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Andrea Bajani: i miei libri della vita hanno trovato casa in un bosco

La Biblioteca nel Bosco di Donnini (Firenze) che ospita la donazione di Andrea Bajani (Alessandro Moggi) 

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Un’iniziativa visionaria nella campagna toscana. Uno scrittore premio Strega che si è sbarazzato di tutto ma non delle letture di una vita. Storia di 130 scatoloni e di un trasloco. A lieto fine
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L’antefatto di questa storia di due biblioteche è questo. Con un gesto più d’istinto che di premeditazione, nell’autunno del 2017 mi sbarazzai di tutto ciò che avevo accumulato nei 42 anni di vita precedenti. Che questo nascesse da un fallimento – diciamo pure la fine di un amore longevo, pensato, controfirmato e costruito giorno per giorno per durare per sempre – conta credo solo in parte. Non c’era nulla, infatti, in quel mio sbarazzarmi di tutto, che fosse mosso dalla tentazione della pira sul fuoco, né tantomeno del movente autolesionistico, o per così dire del cilicio. Non volevo né punirmi, insomma, né dimostrare ad altri – che cosa, poi, visto che restavo senza nulla? – che la vita successiva sarebbe stata più grama di quella precedente.

È un fatto però che a una settimana dal giorn…

L’antefatto di questa storia di due biblioteche è questo. Con un gesto più d’istinto che di premeditazione, nell’autunno del 2017 mi sbarazzai di tutto ciò che avevo accumulato nei 42 anni di vita precedenti. Che questo nascesse da un fallimento – diciamo pure la fine di un amore longevo, pensato, controfirmato e costruito giorno per giorno per durare per sempre – conta credo solo in parte. Non c’era nulla, infatti, in quel mio sbarazzarmi di tutto, che fosse mosso dalla tentazione della pira sul fuoco, né tantomeno del movente autolesionistico, o per così dire del cilicio. Non volevo né punirmi, insomma, né dimostrare ad altri – che cosa, poi, visto che restavo senza nulla? – che la vita successiva sarebbe stata più grama di quella precedente.

È un fatto però che a una settimana dal giorno concordato perché l’appartamento tornasse legittimamente ai proprietari, chiamai i titolari di un mercatino dell’usato nella campagna di Alessandria e prendemmo accordi per il prelievo. Non serviva, mi dissero, effettuare un sopralluogo. Piuttosto, ricevere per mail le fotografie dei mobili, la metratura, il piano, e la zona di Torino dove si trovava l’edificio. Tutti i dettagli necessari, in sostanza, per disbrigare le pratiche e orientarsi nella dimensione del camion in cui stipare un arredo moltiplicatosi in vent’anni, di casa in casa.Il resto fu il lavoro di quattro ore, in cui i fratelli Youssef – non so, a dire il vero, se fossero i titolari del mercatino di Alessandria oppure la manovalanza – prima smontarono ogni mobile, poi lo infilarono, perfettamente incastonato insieme al resto, in un furgone. Insomma, in quattro ore una casa di cento metri quadrati con vent’anni di accumulo sparì in un Ducato di 20 metri cubi. E quando il furgone dei fratelli Youssef svoltò nel controviale di corso Re Umberto, chiusi le persiane, lasciai come d’accordo le chiavi accanto al contatore, e mi tirai dietro la porta di casa. Dopodiché presi a camminare verso la stazione di Torino Porta Nuova trascinandomi quello che mi era rimasto di tutte le mie vite precedenti, chiuso in un trolley grigio scuro. Salii sul treno, sistemai il bagaglio sulla cappelliera, e quando le porte si chiusero cominciò la mia vita successiva.

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La piccola menzogna contenuta dentro la breve storia che ho appena raccontato è, più che una menzogna, un’omissione. Mancano 130 scatoloni di libri, la biblioteca di una vita, trasmigrata anche quella di casa in casa, e rimpinzata con riforniture quasi quotidiane a partire dalla prima adolescenza. Quello che aveva fatto cioè di me l’essere umano, il lettore, lo scrittore che nel frattempo ero diventato. Quella che conteneva i mille lire comprati in cartoleria con la paghetta, le opere complete (di Pasolini, di Virginia Woolf, di Thomas Bernhard, di Milan Kundera, di Marguerite Yourcenar), i primi libri recensiti da studente (David Foster Wallace, soprattutto), più i pensatori irregolari, Cioran, Walter Benjamin, Foucault. Siccome non avrebbero trovato posto a Roma nell’appartamento ammobiliato di Trastevere in cui avevo preso ad appoggiarmi in maniera transitoria, erano caduti in un limbo senza promessa di futuro. Il giorno prima che arrivasse il furgone dei fratelli Youssef, erano finiti dentro un altro furgone, di dimensioni più ridotte, diretto nella campagna eporediese. Lì, vicino a Ivrea, il buon cuore di due amici aveva fornito una soluzione temporanea a quello che aveva l’aria di essere molto più uno scarico della coscienza che un vero transito della biblioteca tra due esistenze dignitose. Mi avevano messo a disposizione la loro casa di campagna, che aveva per loro tutto il carico sentimentale della casa delle origini, ma l’utilizzo nei fatti di uno spazio di stoccaggio. Delle loro cose, e dei miei 130 scatoloni.In cuor mio sapevo che stavo abbandonando i miei libri, che mi stavo sbarazzando anche di loro, con l’autoinganno – piccola ipocrisia strumentale – di dirmi che stavo evitando loro la svendita e la gogna delle bancarelle. E infatti così fu: finirono ammucchiati al piano terra della casa con l’unica consolazione di avere come epigrafe tombale un’indicazione bibliografica scritta a pennarello sul cartone. “Letteratura italiana A-C”, “Saggi F-I”, “Poesia francese C-G”, e così via.

Tutto questo senza che io pensassi, negli anni successivi, che li avrei recuperati. Con l’aggravio geografico di un trasferimento negli Stati Uniti, a Houston, Texas – 9.150 km da Ivrea – che è il luogo da cui scrivo, in una casa con molti libri dentro. Perché si sa che basta poggiare un libro su uno scaffale e poi da lì sale come edera sui muri.

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A questo punto va aggiunta una seconda storia. La storia di una biblioteca in mezzo a un bosco, nella campagna fiorentina. Un edificio su tre piani fatto tirare su dal nulla da una donna visionaria – Beatrice Monti della Corte – dopo aver dato vita e consistenza a uno dei più eccentrici e prestigiosi ritiri per scrittori e scrittrici internazionali tra gli uliveti del Valdarno. Dopo aver costituito la Fondazione Santa Maddalena e il premio letterario intitolato alla memoria dello scrittore di origine romena Gregor “Grisha” von Rezzori – suo marito, con cui aveva comprato l’edificio negli anni 60 –, a 95 anni sente che ha bisogno di futuro. Prende il vecchio schizzo di un architetto, Marco Zanuso, e poi un altro architetto, Pietro Cicognani, completa la visione e apre un cantiere tra gli ulivi, in mezzo al grufolare dei cinghiali.

Quella della Fondazione Santa Maddalena è una storia almeno in parte nota. È la storia di uno spazio per la letteratura che nasce in qualche misura dalle ceneri della celebre Galleria dell’Ariete di Milano, magnete milanese – con Beatrice Monti – negli anni 50, per tutto ciò che è arte. Fontana, Castellani, Rauschenberg, Jasper Johns, Francis Bacon. E poi questo buen retiro in Toscana troppo prematuro per esserlo davvero, e per esserlo per due persone sole. Soprattutto con il naturale viavai degli amici – Bruce Chatwin, Edmund White tra gli altri – e la scomparsa di Gregor von Rezzori. Da lì il passo è breve, ed è lo stesso di una galleria: mettere insieme autori e autrici in uno spazio, e vedere che succede. E quello che succede è un luogo già in qualche modo leggendario, che ha trovato di nuovo la forma del magnete per ormai tre generazioni di scrittori. E una costellazione di amici – nell’accezione più nobile del termine – che ne ha cura e fa da mentore, autori e traduttori, da Zadie Smith a Michael Cunningham, da John Banville ad Alberto Manguel, Olga Tokarczuk, Katie Kitamura, Andrew Miller, Sally Rooney.

Solo che poi quattro anni fa, a 95 anni, per Beatrice Monti, tutto questo non è più sufficiente. E al contrario del vento conservatore che soffia gelido in tutto il mondo, che cerca le rovine per farne pietre angolari di un passato glorioso e di solito inventato, Beatrice Monti si affida al dispositivo della letteratura. Che dice in sostanza che senza la rivoluzione del futuro, che rivolta il terreno indurito del passato, non c’è arte. E così, per l’appunto, Beatrice Monti della Corte chiama due architetti e commissiona una biblioteca, cioè un luogo che ha per vocazione quella di mettere il passato a lavorare sul futuro, ovvero il contrario – o il meglio – della conservazione. Beatrice Monti segue il progetto, vede il cantiere andare avanti, ci si aggira, alza gli occhi alle impalcature, non teme il ticchettio dell’orologio. Dà un nome alla biblioteca, “La biblioteca nel bosco”. Insomma, la quasi centenaria battezza una neonata. Di più, chiama un bibliotecario, Pablo Maurette, uno scrittore argentino (appena vincitore del Premio Herralde 2025), che a lavori ultimati ci si installa e comincia a dare forma a una vera collezione. Che è ambiziosa e funziona ancora una volta come un magnete: la collezione della casa che va a saldarsi alle donazioni degli amici, degli editori italiani e internazionali, più i volumi di tutti gli autori che da lì transitano. Un posto cosmopolita, un rifugio per viandanti della letteratura, e insieme l’idea che possa aprirsi agli altri, spazio di confronto tra gli ulivi.

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Adesso ritorniamo alla campagna di Ivrea, perché è qui che le due storie cominciano a saldarsi. E a Houston, dove arriva la telefonata che non poteva non arrivare prima o poi: i due amici vendono la casa, bisogna che io decida cosa fare della mia biblioteca. Che quindi ribussa, dopo averla spinta a forza in uno spazio cieco, dopo averla rimossa persino dalla stanza dei rimpianti. E l’unica risposta che, al telefono, riesco a dare è: non c’è modo che salvi questi libri, che li trasporti da quest’altra parte dell’Atlantico. La frase è dolorosa ma va detta, almeno interiormente: ho imparato a vivere senza. E continuerò a vivere senza. E si apre allora l’unica strada che è rimasta, quella che per otto anni avevo, con qualche trucco di autosuggestione, scelto di evitare. La svendita e la gogna delle bancarelle. Il contatto si trova, è disposto ad andare a prendere i 130 scatoloni. Terzo furgone della storia. Poi ci sarà l’apertura delle scatole. E infine la dispersione in tante case di ciò che stava in un luogo soltanto.

E invece poi il terzo furgone della storia è un furgone differente. Ed è un furgone a noleggio che un sabato mattina di novembre parte dalla campagna del Valdarno, e prende su per l’autostrada del Sole. E che poi arriva in quell’altra campagna, quella eporediese, dopo pranzo. Che segue, in ordine di tempo, una telefonata, tra Houston e quella stessa campagna, e quel pensiero così naturale, di colpo lapalissiano, che le biblioteche sono fatte per salvarsi vicendevolmente, che si fanno forza della loro fragilità. Che si alleano, fanno massa contro l’impoverimento, contro il tornado della semplificazione generale. Nei tempi bui, aumentano il voltaggio della luce.Infine quel viaggio di ritorno, tra Ivrea e Donnini, del terzo furgone. E il mio seguire tutto alla distanza, per telefono, il viaggio della biblioteca trasportata d’urgenza per essere impiantata dentro un’altra, e farla vivere di più, farla vivere meglio. E il pensiero di quell’organo vitale – una biblioteca intera – che da quell’appartamento vuoto nel centro di Torino, nell’autunno del 2017, era stato espiantato per istinto. E poi il lampo di otto anni che si comprimono nelle cinque ore di un viaggio autostradale di due uomini con 130 scatole di libri stipati in un Ducato. E infine quella fotografia, che ricevo una mattina presto, di una stanza intera della Biblioteca del bosco, e la luce finalmente, dopo anni nel buio del cartone. E stare tutti insieme, tutte le voci dell’uomo.

Sul Venerdì del 2 gennaio 2026

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