meridionalismo che purtroppo ancora esiste, anche se a volte i pregiudizi cadono al primo assaggio, dove davvero il cibo diventa strumento di comprensione e vicinanza a dispetto delle mode che lo vorrebbero, più che altro, in funzione economica.

Ma perché Mattia Scaroni ha scelto proprio il pacco da giù come argomento accademico? Cosa significa per lui? «Curiosa domanda, che ho posto sempre ai miei compagni e quasi mai a me stesso. Dopo averci riflettuto, posso dire che questo scatolone mi fa capire che sono davvero pugliese, anzi barese. Una questione di identità». Come si diceva un tempo, è il personale che diventa politico. «Ed è anche l’occasione per portare la mia terra nelle conversazioni a tavola. Senza esagerare, questa tesi mi ha avvicinato a Proust: perché i taralli bolliti, gustati in quel momento che precede la tostatura, quando cioè hanno un sapore quasi crudo, sono davvero la mia Madeleine».

Rape di Fasano, taralli di Conversano, mozzarelle e burrate. Il bello è mettere insieme questi mondi e raccontarseli, tra profumi e colori che fanno speleologia in ogni singola vita. Non necessariamente “da giù a su”. Anna Fabbri, per esempio, è umbra. Seduta a tavola, racconta quali dinamiche si mettano in moto tra lei e suoi coetanei: «I piemontesi li prendo un po’ in giro, perché sono preparati sul manzo e sul vitello ma ignorano del tutto i sapori del maiale potente, come lo chiamo io. La cucina dell’Umbria, come ogni altra cucina locale, è uno stile di vita. Ed è una scusa per organizzare pranzi e cene dell’amicizia, il cui valore lo si è apprezzato ancora di più dopo il Covid. I nostri genitori ci chiedono cosa abbiamo fatto assaggiare agli amici, loro tengono tantissimo a questi scambi». Una delle voci che Mattia ha raccolto per la tesi, di una certa Ginevra, dice: «Il pacco da giù è lo specchio dell’idea che mia madre ha di me».

Il pacco come forma di conversazione, oggetto culturale e sociale. Una ricca storia con mittenti e destinatari, una lunghissima fune con genitori e nonni da una parte, e figli e nipoti dall’altra. E se oggi siamo venuti a casa dei ragazzi ad assistere all’apertura del loro pacco, non meno interessante sarebbe essere, adesso, nelle loro case di origine per seguire i movimenti dei genitori, che insieme al cibo inviano ricette e insegnano i segreti della conservazione. E poi, impacchettare è un’arte. «È importante che la scatola non abbia zone vuote, dove la roba può mettersi a sbattere e naturalmente rompersi», dicono i ragazzi. E qui interviene la perizia degli esperti, cioè dei “vecchi”: scatolette di tonno, oppure noci per un imballaggio perfetto, e il geniale pluriball. «Ma anche fazzolettini o carta igienica, come intercapedine, vanno benissimo: del resto, con quello che costa…».

Il pranzo è servito

È arrivato il momento clou: sul tavolo in terrazzo c’è un tagliere di salumi e formaggi, mentre un paio di ventilatori a palla sottolineano che il caldo “di su” non ha più nulla da invidiare a quell’altro, arroventato dallo scirocco. «Io sono nato a Torino, però i miei sono calabresi», racconta Daniele Cepparrone, anche lui laureando in Antropologia. Mi ricordo quand’ero bambino, e la nonna ci mandava dal paese cose buone da mangiare: noi viviamo nella prima cintura torinese, ad Alpignano, e ho ben presente gli occhi di mamma quando arrivava in tavola un pezzo di Calabria». Invece, è un pezzo di Puglia quello che hanno messo nei piatti Martina e Francesca: un paio di teglie di pasta al forno, con il sugo scarlatto di mamma e papà. Ampio dibattito sulla crosticina ben cotta e un po’ brunita, «uguale identica a quella di nonna, è la parte più buona». Piaccia o no, è una questione meridionale.

Macchietta in agguato

A un certo punto, Mattia Scaroni ha fatto la scoperta decisiva: «Sì, ho scoperto che in fondo ero proprio io l’oggetto della mia ricerca. Non che sia stato tutto facile: alcuni compagni di studi torinesi ci prendevano in giro, ai loro occhi eravamo i soliti terroni emotivi. Qualcuno mi diceva: “Mattia, ma davvero stai scrivendo una tesi sulle merendine?”. Non è stato automatico uscire dal pericolo della macchietta, che ancora nutre non poche descrizioni che vengono fatte su noi meridionali. Ma ne è valsa la pena, e mi sembra che il libro funzioni: parla del Sud, dei fuori sede e delle loro famiglie, compresi i sacrifici che fanno per permetterci di studiare e trovare la nostra strada. Anche se raramente, purtroppo, è anche la strada di casa».Forse non aveva tutti i torti Nanni Balestrini, quando in Vogliamo tutto si chiedeva: «Perché, cos’è Torino se non una città del Sud?».

Questa domanda resta d’attualità nel tempo senza tempo del nutrimento a distanza, nel cuore di un’epoca che non sa fare a meno di ordinare qualunque cosa online, con relativo, mastodontico movimento di pacchi e furgoni, per non dire del food delivery da parte di rider trasformati in schiavi della nostra pigrizia: ci facciamo portare a casa anche una pizza, anche una vaschetta di gelato, e magari la gelateria è a cento metri da casa; e in quel preciso momento, da un’altra casa a qualche centinaio di chilometri, qualcuno sta per spedire una scatola magica che contiene universi.

Sul Venerdì del 18 luglio 2025

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