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E se Roma fosse più cool di Milano?

Il bancone con cavallo del Baronato Quattro Bellezze 

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La svolta è sotto gli occhi di tutti: tra locali neofelliniani, artisti e brand del lusso che conquistano nuovi spazi, la Capitale comincia a sembrare più cool (e desiderata) dell’eterna rivale. Ma sarà davvero così?
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Partiamo dai numeri: al momento, la pizza più in voga a Milano si chiama Futura ed è di Fiumicino. Per mangiarla, prenotazioni alla mano, ci sono settimane di attesa. Non è l’unico locale made in Roma che si sta riversando nella capitale della moda. E se la Milano Fashion Library ha aperto un pop-up store di riviste indipendenti al Pigneto, Bonci, per dire, forse il più noto dei pizzettari gourmet, ha aperto invece una sede milanese. Lo slogan scelto per l’occasione: “Nun te fa desiderà”. Ora, che Roma agli occhi di Milano stia diventando cool, è un dato di fatto. «Te ne accorgevi già due anni fa quando, di punto in bianco, i gay hanno iniziato a parlare come la Fagnani» sostiene Carlo, milanese ma da qualche settimana a Roma per lavoro. Si occupa di moda e a specifica domanda – è Roma la nuova Milano? – sospira: abituarsi al caos romano è, parole sue, «too much». «E te credo che da voi funziona tutto, Milano è grande quanto l’Eur» si intromette un tizio. Per la cronaca, siamo davanti…

Partiamo dai numeri: al momento, la pizza più in voga a Milano si chiama Futura ed è di Fiumicino. Per mangiarla, prenotazioni alla mano, ci sono settimane di attesa. Non è l’unico locale made in Roma che si sta riversando nella capitale della moda. E se la Milano Fashion Library ha aperto un pop-up store di riviste indipendenti al Pigneto, Bonci, per dire, forse il più noto dei pizzettari gourmet, ha aperto invece una sede milanese. Lo slogan scelto per l’occasione: “Nun te fa desiderà”. Ora, che Roma agli occhi di Milano stia diventando cool, è un dato di fatto. «Te ne accorgevi già due anni fa quando, di punto in bianco, i gay hanno iniziato a parlare come la Fagnani» sostiene Carlo, milanese ma da qualche settimana a Roma per lavoro. Si occupa di moda e a specifica domanda – è Roma la nuova Milano? – sospira: abituarsi al caos romano è, parole sue, «too much». «E te credo che da voi funziona tutto, Milano è grande quanto l’Eur» si intromette un tizio. Per la cronaca, siamo davanti a quello che tutti definiscono il place-to-be della nuova scena notturna romana: Baronato Quattro Bellezze di via di Panico. «Vabbè, son dieci anni che ce ne usciamo con questa frase, manco l’avesse detta Giulio Cesare» risponde l’altro. «Con tutto il rispetto per la Ferilli, ovviamente».

Il Baronato, dicevamo: Giacomo Mancini, insieme al collettivo Salò, lo gestisce da un po’. «Negli anni Settanta venne preso da un travestito della transavanguardia romana» premette. Nato in Tunisia e cresciuto a Parigi, Dominot – questo il nome dell’artista – a un certo punto si trasferì a Roma e lavorò per Fellini. «Alla fine della Dolce vita appare una figura androgina: è lui». Al Baronato si esibiva vestito da donna sopra il bancone del locale che è rimasto lo stesso, con tanto di cavallo, mentre il compagno suonava il pianoforte. «Abbiamo ripreso il suo percorso: spettacoli, musica, improvvisazione». La serata del martedì è epica: gente che si mette a suonare, dj, poeti o attori che leggono testi. E la clientela è varia. Si va dai giovani ai meno giovani, «i pischelli dell’Accademia, che sta qua vicino», musicisti, gente della moda e legata al mondo dell’arte e della musica.

Gente che durante la settimana bazzica il Bar Volo di Torpignattara e che compra i fiori da Ammano, dalle parti di Corso Trieste. «Qualche sera fa» dice una cliente, «qui al Baronato c’era la figlia di Angelina Jolie». Giacomo invece è arrivato da Napoli per visitare il nuovo Centro della Fotografia al Mattatoio. «Un segnale positivo per la scena culturale, certo, ma il suo impatto dipenderà dalla capacità di andare oltre il semplice spazio espositivo».

«La città sta vivendo una trasformazione importante, anche se diversa da quella di Milano» spiega André Buldini, cluster general manager dell’hotel Six Senses. Secondo lui, la capitale sta evolvendo in modo più stratificato rispetto a Milano: «L’innovazione qui non sostituisce la storia, ma ci dialoga». Non è un caso che la struttura che ospita l’hotel – un tempo cinema e poi banca centrale – condivide con l’adiacente chiesa di San Marcello un fonte battesimale risalente al quarto secolo. «Oggi un brand globale trova una città più aperta, curiosa e pronta a confrontarsi con standard internazionali. Il nuovo viaggiatore è colto, vuole capire la città, prendersi tempo. Non viene solo per vedere Roma, ma per sentirla», ancora Buldini.

Apriamo una curiosa parentesi: Six Senses, così come la Soho House, ha deciso di aprire prima a Roma che a Milano, dove inaugurerà una struttura a fine anno. E se in città l’arrivo dell’hotel Corinthia è stato coronato da un articolo del Financial Times, a Palazzo Talìa, due turisti cinesi entrano e mostrano direttamente lo schermo del loro iPhone. Alla reception sorridono e indicano di proseguire dritto: «È la clientela social» dicono. Il super instagrammabile Bar della Musa è all’interno dell’edificio cinquecentesco dell’ex Collegio del Nazareno, poi Luca Guadagnino l’ha ricoperto di specchi e voilà, il gioco è fatto. «Abbiamo dovuto aggiungere specchi anche in un’altra saletta perché chi non trovava posto in quella principale rimaneva deluso». Al bar, seduta al bancone, c’è una coppia di newyorkesi appena usciti da Gagosian. «Non è pazzesco poter bere drink dentro un museo, senza nemmeno pagare il biglietto?» si domandano col naso all’insù, per godersi gli affreschi.

Se è vero che per capire il nuovo turismo di Roma bisogna rifugiarsi nei bar degli hotel, ci spostiamo nell’appena ristrutturato Hotel d’Inghilterra dove, al Café Romano, c’è Tommaso: l’ultimo dei romantici. «Romano de Roma», ha trascorso due anni a Dubai e «poi me ne sono scappato: mi divertivo talmente tanto che alla fine mi annoiavo». Ha ventiquattro anni «ma sono vecchio dentro, mi piace l’eleganza di una volta, sono un cavaliere. Stasera, per esempio, vado all’Alexanderplatz ad ascoltare il jazz». Sembra uscito da un romanzo, non fa che sorridere e i turisti apprezzano. «Soprattutto greci e brasiliani, ma vengono anche tantissime comitive di giovani romani» afferma. Anche qui l’iPhone è d’obbligo: i tanti reel su Instagram di pasticcini e champagne confermano che Roma sa svecchiarsi e diventare lusso contemporaneo senza alcun problema. E a pochi metri, giusto per non farci mancare nulla, stanno girando l’ennesima serie.

«Il cinema è roba di Roma, Milano ha la pubblicità» taglia corto Manuela Cacciamani, attuale amministratrice delegata di Cinecittà. Nell’azienda, che ha attraversato fascismo, boom economico, crisi e anche la rivoluzione dello streaming, l’idea di una Roma costantemente work in progress si tocca con mano. «La nostra azienda è un brand che non si è mai spento, neppure nei momenti di crisi mondiale». Secondo l’ad, essere a Roma ha il suo vantaggio: «La città è un set permanente, il confine tra realtà e scenografia è impercettibile». E se le chiediamo cos’ha Roma che Milano non ha e viceversa, dice: l’X–Factor romano. Negli studi di Cinecittà, per dire, si parla ancora di «grosse produzioni internazionali» che, di fronte a un problema tecnico, si fermavano. «I romani trovano sempre una soluzione: è una roba istintiva di adattamento, una forma di realismo pratico. Abbiamo un pregio che sul set è fondamentale: il cinismo. O meglio, la capacità di rigirare una situazione complessa in una soluzione concreta». E amen.

E se la visitatissima installazione Bar Far di Clementine Keith-Roach e Christopher Page a Trastevere è stata vista da molti come un invito alla calma, la sensazione finale è che Roma non abbia nessuna voglia di trasformarsi in nient’altro rispetto a quel che è già. «Volesse il Signore che diventi la nuova Milano. Il mio secret wish è la mia città back al periodo pre-Expo» commenta una milanese incontrata in treno. Tradotto: vorrebbe la sua città com’era prima del 2014. Ma poi, ci viene da dire, non ci sarebbero Citylife, Miss Keta, la Fondazione Prada e le file da Loste per mangiare una cinnamon roll. A Roma, su queste «robe milanesi», ci ridono su. Un po’ per cinismo, un po’, forse, per invidia. «Roma può diventare davvero cool, ma c’è da convincere una sola categoria di persone» ci ha detto Marco Coppola, chef a Palazzo Talìa. «I romani».

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