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Baz Luhrmann: “Su Elvis Presley sono state dette tante falsità. Ma la verità è un’altra”

Elvis Presley (1935-1977) in una scena di EPiC. Il documentario di Baz Luhrmann arriva nei cinema il 5 marzo con Universal 

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Non è vero che a fine carriera era demotivato e senza voce. Anzi. Il regista, che per il re del rock and roll ha una vera ossessione, lo spiega in un nuovo documentario. E in questa intervista
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L’anno scorso Elvis Presley avrebbe compiuto novant’anni. L’anno prossimo saranno cinquant’anni dalla sua morte. Il nuovo millennio non l’ha cancellato. Lui davvero è un’icona – in senso religioso proprio. Come Marilyn, più di James Dean. Per qualcuno, un’ossessione. Il regista australiano Baz Luhrmann (Romeo + Giulietta, Moulin Rouge!, Il grande Gatsby) dopo aver firmato poco più di due anni fa il monumentale Elvis (con uno strepitoso Austin Butler nel ruolo del protagonista), torna ad accarezzare il suo idolo con il documentario EPiC: Elvis Presley in Concert, che sarà nelle sale italiane dal 5 marzo (nel mezzo c’è stato uno slavato biopic sulla moglie Priscilla diretto da Sofia Coppola, con un Elvis meno convincente interpretato da Jacob Elordi).

Vero è che i fan del King che già si sono bevuti i documentari dell’epoca, Elvis: That’s the way it is (1970) e Elvis on Tour (1972), non troveranno scoop da pelle d’oca in quello di Luhrmann, eppure anche in EPiC il regista (che sta lavor…

L’anno scorso Elvis Presley avrebbe compiuto novant’anni. L’anno prossimo saranno cinquant’anni dalla sua morte. Il nuovo millennio non l’ha cancellato. Lui davvero è un’icona – in senso religioso proprio. Come Marilyn, più di James Dean. Per qualcuno, un’ossessione. Il regista australiano Baz Luhrmann (Romeo + Giulietta, Moulin Rouge!, Il grande Gatsby) dopo aver firmato poco più di due anni fa il monumentale Elvis (con uno strepitoso Austin Butler nel ruolo del protagonista), torna ad accarezzare il suo idolo con il documentario EPiC: Elvis Presley in Concert, che sarà nelle sale italiane dal 5 marzo (nel mezzo c’è stato uno slavato biopic sulla moglie Priscilla diretto da Sofia Coppola, con un Elvis meno convincente interpretato da Jacob Elordi).

Vero è che i fan del King che già si sono bevuti i documentari dell’epoca, Elvis: That’s the way it is (1970) e Elvis on Tour (1972), non troveranno scoop da pelle d’oca in quello di Luhrmann, eppure anche in EPiC il regista (che sta lavorando a un film su Giovanna d’Arco che, c’è da scommetterci, farà scintille) è riuscito ad aggiungere un tocco magico sia alla carica sessuale che alla spavalda maestria con cui l’artista affrontò i primi ingaggi all’International Hotel di Las Vegas: il restauro audio/video di materiali in gran parte inediti, i colori, il montaggio, la solennità e la carica travolgente mettono lo spettatore di fronte a una nuova esperienza cinematografica (e discografica: la corposa colonna sonora contiene anche brani re-immaginati dalla straripante fantasia di Luhrmann).

Ancora? Sì, ancora. «Non ho resistito, una volta che sei entrato nel suo mondo, è difficile togliersi di dosso Elvis», dice Luhrmann in collegamento video dall’Australia. E racconta: «Sapevo che c’era del materiale inedito di Elvis sepolto in un deposito della Mgm in una miniera di sale nei pressi di Kansas City. Avevamo bisogno di risorse economiche per cercare e visionare i video di settanta spettacoli e vari documenti sonori, circa 59 ore sia in 35 che in 8 mm. Per me erano più preziosi degli Epstein Files! Ho trovato anche una registrazione in cui Elvis parla della sua vita, un audio di 50 minuti mai uscito dagli archivi; straordinario, perché nelle poche interviste rilasciate negli anni, l’artista non andava mai in profondità, tantomeno sul personale – il Colonnello glielo impediva. A quel punto Jonathan Redmond, Peter Jackson con il suo team straordinario e io abbiamo preso una decisione coraggiosa, avventurarci in un’operazione costosa e laboriosissima durata due anni; molti dei filmati non erano sincronizzati con il sonoro o addirittura muti, si trattava dunque di un lavoro ancora più arduo e certosino. Immagini cosa vuol dire entrare in questi tunnel – ricavati nella miniera di sale appunto – in cui la Mgm conserva i suoi archivi, chilometri e chilometri di sotterranei e scaffali. Si trattava di trovare, tra queste inaccessibili “terre rare”, le 68 bobine di Elvis di cui avevamo notizia. Non posso dimenticare il puzzo di aceto che si respirava lì sotto, perché i negativi dissigillati dopo tanto tempo emanano un odore disgustoso».

Per le riprese di Elvis ebbe accesso illimitato ad archivi e documenti, aveva anche un ufficio a Graceland. Deve essere stato emozionante per lei, che ha una specie di ossessione per Elvis. «All’inizio mi sentii come un fan: emozionato e divertito, ma verso la fine, quando ebbi accesso al primo piano, dove morì (lassù i visitatori non sono ammessi), il mio umore cambiò di colpo. Fu come essere nel luogo dove un re o un presidente avevano esalato l’ultimo respiro. Non posso descrivere la tristezza che provai quando vidi la chitarra appoggiata sul tappeto della stanza, come se lui l’avesse suonata un attimo prima. Quella penombra spettrale contrastava in maniera drammatica con lo splendore e la vitalità del palcoscenico di Elvis. Solo lì ho percepito le frustrazioni dell’artista che, nonostante il successo ai limiti dell’idolatria, si sentiva un perdente».

Si dice che Las Vegas sia stata la tomba di Elvis. Ma EPiC dimostra che non fu esattamente così. Presley affrontò i primi due anni con un entusiasmo senza precedenti. Magari non era più il rocker degli esordi, ma che energia, e che professionalità! «Ci sono troppe convinzioni errate su Elvis. Quando cominciò a preparare lo show all’International Hotel, nel 1969, era carico come una bomba, in perfette condizioni fisiche e mentali, sicuro di sé, in uno stato quasi spirituale. All’epoca il suo sogno era fare un tour internazionale, e c’erano tutte le premesse perché questo avvenisse – o almeno così gli avevano fatto credere. Quindi continuava a perfezionare il suo show come se fosse la prova generale per un salto nel mondo. Elvis è presente sul palco, canta come mai prima. Per questo dico che il mio non è un documentario né un film-concerto. È epico: una specie di poema sinfonico sull’artista e sull’uomo. La frustrazione subentrò all’entusiasmo quando capì che non avrebbe mai suonato né in Giappone né in Europa. Il Colonnello, ma anche suo padre, cospiravano affinché questo non avvenisse».

Fu a quel punto che Vegas divenne la sua prigione? «Fu quando capì che i milioni che guadagnava non servivano solo a pagare i suoi conti, ma anche i debiti di gioco di suo padre e del Colonnello – diventò furioso. Si capisce molto bene in EPiC quale deve essere stata la sua amarezza nel dover constatare che i Pink Floyd e i Led Zeppelin giravano liberi per il mondo (e suonavano anche a Vegas) mentre lui era confinato all’International, nonostante le offerte per un tour internazionale fossero reiterate e milionarie. Elvis non aveva nessun controllo sulla sua carriera, questo è il punto. Nel momento in cui il binomio rock e politica era diventato inscindibile, lui si sentiva irrilevante – anche se Dylan ha detto che il momento più bello della sua vita è stato quando Elvis ha cantato una sua canzone (Tomorrow is a Long Time). Gli era rimasta una sola freccia al suo arco, diventare un cantante migliore – le immagini delle prove sono travolgenti».

All’epoca c’era una fiorente scena rock che lui aveva generato ma di cui non riusciva a far parte, ormai era più nel territorio del Rat Pack che in quello dei Beatles e degli Stones. «Dentro di lui non aveva mai cessato di essere un rocker. Lo conferma lo Special tv del ’68 per la Cbs e anche il fatto che continuava a cantare e incidere gospel. È importante che il pubblico capisca quanto Elvis, negli anni Cinquanta, facesse paura alla generazione precedente, che era tornata dalla guerra e non voleva più rumore né battaglie; per loro Elvis era il male assoluto. Durante la British Invasion, Elvis era ancora giovane ma già un’icona, anche se non più eversivo. Non fu facile vedere che Tom Jones, con il quale ebbe buoni rapporti a Vegas, raccoglieva a piene mani quel che lui aveva seminato – e non era americano! – certamente si sentì impotente di non poter avere la sua stessa libertà d’azione. Ma questo film, vorrei precisarlo, non è su Elvis icona del R&R, ma è sull’Elvis performer, sulle sue capacità di artista, sulla magia e la seduzione che il suo corpo e la sua voce emanano».

Lei aveva 14 anni quando Elvis morì, nel 1977. Era consapevole, all’epoca, della sua grandezza? «Elvis è andato e venuto nella mia vita, nel frattempo ovviamente ho avuto altri idoli. Cercavo di imitarlo. E fui bullizzato perché indossavo i calzini rosa. Ricordo perfettamente quel giorno che all’uscita da scuola un ragazzo più grande, piangendo, mi disse, lo sai che Elvis è morto? Mi rendevo conto che Elvis era incredibile, più di un musicista, più di un cantante, parte della nostra cultura… ed era morto. Ho provato le stesse emozioni di quando sono morti Lady Diana e Michael Jackson. Anche se Elvis non suonò mai in Australia, sebbene avesse avuto un’offerta da due milioni di dollari, una fortuna all’epoca. Il Colonnello organizzò un tour della cadillac d’oro del divo nel 1968-69. Credo che l’Australia e il Giappone fossero le nazioni che più lo adoravano fuori dagli Usa».

C’è ancora qualcosa da sapere su Elvis, secondo lei? Ha altri capitoli in serbo? «Ora sono troppo impegnato col mio film su Giovanna d’Arco. Però… sì, sul periodo trascorso durante il servizio militare… ci sarebbe ancora da esplorare. Era già una star quando fu spedito in Germania, non si sa molto di cosa accadde lì, a parte la storia con Priscilla. E non si è mai messo bene in risalto quanto Elvis abbia lavorato per diventare un cantante migliore, fino alle ultimissime performance, quando fisicamente non era più in forma, eppure sfoggiava le capacità di un cantante d’opera alla stregua di Caruso. Era la sua ossessione dopo aver avuto una disastrosa carriera cinematografica, relegata ai musicarelli (sebbene fosse l’attore più remunerato di Hollywood, un fiume di denaro che lo ha narcotizzato). Era un bravo attore, e sarebbe diventato un antagonista di James Dean se il Colonnello non gli avesse bruciato la possibilità di diventare il protagonista di West Side Story o di Becket e il suo re. Quanta amarezza nelle sue parole che ascoltiamo in EPiC, quando si rivolge al suo team, e dice: “Non avreste potuto pagarmi di più per provare meno soddisfazione”».

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