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Andrea Bajani: poesie contro l’insonnia

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TIC TAC La rubrica sul mestiere dello scrittore
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A cinquant’anni, ancora faccio fatica a dormire. Non mi manca il talento dell’ingresso nel sonno, ma difetto nella durata. A metà della notte, basta un niente per estrarmi da quel nulla variegato di sogni e riportarmi dentro una camera buia. Un colpo di tosse dalla stanza dei bambini, l’allarme di una macchina parcheggiata, il mio stesso starnuto, mia moglie che svita il tappo della bottiglia per bere. Di solito succede verso le due o le due e mezza, quando cioè entrambe le sponde – quella del giorno prima e quella del successivo – sono lontane. E dopo aver fallito ogni altro rimedio farmacologico, mi è rimasto l’unico che ha, statisticamente, qualche efficacia su di me. Leggere qualche poesia prima di spegnere la luce. Me ne basta una, di solito, ma un paio mi danno più sicurezza. Sciogliere qualche verso sotto la lingua, aspettare che si impasti ai primi sbadigli, e poi infilarmi nel sonno e lasciare che faccia quel che deve fare dentro di me. Non importa troppo quali poesie, ma dev…

A cinquant’anni, ancora faccio fatica a dormire. Non mi manca il talento dell’ingresso nel sonno, ma difetto nella durata. A metà della notte, basta un niente per estrarmi da quel nulla variegato di sogni e riportarmi dentro una camera buia. Un colpo di tosse dalla stanza dei bambini, l’allarme di una macchina parcheggiata, il mio stesso starnuto, mia moglie che svita il tappo della bottiglia per bere. Di solito succede verso le due o le due e mezza, quando cioè entrambe le sponde – quella del giorno prima e quella del successivo – sono lontane. E dopo aver fallito ogni altro rimedio farmacologico, mi è rimasto l’unico che ha, statisticamente, qualche efficacia su di me. Leggere qualche poesia prima di spegnere la luce. Me ne basta una, di solito, ma un paio mi danno più sicurezza. Sciogliere qualche verso sotto la lingua, aspettare che si impasti ai primi sbadigli, e poi infilarmi nel sonno e lasciare che faccia quel che deve fare dentro di me. Non importa troppo quali poesie, ma devono essere state scritte in italiano. Come se per lanciare il sondino a sciogliere i grovigli dei sogni servisse la lingua madre.

La faccenda si fa più complessa se la mattina dopo mi aspetta una sessione di scrittura. Il che non succede tutti i giorni. Ma quando succede, la razione di poesia va moltiplicata almeno del doppio. Perché sarà pure paradossale, ma a ventitré anni da quando ho pubblicato il mio primo libro, a trentacinque – almeno – da quando ho provato le mie prime frasi in poesia, la notte prima di scrivere è ancora il tormento di un uomo di quasi un metro e novanta che si rivolta nel letto senza trovare uno straccio di requie. Se non quella di spostarmi in cucina a leggere un po’, girare per casa, controllare che nessuno si sia perso la coperta nel sonno, ritornare a letto, rivoltare il guanciale per trovarlo sempre fresco, e infine crollare addormentato per un paio d’ore. Prima che la sveglia – implacabile – suoni alle cinque.

È a quel punto – quando tutti ancora dormono – che finalmente mi trascino in cucina, apro il computer, e alzo le mani sopra la tastiera. E dopo averle tenute sospese per un tempo indeterminato, finalmente scrivo le prime parole nel bianco spalancato dentro lo schermo. E tutto – misteriosamente – si placa in un attimo, il fiato si allarga, il sudore sul collo si asciuga. Come se lo spaventoso tornado di pensieri e di angosce che non mi lasciava dormire si fosse infilato dentro l’astuccio di una singola frase. E lì si fosse di colpo reso mansueto, accucciandosi dentro un significato. Come se di tutto quello che poteva succedere, o non succedere, poi fosse sufficiente dire una cosa di senso, per sfuggire all’insensatezza. Come se, dopo tanti anni, fosse ancora la paura dell’insignificanza a pedinare ogni frase. Con la magia di quel sollievo che arriva quando si scrive la prima: “A cinquant’anni, ancora faccio fatica a dormire”.

Sul Venerdì del 19 settembre 2025

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