A Santorini quest’anno non si brinda
di Elena KaniadakisSANTORINI. Il vulcano dorme ma il mare no. Nella caldera le onde si gonfiano e si spezzano in mille rivoli di schiuma, incitate dal vento che imperversa sull’isola. Il traghetto per il Pireo rimane ancorato al porto, c’è divieto di navigazione. Un drappello di turisti si fa coraggio e avanza, facendosi scudo con gli enormi trolley, alla ricerca del proprio albergo. Chi può sopportare un vento simile? «Le nostre viti», assicura con orgoglio Konstantina Chryssou, al riparo dalle raffiche tra le botti della sua cantina scavata nella roccia.
Oltre i cancelli della tenuta Hatzidakis, le viti di Santorini resistono, raggomitolate secondo il metodo della kouloura: i tralci, intrecciati a forma di corona, creano un nido di rami e di foglie, dentro il quale i grappoli crescono al riparo dai venti incessanti dell’isola. Per secoli gli abitanti hanno protetto così, in piccoli appezzamenti di terra vulcanica, le varietà di uva autoctone, tra cui primeggia l’assyrtiko, con cui si producono vini bi…
SANTORINI. Il vulcano dorme ma il mare no. Nella caldera le onde si gonfiano e si spezzano in mille rivoli di schiuma, incitate dal vento che imperversa sull’isola. Il traghetto per il Pireo rimane ancorato al porto, c’è divieto di navigazione. Un drappello di turisti si fa coraggio e avanza, facendosi scudo con gli enormi trolley, alla ricerca del proprio albergo. Chi può sopportare un vento simile? «Le nostre viti», assicura con orgoglio Konstantina Chryssou, al riparo dalle raffiche tra le botti della sua cantina scavata nella roccia.
Oltre i cancelli della tenuta Hatzidakis, le viti di Santorini resistono, raggomitolate secondo il metodo della kouloura: i tralci, intrecciati a forma di corona, creano un nido di rami e di foglie, dentro il quale i grappoli crescono al riparo dai venti incessanti dell’isola. Per secoli gli abitanti hanno protetto così, in piccoli appezzamenti di terra vulcanica, le varietà di uva autoctone, tra cui primeggia l’assyrtiko, con cui si producono vini bianchi molto secchi. Metodi antichi che hanno scandito il tempo nell’isola, ben prima che diventasse la meta turistica più celebre della Grecia, e che oggi rischiano di sparire.
Allarme rosso
La vendemmia di quest’anno è stata la più leggera mai registrata: appena cinquecento tonnellate di uva, a fronte di una media, negli anni recenti, di tremila. La produzione è diminuita di quasi il 50 per cento nell’ultimo ventennio e, secondo le proiezioni dell’Associazione dei produttori di vino di Santorini, di questo passo toccherà lo zero entro il 2040. «La crisi climatica ci ha colti del tutto impreparati: le piante soffrono perché non piove più, e siamo in allarme rosso», sospira Chryssou, facendosi strada tra i pacchi destinati all’estero che ingombrano l’ingresso, con bottiglie pronte a essere stappate in Giappone, Danimarca, e anche in Italia. Alle sue spalle, le botti per il Vinsanto quest’anno rimarranno vuote: non c’è abbastanza uva per produrre una delle specialità dell’isola, il vino dolce prediletto dalla chiesa ortodossa per la celebrazione eucaristica, che nell’Ottocento scorreva a fiumi dalla piccola isola fino a Mosca, almeno finché la rivoluzione russa non pose fine alle esportazioni.
I reperti archeologici fanno risalire la viticoltura a Santorini almeno al XVII secolo a.C., ma l’entrata di questo vino sulla scena internazionale è decisamente più recente. La reputazione dei produttori è cresciuta, negli ultimi trent’anni, di pari passo con il brand dell’isola e il boom del turismo. Gli Stati Uniti, seguiti dai Paesi del nord Europa, sono diventati i primi importatori dei vini a denominazione di origine protetta e l’assyrtiko è stato piantato perfino in Australia.
Proprio il turismo, che ha introdotto le bottiglie di Santorini nei ristoranti oltreoceano, presenta oggi il suo conto salato. La siccità non è, infatti, l’unica responsabile del magro raccolto. «Un tempo le kouloure circondavano i villaggi. Oggi invece, si è costruito così tanto che faresti fatica a distinguere dove finisce un centro abitato e ne inizia un altro», si lamenta Matthaios Dimopoulos, direttore di Santo Wines, l’Unione delle cooperative agricole di Santorini. Il terreno destinato alla coltivazione si è rimpicciolito sempre più, mangiato dal cemento dei nuovi alberghi: si è passati da tremila ettari a meno di mille, nel giro di sessant’anni. E invertire la tendenza è un compito arduo. Quando si sparge la voce di un terreno in vendita, molti produttori si fiondano al telefono sperando di aggiudicarselo, ma i prezzi nell’isola sono lievitati. Poco più di mezzo ettaro può valere 350 mila euro. «Un imprenditore ci costruisce un hotel e rientra nella spesa in pochi anni. Per noi, ci vorrebbe un’eternità», ammette Dimopoulos.
Senza regole
È ancora mattina ma nella tenuta di Santo Wines, costruita sui terrazzamenti a picco sull’Egeo, sono già arrivate le prime comitive di turisti, che tra un «amazing!» e l’altro scattano foto al panorama e si preparano a degustare i vini bianchi a ritmo del jazz diffuso dalle casse. «Il turismo è un pilastro dell’economia, ma deve rimanere in equilibrio con il paesaggio: abbiamo bisogno di divieti più stringenti di costruzione nelle aree vinicole. I visitatori vanno e vengono, le nostre vigne invece sono qui da secoli», commenta Dimopoulos. Il dibattito sulla necessità di porre un freno ai cantieri edilizi si è riacceso lo scorso febbraio, quando l’isola è stata attraversata da un inedito sciame sismico innescato, secondo un recente studio pubblicato su Nature, dal movimento sotterraneo del magma tra il vulcano di Santorini e quello sottomarino di Kolumbo, a otto chilometri di distanza.
Le scosse non hanno provocato danni, ma hanno puntato i riflettori sulla costruzione fuori norma di alcuni alberghi nella caldera, dove da tempo le piscine idromassaggio hanno preso il posto delle stalle per gli asini scavate nella roccia vulcanica. Il ministero dell’Ambiente ha sospeso per quest’anno il rilascio dei permessi di costruzione nella caldera, in attesa del nuovo piano urbanistico, tuttora in fase di elaborazione. Secondo Petros Vamvakousis, presidente dell’Associazione dei produttori di vino dell’isola, è un primo passo, ma per salvare l’ “oro bianco di Santorini” bisognerebbe fare molto di più: creare delle zone protette per piantare nuove viti e poi fondare un istituto di enologia per le nuove generazioni. I viticoltori non sono, infatti, solo a corto di terreni, ma anche di giovani disposti a inzaccherarsi gli stivali nei campi. «Tanti preferiscono stare nelle reception invece che in campagna, e l’età media dei viticoltori è sempre più alta», spiega Vamvakousis, passeggiando tra le viti e soffermandosi su quelle che hanno già le foglie secche.
Far tesoro dell’umidità
Le previsioni sono poco incoraggianti, ma se vivi dentro il cratere di un vulcano è meglio non abbandonarsi al pessimismo. L’Associazione – sotto cui si riuniscono 13 delle 18 aziende vinicole presenti – ha deciso di intraprendere un progetto di ricerca con le università greche per trovare soluzioni alla mancanza delle piogge. Tra gli esperimenti più ambiziosi c’è quello di recuperare l’acqua con dei dispositivi che condensano l’umidità notturna, già testati dall’esercito statunitense nel deserto. A Santorini le viti sono distanziate per favorire l’accesso ai nutrienti del terreno, un miscuglio di basalto, ceneri e pomice, forgiato dalla catastrofica eruzione del 1600 a.C e conosciuto in greco come aspa. Una superficie arida ma ricca di minerali che contribuisce a definire il carattere del vino.«Le nostre viti sono piene di sorprese, come il suolo su cui poggiano», confida Vamvakousis.
Le piante di Santorini riuscirono a salvarsi dal flagello della filossera, il parassita che a metà Ottocento dilagò tra le vigne europee, minacciandole di estinzione. Nella piccola isola il micidiale insetto non si diffuse, non gradendo il terreno vulcanico. Probabilmente non basterà mettere un pugno di cenere fra gli ingranaggi delle betoniere, ma forse le viti troveranno il modo di sopravvivere anche questa volta.
Sul Venerdì del 24 ottobre 2025